A Santa Marta, di fronte al mare dei Caraibi, l’uscita dai combustibili fossili ha smesso per qualche giorno di essere una formula da negoziato climatico ed è diventata una prospettiva.


A Santa Marta, di fronte al mare dei Caraibi, l’uscita dai combustibili fossili ha smesso per qualche giorno di essere una formula da negoziato climatico ed è diventata una prospettiva concreta, animata da una folto numero di delegazioni governative, popoli indigeni, sindacati, movimenti sociali, comunità locali e scienziati. È qui che Colombia e Paesi Bassi hanno convocato la prima Conferenza internazionale dedicata esplicitamente alla transizione fuori da carbone, petrolio e gas. L’obiettivo: smettere di discutere se uscire dai fossili e iniziare a capire come farlo: con quali tempi, quali strumenti, quali risorse, quali garanzie per lavoratori e territori. 

La conferenza è stata costruita da principio come un processo pensato per allargare il campo alle più di 2600 organizzazioni registrate oltre che ad altri settori della società. Tra febbraio e aprile sono stati inviati contributi scritti e convocati dialoghi online e in presenza, organizzati per gruppi di stakeholder. Dal 24 al 26 aprile, il People’s Summit for a Fossil Free Future ha poi riunito tutti in Colombia con un obiettivo preciso: arrivare all’ultima sezione di dialogo intergovernativo della conferenza con una posizione comune e non con una lista non consensuale di rivendicazioni. Il risultato di questo processo è la dichiarazione finale del vertice, i cui punti principali riguardano lo stop immediato all’espansione fossile; il disegno di roadmap con obiettivi misurabili e differenziati; la costruzione di strumenti di finanza pubblica; la protezione dei difensori ambientali; il coinvolgimento sostanziale di comunità e lavoratori nella chiusura delle attività fossili. La dichiarazione non parla solo di energia, ma di potere: chiede di ridurre la presa delle imprese fossili sui governi, di escludere i lobbisti dei settori inquinanti dai processi climatici e di riconoscere che la dipendenza da carbone, petrolio e gas è intrecciata con debito, militarismo, colonialismo, violenza sui territori. 

Il fatto che questo appuntamento storico sia avvenuto proprio in Colombia non è secondario. Qui la promessa di una transizione giusta incontra una storia lunga di estrattivismo, conflitto e difesa dei territori.  Neppure Santa Marta è un luogo neutro. Si trova in una regione che ben rappresenta contraddizioni e complessità della transizione: memoria coloniale, crisi climatica, disuguaglianze e un turismo che convive con porti carboniferi e il via vai di navi cargo. A pochi chilometri dagli spazi in cui si discute di phase out, continua a muoversi l’economia fossile colombiana. 

Per attirare l’attenzione su questo aspetto, nella mattina del 27 aprile attivisti e attiviste colombiane e internazionali hanno bloccato simbolicamente gli accessi di Puerto Drummond, da cui parte la maggioranza del carbone (65 milioni di tonn l’anno in totale) che la Colombia esporta nel mondo. A intervenire diversi rappresentanti delle comunità locali impattate dalle attività minerarie e logistiche: “non siamo più disposti ad essere zone di sacrificio ambientali e a continuare a riempire le tasche dei governi nel nord globale mentre ci condannano a pagare le conseguenze. Esigiamo il diritto al territorio, il diritto l’acqua, al lavoro, alla salute, il diritto alla verità; esigiamo di sapere di chi è la responsabilità, a nome di chi hanno devastato l’ambiente sfollando le nostre comunità”. Nel pomeriggio la mobilitazione si è poi spostata in città. Centinaia di persone hanno attraversato Santa Marta portando in strada l’idea di un futuro senza fonti fossili. La scelta del porto e poi della piazza ha dato corpo a due messaggi complementari. Da un lato, ha mostrato che l’economia fossile non è un concetto astratto, ma una rete materiale fatta di miniere, terminal, navi, contratti, banche, assicurazioni, violazioni di diritti individuali e collettivi. Dall’altro, ha ricordato che la transizione non può restare confinata nei comunicati finali: deve misurarsi con il lavoro, la salute, l’acqua, la sicurezza alimentare e la democrazia nei territori. 

Esattamente in questo solco si colloca la proposta più ambiziosa che la società civile ha portato sin qui: il cammino verso il Fossil Fuels Treaty, un trattato internazionale sui combustibili fossili, come accordo vincolante che completi l’Accordo di Parigi affrontando ciò che le Cop clima non riescono ad affrontare direttamente ovvero il nodo del phase out dai fossili. A Santa Marta la proposta ha assunto forza particolare; in cinque anni aveva già ricevuto l’appoggio di 18 paesi, 3000 scienziati, più di 4000 organizzazioni sociali, circa 100 premi nobel. La logica è quella dei trattati che hanno provato a contenere minacce globali non governabili da un solo Paese: se carbone, petrolio e gas sono la radice della crisi climatica, allora servono regole comuni sulla loro estrazione, produzione, distribuzione e chiusura. Non basta chiedere ai governi di tagliare le emissioni mentre continuano ad autorizzare nuove miniere, nuovi pozzi, nuovi gasdotti, nuovi terminali. Serve un quadro che renda verificabile l’uscita, ripartisca gli obblighi in base alle responsabilità storiche e impedisca alle imprese fossili di spostare costi, rischi e passività sulle popolazioni. 

È chiaro che un’uscita dai fossili che dipenda solo dalla buona volontà dei governi, dalla convenienza dei mercati o dalla promessa di imprese che continuano a investire in nuove estrazioni non basta più. Per questo il trattato vincolante è l’orizzonte a cui lavorare: trasformare il phase out da auspicio diplomatico a obbligo internazionale, con regole, tempi, responsabilità e risorse, da sottrarre – avvertono i movimenti – dall’inefficacia degli impegni volontari e dalla retorica ambigua delle false soluzioni, costruendo un quadro capace di indicare chi deve fare cosa, entro quando, con quali strumenti e con quali garanzie per le popolazioni più esposte. 

Sullo sfondo c’è la consapevolezza che il percorso di Santa Marta è appena iniziato. La Conferenza appena conclusa è l’inizio e non la fine di un capitolo di cui si sentiva forte l’urgenza, per ragioni tanto di merito che di metodo.  Un percorso in cui il ruolo della società civile può e dovrà fare la differenza, non come presenza decorativa ai margini della diplomazia climatica, ma come forza capace di orientare l’agenda, vigilare sugli impegni, denunciare i rinvii e tenere insieme giustizia climatica, diritti sociali e autodeterminazione dei territori.

L’intervento di apertura della plenaria dell’assemblea dei popoli lo ha detto chiaramente: senza i movimenti sociali di tutto il mondo, questa conferenza non si sarebbe mai tenuta. E ora che si è tenuta occorre spingere per avanzare, un passo dopo l’altro. Il perché è chiaro a tutti: l’uscita dai fossili non sarà concessa dall’alto: andrà costruita, pretesa e difesa, dentro e fuori gli spazi negoziali.

 


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