LA CAMPAGNA

Un osservatorio sulle attività di esplorazione, estrazione e trasformazione del greggio, sulla responsabilità sociale di impresa di Eni, sugli impatti sociali ed ambientali generati e sulle reazioni delle istituzioni e della società civile, in Italia e nel mondo.

  • Val D’Agri

Nel territorio della Val D’Agri, area interna dell’Appennino lucano, è ubicato il più grande giacimento di idrocarburi dell’Europa continentale, il cui sfruttamento da parte di ENI (ex Ente Nazionale Idrocarburi) ha preso il via negli anni ’90. Nel 1998 è stato siglato l’accordo tra governo nazionale e regionale sullo sviluppo del programma petrolifero e di seguito è stata sottoscritta la prima intesa tra Stato, Regione e ENI per lo sfruttamento del giacimento, che ha visto un aggiornamento nel 2012.
Ad oggi le attività estrattive di ENI – secondo i dati forniti dall’Unmig (Ufficio nazionale mineraria per gli idrocarburi e le georisorse) interessano 38 pozzi di cui 22 in produzione e 16 produttivi non eroganti. Secondo i dati forniti dal report aziendale nel 2014 la produzione giornaliera in Basilicata è di 3.98 milioni di metri cubi di gas e di circa 83’000 barili di olio al giorno Presso il Centro Oli Val D’Agri (COVA), creato nel 1996 ed ampliato negli anni successivi, avviene il trattamento dell’olio prodotto dai pozzi della Concessione “Val d’Agri”. Il petrolio estratto viene inviato alla Raffineria ENI di Taranto tramite un oleodotto di 136 km da Viggiano a Taranto (entrato in funzione nel 2001), il gas viene immesso nella rete Snam e l’acqua residua (acque industriali / acque di strato) viene iniettata nel pozzo di reiniezione “Costa Molina 2” ed, in parte, trasportata presso un centro di trattamento – Tecnoparco – ubicato in Val Basento, in provincia di Matera.

Aggiornamenti

Rassegna stampa

Editoriali

Guarda la scheda del Conflitto sull’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali

  • Gela

La raffineria di gela sorge sulla costa meridionale della Sicilia, in località Piana del Signore nel Comune di Gela e occupa, con le altre società presenti ed operanti nel sito, un’area di 5 milioni di m² divisa in “isole”.
Il complesso produttivo della raffineria è costituito da molteplici strutture, come impianti di raffinazione del greggio (distillazione, cracking termico e catalitico, reforming, ecc.); di stoccaggio di oli minerali e GPL; di produzione di energia elettrica; di purificazione di propilene e di produzione di etilene e impianti di imbottigliamento del GPL. Tutto questo ha consentito una capacità di stoccaggio di circa 1,2 milioni di m3 (di cui 0,4 per le materie prime), distribuiti su oltre 120 serbatoi e sfere.
La centrale termoelettrica brucia diversi combustibili, tra cui il pet-coke (un carbone ottenuto dagli scarti della raffinazione del petrolio grezzo), per produrre energia elettrica. Allo scopo di ridurre i rischi per la salute dei cittadini e dei lavoratori, la centrale possiede un impianto di abbattimento dei fumi che, prima di essere immessi nell’atmosfera, vengono trattati con il cosiddetto processo SNOx, che dovrebbe rimuovere ossidi di zolfo (SOx), ossidi di azoto (NOx) e polveri.
A seguito della chiusura, ENI ha proposto un processo di riconversione che prevedeva per la raffineria di trattare fino a 750.000 tonn/anno di biomasse oleose producendo green diesel, green GPL, green nafta.

Aggiornamenti

Rassegna stampa

Editoriali

Guarda la scheda del Conflitto sull’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali

  • Ibleo

Il progetto “offshore IBLEO”, proposto nel 2013, fa parte di una vasta serie di iniziative energetiche che favoriscono lo sfruttamento delle risorse di combustibili presenti sul territorio italiano. Nel progetto di ENI S.p.A. era prevista un’attività offshore relativa alla costruzione di pozzi di estrazione ed esplorativi e di una piattaforma a largo del Comune di Licata con relativa posa di gasdotti subacquei e un’attività onshore riguardante la misurazione di gas e le operazioni di “pigging”, ovvero di pulizia meccanizzata dei condotti che trasportano il petrolio.
Il progetto si collocava all’interno di zone protette quali un important Bird Area, un Sito di Interesse Comunitario (SIC) e una Zona di Protezione Speciale (ZPS) facendo partire l’azione di protesta di varie associazioni (ANCI Sicilia, AGCI-AGRITAL Sicilia, Comitato STOPPA LA PIATTAFORMA, LEGACOOP PESCA Sicilia, Greenpeace, WWF, LIPU), amministrazioni locali (Comune di Licata, Comune di Ragusa) ed enti civili.
Gli aspetti più preoccupanti del progetto riguardano il rischio ambientale, la pesca e il turismo. Le proteste si sono intensificate a partire da maggio 2014, quando è stato dato parere positivo con prescrizione alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) con D.M. 149/14.
Nel luglio 2014 Greenpeace ha reso pubblico un rapporto in cui denunciava i maggiori rischi del progetto, facendo presente che la valutazione di impatto ambientale presentata da ENI non teneva debitamente conto dei fattori ambientali e sociali. Greenpeace ha fatto notare come nel documento presentato da ENI la stessa società aveva scritto che la posa dei gasdotti avrebbe ridotto le zone di pesca a strascico e che mancava un esame dei rischi legati a un possibile impatto ambientale sulle risorse ittiche, in quanto l’area in questione risulta essere un habitat cruciale per la fauna e la flora ittica del Canale di Sicilia. Studi riportati in trasmissioni televisive hanno mostrato come il fondale del Canale di Sicilia sia caratterizzato da vulcani sottomarini in continua scoperta e dalla presenza nella zona di pockmark (crateri sottomarini contenenti gas o fluidi ad alto rischio di eruzione), soprattutto a largo di Pantelleria. La presenza di vulcani e pockmark renderebbero la zona fortemente instabile, a rischio frana e non adatta alla trivellazione.

Le varie prescrizioni allegate al Decreto VIA 149/14 fanno riferimento ad ulteriori approfondimenti da eseguire riguardo agli impatti del progetto: veniva richiesto ad Eni uno studio dettagliato dei fenomeni franosi, la presentazione di simulazioni di dispersione dei sedimenti nell’ambiente marino in fase di scavo e all’osservazione da parte di un team qualificato dei rumori prodotti in corso di progettazione che risulterebbero particolarmente dannosi per i mammiferi marini.
Nel rapporto prodotto da Greenpeace, l’organizzazione ha fatto notare come queste simulazioni e approfondimenti sia logico pretenderli in sede di valutazione degli impatti e non tramite prescrizioni successive, facendo richiesta anche di un progetto, che attualmente manca, di dismissione e ripristino dell’ambiente marino ante operam con la stima dei costi in caso di incidente.
A ottobre 2014 Greenpeace ha occupato la piattaforma petrolifera Prezioso a largo del Canale di Sicilia apponendovi sopra uno striscione di protesta di 120 m² con lo scopo di fermare le trivellazioni e promuovere le energie rinnovabili.
Il 12 gennaio 2015 Greenpeace, WWF, LIPU, 3 comuni della Sicilia, altre associazioni civili e ambientaliste e personaggi di spicco della televisione italiana, tra cui Luca Zingaretti, hanno presentato ricorso al TAR del Lazio affinché il progetto venisse bloccato e l’autorizzazione ritirata. Il 6 Maggio 2015 con sentenza n. 7782 il Tribunale Amministrativo del Lazio ha respinto il ricorso condannando i ricorrenti anche al pagamento di 6.000€ di spese giudiziarie.
A sua volta, il Consiglio di Stato con sentenza del 31 Agosto 2016 (n. 3767) ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Greenpeace Onlus, Associazione Italiana per il World Wide Fund For Nature (Wwf Italia) Onlus Ong, Legambiente Onlus, Lega Italiana Protezione degli Uccelli – Lipu Birdlife Italia Onlus, Comune di Santa Croce Camerina, Comune di Palma di Montechiaro, Comune di Licata, Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) Sicilia, Touring Club Italia, Comune di Ragusa, presentato contro la decisione del 2014 del Tar Lazio sulla compatibilità ambientale della concessione di perforazione e completamento dei pozzi per l’estrazione del gas. Nonostante ciò, a Settembre dello stesso anno, neanche un mese dopo, l’ENI ha annunciato di non avere più interesse a sfruttare i campi Argo e Cassiopea nel Canale di Sicilia e, conseguentemente, ad installare la piattaforma Prezioso K, orientando invece la propria attività verso la realizzazione di pozzi di estrazione sulla terraferma, giustificando la scelta con il ritardo accumulato nella realizzazione dell’opera, ritardo dovuto ai ricorsi amministrativi che sono stati presentati grazie alle mobilitazioni e alle proteste che hanno interessato i territori coinvolti dal progetto e la comunità di Licata in modo particolare.

Aggiornamenti

Rassegna Stampa 

Editoriali

Guarda la scheda del Conflitto sull’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali

  • Taranto

La Raffineria di Taranto è stata costruita nel 1964 insieme al parco Serbatoi e ad altri impianti che poi sono diventati il polo industriale dell’area jonica. La gestione Shell prosegue fino al 1975, quando la Raffineria passa sotto il controllo nazionale dell’Eni. La Legge 426/1998 “Nuovi interventi in campo ambientale” ha individuato tra i siti di bonifica di interesse nazionale (SIN) quello di Taranto per l’insostenibile inquinamento dell’area e l’elevata compromissione delle diverse matrici ambientali e conseguente pericolo per la salute della collettività. Nel 2000 un Decreto del Ministero dell’Ambiente ha perimetrato il sito di Taranto tra i due Comuni Taranto e Statte (censimento della popolazione del 2001: 216.618). La Regione Puglia ha in seguito approvato, nel 2008, la legge regionale n. 44 del 19 dicembre 2008 “Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio: limiti alle emissioni in atmosfera di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani”  e nel 2010, a livello nazionale, è stato presentato il Dlgs 155/2010 volto al contenimento dei livelli di benzo(a)pirene. Nel 2012 la Giunta Regionale con DGR 1980/2012 ha adottato il Piano Straordinario Salute Ambiente per la provincia di Taranto stanziando 8 mln di euro. Nel 2007 Eni ha presentato il progetto «Taranto Plus» per ottenere la VIA per l’ampliamento della capacità di lavorazione da 6,5 a 11 milioni di tonnellate l’anno ma l’autorizzazione è stata negata a causa delle criticità ambientali dell’area di Taranto. Nonostante ciò successivamente è stato presentato il progetto Tempa Rossa, riguardante lo stoccaggio e lo spostamento del greggio proveniente dalla Basilicata presso la raffineria Eni e il porto di Taranto. Il progetto Tempa Rossa è stato definitivamente approvato dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) nel 2012. Nel 2010 è nato il primo movimento cittadino di opposizione, “Taranto Libera”, votato alla chiusura delle grandi imprese inquinanti e alla promozione di uno sviluppo economico alternativo per la città di Taranto con l’obiettivo primario della sensibilizzazione dell’opinione pubblica riguardo la riconversione industriale. Nel marzo 2011 il movimento è diventato il Comitato Legamjonici, allargando l’area d’ influenza per la tutela dell’ambiente e della salute a tutti i cittadini dell’area jonica. Il Comitato ha continuato la sua opera a sostegno delle mappe epidemiologiche nella convinzione che la tutela della salute abbia inizio con la raccolta dei dati relativi agli effetti dell’inquinamento sulla salute umana basandosi sul principio della massima precauzione e della prevenzione primaria. Il Comitato ha cooperato con collaboratori tecnico-scientifici, sociali e sanitari, con il fine di un azione diretta sul territorio volta a sensibilizzare mediante assemblee pubbliche la cittadinanza e l’opinione pubblica. A questo proposito è nato un comitato collaterale specifico “Taranto Lider” (Libere Iniziative per la Diversificazione Economica e la Riconversione). Contro il progetto Tempa Rossa il Comitato Legamjonici, in collaborazione con Greenaction International, ha fatto denuncia presso il Parlamento Europeo per la violazione del D.Lgs.334/1999 relativo alla direttiva Seveso (96/82/CE) “relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose”, e ha chiesto la revoca del decreto di compatibilità ambientale rilasciato dal Ministero dell’Ambiente. A seguito di questa petizione (n.1107/2011), il Parlamento Europeo ha avviato un’inchiesta chiedendo alla Commissione Europea lo svolgimento di un’indagine preliminare. Nel gennaio 2013 il Parlamento Europeo ha discusso la petizione alla presenza della rappresentante del Comitato Legamjonici e ha deciso di proseguire con una indagine più approfondita in seguito alle informazioni acquisite. Nel febbraio 2013, è stato depositato presso il comune di Taranto il rapporto preliminare di sicurezza per l’ottenimento del N.O.F. (Nulla Osta di Fattibilità). Il CTR (Comitato Tecnico Regionale), accogliendo le osservazioni del Comitato Legamjonici, ha fissato delle prescrizioni alle quali l’azienda dovrà ottemperare nel Rapporto definitivo di Sicurezza. In particolare riguardano la carenza di sicurezza degli impianti al verificarsi di eventi meteorologici. A marzo 2012 il CIPE ha sbloccato il finanziamento del progetto. Nel gennaio 2015 il Parlamento Europeo, alla luce delle nuove informazioni ricevute dal comitato e confermando l’assenza di un rapporto definitivo di sicurezza, ha deciso di non chiudere l’esame sul progetto ‘Tempa Rossa’ e di continuare le indagini anche sulla raffineria Eni in merito al problema del consistente rilascio di emissioni odorigene segnalate dal comitato Legamjonici. A fine Marzo 2016, poco prima del voto nazionale su referendum su trivellazioni e petrolio, è stata aperta un’inchiesta che vedeva coinvolto il compagno dell’allora ministro allo Sviluppo Economico Federica Guidi in quanto “soggetto intraprendente, interessato alle opportunità derivanti da Tempa Rossa”. La conseguenza sono state le dimissioni della Guidi visto che il nome del ministro dello Sviluppo economico compariva più volte nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di sei dipendenti del centro Eni di Viggiano (Potenza) per traffico e smaltimento di rifiuti. Il suo compagno Gianluca Gemelli, titolare della società I.T.S e della Ponterosso Engeneering, indagato nell’inchiesta, è stato uno dei più colpiti visto che, secondo le accuse, era riuscito a ottenere un emendamento favorevole prima bocciato nello Sblocca Italia e poi riemerso nella Legge di stabilità. Ad un anno dall’inchiesta però, nel Gennaio del 2017, la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’indagine. Nell’Aprile 2017 un incendio ha colpito la raffineria tarantina. Ad oggi (Settembre 2017) sul versante tarantino del Progetto Tempa Rossa il progetto è fermo a causa della Direttiva Seveso: è infatti previsto che il gestore presenti il rapporto di sicurezza almeno 6 mesi prima dell’avvio dei lavori ma non è ancora stato fatto. Ad ogni modo ad Agosto del 2017 la Total ha proposto una soluzione B alternativa a Taranto: è stata avviata la procedura di assoggetibilità ambientale per la Raffineria di Roma in sostituzione di quella tarantina. Vedi Scheda sull’Atlante su Tempa Rossa in Basilicata per approfondire la questione.

Aggiornamenti 

Rassegna Stampa 

Taranto, non solo Ilva. La procura apre un’indagine sulle nubi di gas: “Verificare se vengono da Eni e Hidrochemal”

Raffineria Eni di Taranto: una bolla di inquinanti

Editoriali

Guarda la scheda del Conflitto sull’Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali

  • Ecuador

In Ecuador la tensione tra comunità indigene ed ENI sta continuando a salire.

Nel 2010 il governo ha rinegoziato il contratto con ENI – Agip per lo sfruttamento petrolifero del Blocco 10 nella foresta amazzonica, senza applicare il diritto di consultazione previa, libera e informata dei popoli, delle comunità e delle nazionalità indigene. Tale diritto è espressamente riconosciuto e tutelato dalla Costituzione ecuadoriana (art.57) – oltre che dalla Convenzione n.169 dell’ILO – e riguarda tutti i processi decisionali relativi all’implementazione di piani e programmi di prospezione, sfruttamento e commercializzazione di risorse non rinnovabili presenti nei territori indigeni e che possano avere impatto dal punto di vista ambientale o culturale sulle comunità ivi insediate.

Aggiornamenti

Guarda la scheda del conflitto sull’Atlante Mondiale dei Conflitti Ambientali

 

  • Nigeria

Il 5 aprile 2010 una conduttura di proprietà della Nigerian Agip Oil Company (NOAC), società nigeriana controllata da ENI, si è rotta, riversando una marea nera nell’ambiente circostante. La vita della popolazione locale, basata sulla pesca e sullo sfruttamento delle palme, ne è stata fortemente danneggiata.

La comunità ha cercato in precedenza di raggiungere un accordo con la multinazionale per ottenere un risarcimento e soprattutto per la bonifica del territorio inquinato, ma le negoziazioni non sono andate a buon fine. Da qui la decisione di intentare una causa contro ENI nel suo Paese di origine, l’Italia, sperando di ottenere giustizia.

Aggiornamenti

Rassegna stampa

Guarda le schede dei conflitti di Eni in Nigeria sull’Atlante Mondiale dei Conflitti Ambientali