Il conto delle ondate di calore: chi paga e chi incassa
Ondate di calore, siccità e infrastrutture al collasso: mentre famiglie e lavoratori pagano il conto della crisi climatica, le sei major petrolifere europee registrano profitti record. Serve una tassa strutturale sui super-profitti fossili.
Il conto delle ondate di calore: chi paga e chi incassa
L’estate 2026 sta ridisegnando il costo reale della crisi climatica in Europa. Nel solo 2025 ondate di calore, siccità e alluvioni hanno causato perdite stimate in 43 miliardi di euro nel continente. Un numero che quest’anno rischia di essere superato, mentre il caldo estremo continua a essere trattato come un’emergenza meteorologica invece che come la conseguenza diretta di un modello economico fossile.
Il World Meteorological Organisation la chiama “prova generale”: ospedali sotto pressione non solo per l’afflusso di pazienti ma per il calore stesso, con sistemi di raffreddamento in tilt, macchinari che si guastano, personale sfiancato da notti che non scendono più sotto soglie vivibili (OMS Europa). I trasporti collassano: asfalto che si deforma, binari che si dilatano, condizionatori che cedono (ONU). Le scuole chiudono, scaricando il carico di cura sulle famiglie — spesso in case che sono più calde delle aule stesse.
Il caldo non colpisce tutte le persone allo stesso modo. Circa il 75% delle abitazioni europee non è attrezzato per proteggere chi le abita dalle temperature esterne. Anziani, infanzia, persone incinte, lavoratrici e lavoratori outdoor, persone senza casa o con patologie croniche pagano il prezzo più alto di un’infrastruttura pensata per un clima che non esiste più. Secondo l’ETUC, l’Unione Europea ha registrato dal 2000 un aumento del 42% delle morti sul lavoro legate al caldo — il ritmo di crescita più veloce al mondo.
Anche l’economia trema: la Banca Centrale Europea stima che la crescita agricola annua potrebbe calare tra 1,9 e 7,6 punti percentuali in gran parte delle regioni europee, e che un aumento di 0,5°C nelle temperature globali alza le aspettative di inflazione a cinque anni dello 0,65%. Un’analisi di 350.org calcola che la sola ondata di fine giugno ha aggiunto oltre 700 milioni di euro alle bollette elettriche di Francia e Germania in una settimana — mentre le centrali nucleari, private dell’acqua di raffreddamento dai fiumi in secca (fonte: World Weather Attribution), riducono la produzione proprio quando la domanda di energia per il raffreddamento esplode.
Chi ha causato tutto questo, intanto, incassa. Le sei maggiori compagnie petrolifere europee — Shell, bp, Repsol, TotalEnergies, Eni ed Equinor — hanno realizzato insieme 22 miliardi di dollari di profitti nel solo primo trimestre 2026, il dato trimestrale più alto dal 2022, +43% rispetto allo stesso periodo del 2025, gonfiato dalla guerra contro l’Iran. Secondo Global Witness, il costo dei danni climatici prodotti dalle emissioni delle compagnie petrolifere con sede nell’UE ha già raggiunto 1.500 miliardi di euro dall’Accordo di Parigi. Le stime sui decessi legati all’ondata di giugno parlano di circa 20.000 morti in Europa (fonte: New Scientist) — e a pagare questo conto non sono le major, ma chi vive nelle case senza climatizzazione, chi lavora sotto il sole, chi non può permettersi di scappare dal caldo.
Non è una fatalità climatica: è una scelta politica. Servono contemporaneamente due cose — adattamento con equità al centro (infrastrutture resilienti, sistemi di allerta precoce) e taglio drastico delle emissioni, con la Commissione Europea chiamata a presentare al più presto una Fossil Fuel Exit Roadmap. E serve una tassazione strutturale sui profitti fossili: un quadro fiscale differenziato per le compagnie del settore, stabile e non più episodico come la solidarity contribution del 2022, con obbligo di rendicontazione fiscale pubblica paese per paese e soglie più basse degli attuali 750 milioni di euro di fatturato consolidato — per chiudere le porte alla pianificazione fiscale aggressiva.
I proventi di questa tassa dovrebbero finanziare misure di adattamento eque, protezione dei consumatori, rinnovabili, efficienza energetica e finanza climatica internazionale. Non è redistribuzione simbolica: è la restituzione minima di un debito che l’industria fossile ha accumulato ondata dopo ondata, mentre continua a fare profitti record sulla pelle di chi il clima lo subisce e basta.
Il caldo non è un evento eccezionale. È il funzionamento previsto di un sistema che ha scelto i profitti fossili al posto della vita.
Le major fossili incassano miliardi mentre chi vive per strada, lavora sotto il sole o abita in una casa senza climatizzatore paga il conto più caro. Non è inevitabile: è una scelta che si può contrastare. Sostieni il lavoro di A Sud per una giustizia climatica reale — dalla tassazione dei super-profitti fossili al supporto alle comunità più esposte.
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