La bozza del Piano nazionale di ripristino della natura apre una possibilità concreta: fare della depavimentazione, del verde urbano e della tutela del suolo una nuova politica pubblica. 

C’è una parola che, nelle città italiane, dovrebbe diventare centrale: ripristino. Non come formula tecnica, non come compensazione verde da allegare ai progetti urbanistici, ma come cambio di paradigma. Ripristinare significa rimettere in funzione ecosistemi degradati, restituire permeabilità ai suoli, aumentare spazi verdi e copertura arborea, ricostruire continuità ecologica dove asfalto, cemento e consumo di suolo hanno prodotto frammentazione, calore, rischio idraulico e perdita di biodiversità.

È dentro questa cornice che va letta la seconda bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, lo strumento con cui l’Italia dovrà dare attuazione al Regolamento europeo 2024/1991. Il Piano riguarda ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali, fluviali, costieri e urbani. 

Ma proprio la parte sugli ecosistemi urbani è una delle più rilevanti dal punto di vista politico e sociale, perché entra direttamente nel modo in cui si governa il territorio, si pianificano le città e si decide quali quartieri avranno più ombra, più suolo vivo, più capacità di assorbire piogge intense e più strumenti per difendersi dalle ondate di calore.

La bozza del PNR riconosce gli ecosistemi urbani come sistemi complessi, nei quali salute degli ecosistemi e benessere umano sono interdipendenti. Significa che il verde urbano non è più trattato come decoro, arredo o standard residuale, ma come infrastruttura ecologica essenziale. La tutela degli spazi verdi e della copertura arborea viene collegata agli strumenti urbanistici ed edilizi e assume un valore vincolante, in coerenza con gli articoli 9 e 41 della Costituzione e con gli obblighi del Regolamento europeo.

Il punto più forte riguarda l’articolo 8. Entro il 2030 l’obiettivo è evitare la perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea. Dopo il 2030, la prospettiva cambia ancora: non basterà più non perdere, bisognerà aumentare. La bozza indica 2.761 Comuni italiani classificati come “città” e “piccole città e sobborghi” secondo il sistema DEGURBA, nei quali le misure di salvaguardia dovranno applicarsi entro i confini amministrativi comunali. La superficie indicativa interessata dall’obiettivo di nessuna perdita netta è pari a 113.197,22 km². Alla baseline considerata, gli spazi verdi urbani sono stimati in 71.289,32 km² e la copertura della volta arborea urbana in 22.894,60 km².

La novità politica sta qui: la città non può più essere pensata solo come spazio da densificare, infrastrutturare, valorizzare economicamente. Deve essere anche uno spazio da liberare. Liberare dall’asfalto, dall’impermeabilizzazione, dalla dipendenza da opere grigie che spesso aggravano i problemi che dichiarano di risolvere. La bozza lo dice in modo chiaro: i Comuni devono individuare le aree di incremento di spazi verdi e copertura arborea puntando prima alla riduzione del suolo consumato e alla depavimentazione con ripristino di terreno naturale, e solo dopo all’incremento della componente vegetale e arborea.

Questo punto è decisivo anche per evitare un equivoco molto diffuso: ripristinare la natura in città non significa semplicemente piantare alberi. Significa prima di tutto proteggere il suolo libero rimasto, fermare l’impermeabilizzazione, togliere superfici artificiali dove possibile, ricostituire suoli capaci di infiltrare acqua, ospitare biodiversità, regolare il microclima. Un albero piantato in una buca circondata da cemento non equivale a un ecosistema urbano funzionante. Un tetto verde non può giustificare la distruzione di un’area verde matura. Una compensazione non può diventare una licenza a consumare nuovo suolo.

Per questo il PNR può essere uno strumento importante solo se viene interpretato nella sua parte più avanzata: non come un catalogo di opere verdi, ma come una politica di redistribuzione ecologica dello spazio urbano. Le città italiane non sono tutte uguali. Dentro le stesse città, i quartieri non sono esposti allo stesso modo. Le isole di calore colpiscono più duramente le aree dense, povere di verde, abitate da persone anziane, famiglie a basso reddito, lavoratori e lavoratrici esposte, comunità con minore accesso a servizi, cura e spazi pubblici di qualità. Se il ripristino non parte da qui, rischia di migliorare luoghi già attrattivi e lasciare indietro quelli che pagano il prezzo più alto della crisi climatica.

La bozza del Piano contiene misure molto concrete. Tra le principali: misure di salvaguardia per evitare la riduzione delle coperture arboree e degli spazi verdi urbani; sospensione delle previsioni trasformative che comportino perdita di verde fino al primo monitoraggio; limitazione degli interventi su suoli urbani non artificializzati; monitoraggio annuale; piani urbani della natura comunali; censimento delle aree dismesse pubbliche e private; aggiornamento di piani urbanistici, VAS, VIA e regolamenti edilizi; depavimentazione e ricostituzione dei suoli come misura di ripristino compensativo.

Accanto a queste, il Piano prevede misure di incremento: Fondo per il contrasto al consumo di suolo, forestazione urbana ed extraurbana, ripristino delle perdite registrate dopo l’entrata in vigore del Regolamento, spazi verdi lineari lungo piste ciclabili e percorsi pedonali, depavimentazione di cortili scolastici e aree sportive, conversione di piazzali ospedalieri, depavimentazione di piazze, slarghi e parcheggi, verde su edifici e pertinenze, infrastrutture blu e sistemi di drenaggio urbano sostenibile, verde sulle infrastrutture di trasporto.

Sono misure che possono cambiare materialmente la vita urbana. Un cortile scolastico depavimentato può diventare un luogo di ombra, apprendimento, socialità e adattamento climatico. Un parcheggio trasformato in suolo permeabile può ridurre il deflusso delle acque meteoriche e contribuire ad abbassare la temperatura locale. Un piazzale ospedaliero rinaturalizzato può migliorare il benessere di chi attraversa luoghi di cura. Rain garden, bioswale, trincee drenanti, zone umide urbane e aree di laminazione naturale possono aiutare le città a gestire piogge più intense senza affidarsi solo a reti fognarie e infrastrutture grigie. Il file delle misure collega infatti i Sistemi di drenaggio urbano sostenibile e le Nature-Based Solutions al miglioramento della funzionalità ecologica e della resilienza climatica delle aree urbane.

Il Piano introduce anche un principio importante sulla compensazione: non deve essere spostata altrove a piacimento. Le superfici classificate come spazi verdi urbani e quelle con copertura arborea devono essere recepite negli strumenti di pianificazione e l’obiettivo di azzeramento della perdita netta si applica ordinariamente dentro i singoli ambiti comunali. Non sono ammessi meccanismi di compensazione tra Comuni diversi, né la perdita di verde urbano può essere compensata realizzando nuove aree verdi in ambiti non urbani dello stesso Comune, salvo specifiche deroghe intercomunali o strategiche dentro la stessa aggregazione territoriale di ecosistemi urbani.

È un passaggio da difendere. Perché la compensazione ecologica ha senso solo se è locale, preventiva, verificabile, ecologicamente equivalente e orientata a migliorare davvero i servizi ecosistemici. Altrimenti diventa contabilità ambientale: si distrugge verde dove serve, si promette verde dove costa meno, e il bilancio sembra tornare solo sulla carta. La gerarchia deve essere evitare, ridurre, ripristinare. Compensare solo quando non esistono alternative, e mai per indebolire il principio di tutela.

C’è poi il tema del monitoraggio. La bozza prevede l’uso dei dati Copernicus e, dopo una prima analisi, l’integrazione o sostituzione con prodotti del programma nazionale IRIDE per migliorare risoluzione e accuratezza, anche con valutazioni più efficaci della vegetazione e delle chiome. Non solo la flora verrà osservata ma si vogliono adottare nuove misure standardizzate per monitorare la popolazione degli impollinatori. Ma il monitoraggio non può restare chiuso nelle banche dati tecniche. Deve diventare trasparente, accessibile, leggibile dai territori. Dati su verde, copertura arborea, suolo impermeabilizzato, aree depavimentabili, interventi realizzati e manutenzione devono essere pubblici e aggiornati. Anche la scienza partecipata può avere un ruolo: comitati, scuole, associazioni e comunità locali possono contribuire a segnalare criticità, verificare interventi, costruire mappe di vulnerabilità e pretendere coerenza tra dichiarazioni e trasformazioni reali.

Il ripristino della natura potrebbe consentite finalmente di rimettere ordine e smettere di parlare di rigenerazione per premiare la rendita. La vera rigenerazione ecologica non aggiunge cemento con qualche albero intorno, ma toglie superfici impermeabili, cura il suolo, rafforza le infrastrutture verdi e blu, migliora la vivibilità dei quartieri e riduce l’esposizione agli impatti climatici.

Da questo punto di vista, il Piano può diventare anche uno strumento di democrazia urbana. La consultazione pubblica aperta dal MASE con il supporto di ISPRA non dovrebbe essere una formalità, auspichiamo una ampia partecipazione civica e sociale (si puo’ partecipare fino al 9 giugno). La stessa bozza indica che la sintesi del Piano e la parte sulla partecipazione pubblica saranno elaborate dopo la raccolta delle misure e il completamento della fase partecipativa. È proprio qui che si gioca una parte della sua credibilità. Un Piano di ripristino non può essere costruito solo dall’alto. Deve ascoltare chi vive nei territori, chi difende aree verdi minacciate, chi subisce allagamenti ricorrenti, chi abita quartieri senza ombra, chi lavora nelle scuole, nei presidi sanitari, nei parchi, nelle reti civiche.

La consultazione deve servire a rafforzare almeno cinque punti: priorità ai quartieri più vulnerabili; obblighi chiari per i Comuni; risorse dedicate alla manutenzione; dati pubblici e accessibili; coinvolgimento reale delle comunità locali nella definizione delle aree prioritarie. Senza queste condizioni, il rischio è che il Piano resti un adempimento o che venga applicato in modo diseguale, premiando i Comuni più attrezzati e lasciando indietro quelli con meno personale, meno risorse e maggiori fragilità.

La sfida è impedire che, nei prossimi mesi, prevalgano deroghe, rinvii e interpretazioni deboli. Il Regolamento europeo è già in vigore e la bozza del PNR afferma che gli strumenti urbanistici devono essere coerenti con gli obiettivi di ripristino. Gli enti territoriali sono chiamati ad aggiornare piani e regolamenti, eliminando o rivedendo le previsioni che possono comportare perdita di spazi verdi e copertura arborea.

Per anni le città sono state governate chiedendosi quanto altro suolo fosse possibile consumare. Il Piano nazionale di ripristino impone una domanda diversa: quanto suolo possiamo restituire alla natura, alla biodiversità, all’acqua, all’ombra, alla vita quotidiana delle persone? 

Il ripristino della natura non è una politica per addetti ai lavori. Riguarda il modo in cui respiriamo, ci muoviamo, studiamo, lavoriamo, invecchiamo, attraversiamo estati sempre più calde e piogge sempre più intense. Riguarda i cortili delle scuole, le piazze, i parcheggi, le strade, le aree dismesse, le sponde dei fiumi urbani, gli spazi tra gli edifici. Riguarda soprattutto il diritto delle comunità a vivere in territori meno fragili e meno ingiusti.

Il PNR può diventare una svolta. Ma solo se verrà difeso, migliorato e applicato come politica di giustizia climatica. Non basta approvare un Piano. Bisogna fare in modo che ogni Comune, ogni quartiere, ogni intervento urbanistico sia misurato anche su questo: quanta natura restituisce, quanto suolo libera, quanta vulnerabilità riduce. Qui si gioca il passaggio da una città che consuma territorio a una città che ripara i danni, ricostruisce ecosistemi e si prepara davvero all’impatto della crisi climatica.

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