Riforma della scuola 2026: tecnici, licei e nuovo impianto ideologico

Tagli, aziendalizzazione e revisione ideologica: la scuola secondaria italiana cambia volto tra riforma dei tecnici, nuove Indicazioni per i licei e proteste di sindacati e studentə contro una formazione sempre più subordinata al mercato.


Nella finestra temporale tra il 19 Febbraio e il 22 Aprile 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito italiano ha ridefinito in parte la faccia, l’impianto ideologico, educativo-didattico e organizzativo della scuola secondaria di secondo grado in Italia. E’ uscito infatti il decreto ministeriale che regola il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici e ridefinisce indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei percorsi di studio e a distanza di qualche settimana sono uscite le Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei per la prima fase di consultazione con il mondo della scuola.

Riforma degli istituti tecnici: tagli, filiera e formazione lavoro

Partendo dalla prima, riprendendo le parole della Rete Nazionale Istituti Tecnici che ha commentato così la riforma :

  • Tale riforma riduce gli insegnamenti, tanto scientifici quanto tecnici e umanistici, modificando i quadri orari delle discipline con accorpamenti e tagli di orario che hanno ricadute sui docenti ma soprattutto sugli studenti, comprimendo il diritto a ricevere non un avviamento alla “filiera” professionale, ma una cultura irrinunciabile per tutti, indispensabile per la crescita personale e per lo sviluppo di una cittadinanza critica e consapevole;
  • Viene spostata già al primo biennio la differenziazione tra gli indirizzi tecnici, anticipando così le vere scelte formative all’età di 13 anni, quando ancora molti ragazzi non hanno consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza, dei propri talenti e interessi;
  • Si anticipa la Formazione Scuola-Lavoro (ex alternanza scuola-lavoro, ex PCTO) al secondo anno, quando cioè gli alunni hanno ancora 15 anni e non dovrebbero nemmeno lavorare, stando alla legge: è un’evidente forzatura, per non parlare del rischio di infortuni che già si contano a più di mille ogni anno fra gli studenti;
  • Si subordina il ruolo dell’istruzione tecnica agli interessi delle aziende del territorio, i cui esperti potranno fare il loro ingresso come docenti nelle aule, in un contesto economico stagnante dove – ci viene ripetuto costantemente – molti dei lavori che svolgeranno i nostri alunni ancora non esistono.

La scuola perde in sostanza la sua funzione di formazione ed emancipazione sociale, per divenire un centro di addestramento e formazione professionale a stretto contatto con le esigenze produttive territoriali, con la riforma del 4+2, 4 anni di formazione curricolare più due anni negli ITS Istituti Tecnologici Superiori per la specializzazione professionale, il percorso generalista e universale della didattica negli istituti viene drasticamente ridotta, perdendo 130 ore di didattica.

Nuove Indicazioni Nazionali per i licei

“Con il testo licenziato dalla commissione ministeriale e da oggi offerto alla consultazione pubblica e ai diversi stakeholders, l’Italia compie un passo significativo nella ridefinizione del secondo ciclo di istruzione. Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del Liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società”.

Da questo intento programmatico prende le mosse il testo introduttivo alle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei che hanno l’intento di guidare lo studente alla conquista di una libertà che non è «mera autonomia individuale, svincolata da regole e responsabilità, né tantomeno ridursi a espressione di proteste, come quelle che sfociano a volte in atti illeciti, né ridotta a forme meramente oppositive o reattive».

Per essere delle indicazioni sulla didattica nazionale sembrano piuttosto minacciose, essendo ancora vivide nella memoria le violenze commesse dalla celere ai danni degli studenti minori che manifestavano lo scorso autunno nelle città italiane per fermare il genocidio in atto in Palestina.

Storia, Occidente e critica dei sindacati

Altro punto centrale per l’impianto ideologico delle Indicazioni è quello riguardante l’insegnamento della Storia:

“La centralità della storia dell’Italia e dell’Occidente non è un ripiegamento provinciale: è riconoscimento dell’eredità universale che quella tradizione ha consegnato al mondo moderno — la statualità, i diritti della persona, i fondamenti della ricerca scientifica.”

A queste Linee i sindacati insorgono e lanciano sciopero e mobilitazioni.

USB afferma: “La centralità della storia dell’Italia e dell’Occidente, la soppressione della geostoria, la ridefinizione dell’inclusione come “architrave della cultura occidentale moderna”: non sono scelte didattiche neutre, ma una precisa operazione politica. Si riscrive il canone in chiave identitaria, si restringe lo sguardo storico proprio mentre si chiede ai nostri ragazzi di diventare carne da cannone in guerre globali, si svuotano gli strumenti critici per leggere il presente – il colonialismo, le migrazioni, il genocidio in corso – riducendoli a marginalità rispetto a un nucleo “euro-occidentale” presentato come depositario universale di diritti e civiltà.”

“Scioperiamo per la scuola che include e non separa, capace di rispondere ai tagli agli organici di sostegno e ai servizi per gli alunni con disabilità previsti dal decreto legislativo 62/2024 – scelte di cinica contabilità fatte sulla pelle di studenti, famiglie e lavoratori, mentre i soldi pubblici vengono trasferiti all’industria militare.”

FLC CGIL: “La scuola subordinata alle imprese”

FLC CGIL rincara la dose, per la segretaria Fracassi:

“La riforma dei tecnici attraverso tagli pesanti a discipline fondamentali, sia di cultura generale che professionalizzanti, comporterà un drastico ridimensionamento del monte ore e un impoverimento generale dell’offerta formativa, oltre che il rischio concreto di tagli agli organici e aumento del sovrannumero tra il personale docente e ATA”.

“Si tratta di una scelta politica precisa – chiosa la segretaria della FLC – subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, con un intervento che svuota il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera e la riduce a strumento funzionale alle esigenze produttive locali”.

Sciopero scuola maggio 2026 e salari del personale scolastico

Altro tema caldo e che ha portato i sindacati ad indire lo sciopero per le giornate del 6 e del 7 Maggio 2026 è quello della perdita del potere d’acquisto dei salari del personale scolastico.

Una perdita che secondo i Cobas svaluta la funzione educativa, impoverendo le condizioni di vita di docenti e ATA:

“L’ultimo contratto avrebbe dovuto in teoria recuperare una parte di quel 30% di riduzione del valore salariale, che si è perso negli ultimi 30 anni. Ma di fronte a un’inflazione nell’ultimo triennio del 14,8%, l’aumento è stato solo del 6%. Mancano almeno altri 8 punti per recuperare. Non stiamo chiedendo la luna: quando chiediamo un recupero del 30% del valore dei salari, chiediamo di riportarci almeno al valore dei salari di 20 anni fa. Mi pare che l’obiettivo sarebbe realistico e razionale”.

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