Dalle scuole ai quartieri, dai monitoraggi ambientali ai Patti educativi di comunità: il racconto di un anno di formazione in cui la crisi climatica diventa uno strumento per leggere disuguaglianze, costruire partecipazione e immaginare il cambiamento.


Il 2026 dell’area formazione di A Sud è stato un anno di incontri, esperienze e scoperte.  Abbiamo viaggiato molto in giro per l’Italia: aule, cortili, laboratori, quartieri, parchi, fiumi, piazze. È stato soprattutto un anno di incontri: studenti e studentesse di scuola secondaria e centri metropolitani di formazione professionale, docenti, famiglie, realtà territoriali e amministrazioni locali, giornalistə, educatrici ed educatori. 

Questo articolo vuole riportare (speriamo non in maniera autocelebrativa) tutti gli interventi che l’area formazione di A Sud ha realizzato durante l’ultimo anno scolastico, con l’obiettivo di ripartire da queste esperienze per ricominciare con un pizzico di esperienza in più e tante storie da raccontare. 

Un anno, quello appena passato, che ha aperto nuove prospettive, idee, collaborazioni, come quella con Dire, fare, insegnare, un magazine che si occupa di scuola e che dà voce a chi la scuola la attraversa tutti i giorni. Molti dei link che troverete in questo articolo sono pubblicazioni nate dalla collaborazione tra A Sud e la rivista. 

In questa geografia di relazioni abbiamo provato a praticare un’idea di educazione ecologista che non si limita a “spiegare l’ambiente”. Educare alla crisi climatica significa dare strumenti per leggerla come questione sociale, democratica, economica e culturale. Significa partire dal luogo in cui ci si trova: l’aula troppo calda, il cortile senza ombra, il quartiere cementificato, la mensa scolastica, il tragitto casa-scuola, il fiume vicino, l’aria che si respira, il lavoro che si farà domani. Significa non fermarsi all’eco-ansia, ma trasformare la preoccupazione in conoscenza, presa di parola e azione collettiva.

Nei percorsi realizzati con Sustainability Hub, abbiamo raggiunto circa 700 studenti/studentesse in 5 diverse regioni (Lazio, Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia) e questa impostazione ha preso forma in particolare nei contesti di formazione professionale, con attività dedicate a crisi climatica, giustizia ambientale, cittadinanza attiva e transizione ecologica rimodulati sui percorsi formativi di meccanica, termoidraulica, alberghiero, estetica, informatica (cyber security), con l’obiettivo di sviluppare competenze green e trasversali, rafforzare capacità critica e consapevolezza ambientale, promuovere orientamento professionale sostenibile verso professioni “green”, attivare relazioni con territorio e comunità locali, sviluppare competenze digitali e comunicative. 

Ci siamo riuscitə? Forse. 

Abbiamo incontrato situazioni diverse ma accomunate dalla stessa domanda: cosa c’entra tutto questo con la nostra vita? È da qui che sono partiti i lavori più significativi. Non dal clima in astratto, ma dai bisogni di chi abita un territorio. Le uscite, monitoraggi, gli incontri, i laboratori di storytelling e le attività di gruppo hanno collegato la dimensione globale della crisi climatica a conflitti ambientali, salute, mobilità, consumo di suolo, scelte pubbliche e disuguaglianze. 

In Sicilia, con Open Science, il percorso ha assunto una dimensione ancora più concreta. Nella Valle del Simeto, nelle Aci e nelle Madonie, territori segnati da fragilità idrica, rischio desertificazione, eventi estremi e vulnerabilità sociali, la scienza aperta è diventata un modo per fare scuola uscendo dalla scuola. Monitorare l’acqua, osservare il territorio, raccogliere dati, costruire mappe, raccontare ciò che si è visto attraverso blog, strumenti digitali e narrazioni collettive ha permesso a studenti e studentesse di diventare produttori di conoscenza. La citizen science non è stata solo una metodologia didattica: è stata una pratica di democrazia. In questo lavoro abbiamo portato anche una riflessione femminista sulle discipline STEAM: la conoscenza scientifica non è neutra, può diventare cura, responsabilità, cooperazione e capacità di vedere chi resta ai margini. 

A Milano, con il progetto Riciclare la città , progetto sostenuto da Fondazione Cariplo e coordinato da Le Compagnie malviste, abbiamo portato i nostri percorsi dentro il quartiere San Siro, con percorsi rivolti a studenti e studentesse dell’Istituto Galileo Galilei. Qui l’educazione ambientale ha incontrato in modo diretto il tema della città diseguale: un territorio segnato da edilizia popolare, scarsità di aree verdi, difficoltà sociali, convivenza tra culture diverse e rischio di marginalizzazione giovanile. Lavorare sui cambiamenti climatici, in questo contesto, ha significato leggere la crisi ecologica a partire dal proprio quartiere, dalle sue vulnerabilità e dalle sue risorse. Attraverso incontri, uscite sul territorio, laboratori teatrali e di scrittura, tutoraggio in classe e attività creative, ragazze e ragazzi sono stati accompagnati a riconoscere San Siro non solo come spazio attraversato ogni giorno, ma come luogo da interrogare, raccontare e trasformare. Come output principale è stato realizzato dalle classi dell’Istituto Galilei/Luxemburg di Milano, uno spettacolo teatrale dal titolo “Riciclare la città in tre atti”, che ha raccontato, crisi climatica, conflitti ambientali, economia circolare e greenwashing. Come A Sud abbiamo calcolato l’impatto ambientale dell’evento attraverso LUME che è la piattaforma che aiuta le organizzazioni culturali a misurare, comprendere e migliorare il proprio impatto ambientale e sociale, con un approccio orientato al cambiamento graduale e partecipato.

Altro tema importante per l’area formazione e per tutta A Sud è il nesso tra salute e ambiente. Dentro questa trama si colloca il Progetto interregionale per la lotta al tumore, dalla prevenzione al fine vita, promosso da Fondazione ANT e cofinanziato da Fondazione CON IL SUD. Con ANT, l’area formazione di A Sud ha portato nelle scuole superiori una riflessione fondamentale: la salute non è mai separata dall’ambiente in cui si vive. Parlare con ragazze e ragazzi di prevenzione oncologica, qualità dei territori, stili di vita, esposizioni ambientali e accesso alle cure ha significato allargare il perimetro dell’educazione ecologista. Non si è trattato di affrontare la malattia come destino individuale o come responsabilità privata, ma di leggere il tumore anche come questione biopsicosociale, attraversata da disuguaglianze, povertà sanitaria, fragilità dei servizi territoriali e condizioni ambientali. Nei percorsi formativi realizzati nelle regioni coinvolte dal progetto, il nesso tra salute e ambiente è stato affrontato a partire dalle criticità specifiche dei territori: inquinamento, esposizione a rischi ambientali, difficoltà di accesso alla prevenzione, ruolo delle comunità locali. 

A Roma Est, dentro Galassia Torpigna, l’educazione ecologista ha incontrato in modo forte il tema della comunità educante. A Tor Pignattara nell’Istituto Comprensivo dell’IC Laparelli, plesso Pavoni, il Consiglio dei ragazzi e delle ragazze non è stato un esercizio simbolico, ma uno spazio reale in cui imparare a discutere, anche con interlocutori politici (all’ultimo incontro del Consiglio ha partecipato anche l’assessora alla scuola del V Municipio Cecilia Fannunza) rappresentare la propria classe, nominare problemi, immaginare soluzioni. Nella secondaria Pavoni, così come emerso anche nel consiglio dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo seguito nella scuola primaria dello stesso istituto, la cura degli spazi, i bagni e il desiderio di aiutare persone fragili sono diventati argomenti di discussione politica. Nel Consiglio, le richieste di miglioramento dell’ambiente scolastico si sono intrecciate con proposte di solidarietà, mutualismo e collaborazione con le realtà sociali del quartiere, fino a immaginare la scuola come punto di raccolta, luogo di incontro, spazio aperto alla comunità, grazie alla collaborazione tra A Sud e l’associazione Nonna Roma

Lo sguardo alla comunità educante e al territorio si è tradotto anche nella realizzazione di un sistema di mappatura partecipata dei servizi socio educativi del territorio.

E ancora ci siamo messe in gioco per sperimentare insieme a altre organizzazioni del terzo settore e in stretta relazione con i docenti e le docenti un modo diverso di fare scuola in cui educazione formale e informale si alleano intorno ad una proposta educativa che sappia valorizzare il plurilinguismo. 

A tenere insieme tutto questo è stata una pratica narrativa. Raccontare la crisi climatica non significa produrre paura, né inseguire immagini lontane e catastrofiche. Significa costruire storie situate: partire da un luogo, da un dato, da una testimonianza, da un conflitto, da una possibile trasformazione. Nei laboratori lo storytelling climatico ha preso forme diverse: video, podcast, mappe, lettere, inchieste, assemblee, restituzioni pubbliche. L’obiettivo era aiutare studenti e studentesse a vedere che la crisi non è un destino naturale e che le soluzioni non possono essere affidate solo ai comportamenti individuali. Servono scelte collettive, politiche pubbliche, alleanze territoriali, scuole capaci di farsi sentinelle del clima e dell’ambiente.

Proprio per questo, nel 2026, i Patti educativi di comunità sono stati una delle esperienze più importanti. In territori diversi, dai quartieri metropolitani alle aree interne, abbiamo visto quanto sia decisivo costruire alleanze tra scuola, terzo settore, enti locali, famiglie e comunità. Un patto non è un adempimento formale: è la possibilità di dare continuità alle relazioni, di trasformare la scuola in presidio culturale, sociale ed ecologista, di far uscire l’educazione dalle mura scolastiche senza disperderla in iniziative episodiche.

Qui si apre però una riflessione programmatica che non possiamo eludere. Lavorare per progetti ci permette di arrivare in tanti territori, sperimentare metodologie, attivare percorsi gratuiti e incontrare comunità che altrimenti resterebbero escluse. Ma la logica progettuale rende spesso difficile generare un impatto profondo e duraturo. Le comunità educanti hanno bisogno di tempo, presenza, ascolto, manutenzione delle relazioni, capacità di tornare, accompagnare, restare. I bandi, invece, chiedono scadenze, indicatori, output, rendicontazioni, risultati visibili in tempi brevi. Il rischio è che proprio ciò che serve di più — la continuità — venga trattato come un elemento accessorio.

Dopo un anno in giro per l’Italia, ci sembra sempre più chiaro che l’educazione ecologista non può essere pensata come un pacchetto di attività da portare dentro le scuole. Deve diventare una politica educativa stabile, capace di sostenere processi lunghi e non solo eventi, alleanze e non solo partenariati. L’impatto si costruisce quando un laboratorio genera un’assemblea, un’assemblea produce una lettera, una lettera apre un confronto con la dirigenza o il municipio, un monitoraggio diventa una mappa pubblica, una mappa alimenta un patto.

Il 2026 ci lascia molte immagini: ragazze e ragazzi che prendono decisioni attraverso la pratica assembleare, che discutono di mobilità e disuguaglianze, studentə dei Centri Metropolitani di Formazione Professionale che si interrogano sul rapporto tra lavoro e ecologia, ragazze e ragazzi in Sicilia che monitorano l’acqua e immaginano soluzioni per adattarsi al cambiamento climatico, interclassi nel quartiere di Tor Pignattara a Roma che immaginano soluzioni per il vivere scolastico più eque e che si ingegnano per immaginare un luogo di accoglienza per chi molto spesso non è accolto. Sono fotografie diverse, ma raccontano la stessa direzione: fare educazione ecologista significa costruire possibilità di azione collettiva

 


Vuoi ricevere le nostre mail dal mondo della scuola? Iscriviti alla nostra newsletter!

Iscriviti alla nostra newsletter!