Il monitoraggio ambientale guidato dalle comunità
Il gruppo di lavoro della European Citizen Science Association (ECSA) sulla citizen science nelle aree colpite da conflitti armati è stato fondato nel 2025, e la conferenza ECSA del marzo 2026 all’Università di Oulu, in Finlandia, è stata la prima occasione per organizzare un evento in presenza aperto alla comunità più ampia.
Le conseguenze ambientali della guerra vanno ben oltre la distruzione immediata dei territori: possono innescare un collasso sistemico della gestione ambientale, lasciando in eredità inquinamento e scarsità di risorse. Sebbene le immagini satellitari e i social media abbiano iniziato a ridurre il divario informativo, in molte aree mancano ancora dati solidi raccolti sul campo, contribuendo alla marginalizzazione delle questioni ambientali nelle risposte alle crisi.
Il gruppo di lavoro ritiene che la ricerca partecipata possa contribuire ad affrontare questo problema, e la tavola rotonda ha riunito ricercatorə, operatorə e attivistə per discutere il ruolo crescente della citizen science nei contesti fragili, esplorando come la partecipazione locale possa colmare i vuoti di dati, attivare valutazioni nazionali e rafforzare forme di resistenza comunitaria contro il degrado ambientale.
Il vuoto di dati ambientali nelle zone di conflitto
Durante la sessione di apertura, Doug Weir del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) ha evidenziato una sfida persistente: il monitoraggio ambientale nei conflitti è stato spesso sia antropocentrico che retrospettivo. Tradizionalmente si aspettava la fine delle guerre per effettuare valutazioni da parte di attori ONU che, pur essendo preziose, rischiano di perdere il livello di dettaglio necessario per la ripresa locale e per i processi di accountability.
La transizione verso la “citizen science” — o, come molte persone presenti preferivano definirla, “monitoraggio partecipativo” e “civic monitoring” — nasce dalla necessità. Nelle aree in cui i sistemi statali di monitoraggio sono collassati, le comunità sono spesso le uniche in grado di documentare la “verità” del proprio ambiente in trasformazione. Tuttavia, come emerso nel dibattito, non si tratta semplicemente di distribuire sensori: è una negoziazione complessa fatta di sicurezza, tecnologia e fiducia.
Un gruppo di lavoro straordinariamente eterogeneo
L’evento ha segnato una tappa importante per il gruppo di lavoro. Anna Berti Suman dell’ONG italiana A Sud, che insieme a Doug Weir coordina il gruppo, ha spiegato che dalla sua nascita nel maggio 2025 il gruppo ha attirato più di 50 membri. Una composizione insolita all’interno di ECSA, che riunisce esperti di monitoraggio delle radiazioni dall’Ucraina, specialistə nella mappatura degli alberi dal Sudan e scienziatə sociali impegnatə nell’etica della citizen science “estrema”.
Tra i risultati raggiunti finora figurano una mappatura dettagliata delle pratiche esistenti a livello globale e una serie di webinar dedicati ai progetti — molti dei quali realizzati direttamente dai membri del gruppo — già attivi nella raccolta dati in questi contesti. Uno degli obiettivi è ripensare i 10 Principi della Citizen Science di ECSA affinché siano applicabili anche in contesti in cui partecipare può mettere a rischio la vita.
Un fumetto a cinque pannelli mostra possibili attività del gruppo di lavoro, tra cui fornire supporto tecnico, aiutare a indirizzare fondi verso aree colpite dai conflitti e lavorare sui principi della citizen science.
Dalla sua nascita, il gruppo di lavoro ECSA sulla citizen science nelle aree di conflitto ha coinvolto oltre 50 membri da tutto il mondo. È stato incredibile ascoltare il lavoro già in corso ed esplorare idee per attività future.
Resilienza attraverso i dati: storie dal campo
Al centro della sessione ci sono stati i racconti di ricercatorə e operatorə della citizen science provenienti da diverse zone di conflitto.
Domiziana Ferrari ha introdotto il tema esplorando come la citizen science possa contribuire a colmare il vuoto di dati ambientali associato ai conflitti armati, e come approcci che combinano osservazioni comunitarie, sensori a basso costo e immagini satellitari possano raccogliere dati ambientali anche dove il monitoraggio tradizionale è collassato.
Korina Defteraiou, di Web2Learn, ha presentato una ricerca sull’Ucraina realizzata nell’ambito del progetto Gromada, che ha documentato quanto le tecnologie digitali stiano supportando la ricerca partecipata durante la guerra in corso. Il dialogo si è rapidamente spostato dal potenziale della tecnologia alle dure realtà del lavoro sul campo.
Ahmed Siddig dell’Università di Harvard ha raccontato le difficoltà nel monitoraggio degli alberi urbani di Khartoum, una risorsa cruciale per la mitigazione climatica. Ha descritto il “paradosso sicurezza-dati”: mentre il team voleva utilizzare piattaforme standardizzate, professionistə della sicurezza avevano avvertito che l’invio di coordinate GPS avrebbe potuto essere interpretato dalle fazioni militari come attività di intelligence. Di conseguenza, il progetto ha scelto un modello più discreto basato su reti WhatsApp, sacrificando la standardizzazione per proteggere la sicurezza delle persone coinvolte.
Un’aula con circa venti persone sedute dietro banchi grigi mentre ascoltano una donna che parla.
Le persone partecipanti al workshop di Oulu ascoltano Anna Berti Suman di A Sud. Crediti: CEOBS.
Mazin Qumsiyeh del Palestinian Museum of Natural History ha parlato con passione della sovranità ambientale e dell’educazione sotto sistemi di oppressione, sottolineando l’importanza di costruire partecipazione nelle comunità. Caroline Michellier del Royal Museum for Central Africa ha spiegato come abbia utilizzato metodi partecipativi per la riduzione del rischio di disastri nella RDC durante periodi di diversa instabilità. Recentemente, la ripresa del conflitto ha causato un calo dell’80% nella raccolta dati a causa di furti di attrezzature, perdita di connessione e restrizioni all’accesso ai territori.
Karam Robeil, ricercatore di politiche ambientali dall’Iraq, ha approfondito le difficoltà del lavoro nei contesti post-conflitto. Il suo progetto per sviluppare test comunitari sulla qualità dell’acqua in Iraq ha dovuto affrontare sospetti e resistenze da parte delle autorità locali, evidenziando quanto sia complesso fare ricerca in contesti di governance fragile e forti interessi consolidati.
Una delle domande più forti emerse durante la sessione è stata: perché occuparsi degli alberi mentre le persone vengono uccise? La risposta di Ahmed è stata netta: risorse ambientali come gli alberi urbani sono fondamentali nel post-conflitto per la salute, la regolazione del microclima e il recupero psicologico. In questa prospettiva, la citizen science non è un lusso, ma una forma di costruzione comunitaria e un modo per riappropriarsi di potere e autonomia in situazioni in cui le persone vengono spesso trattate come vittime passive.
Risultati raggiunti e prospettive future
Il gruppo di lavoro sta attualmente analizzando esempi di successo, come il monitoraggio delle radiazioni realizzato da Save Dnipro in Ucraina, per creare una tassonomia condivisa del settore. Un tema importante della discussione è stato il cambiamento di linguaggio: abbandonare il termine “citizen”, che può risultare escludente per persone sfollate o che vivono in territori occupati, a favore di definizioni più inclusive come “ricerca partecipata” o “human-centric sensing”.
Per il futuro, il gruppo punta a sviluppare:
- Un database (potenzialmente open access) dei progetti di citizen science legati ai conflitti, ospitato sul sito del CEOBS.
- Un policy brief e una guida per la società civile tradotti in più lingue per supportare operatorə locali.
- Un contributo alla revisione formale dei 10 Principi ECSA, esplorando protocolli adatti a contesti ad alto rischio.
Elaine Donderer è specialista in riduzione del rischio di disastri basata sugli ecosistemi e collabora con l’Arava Institute of Environmental Studies e con l’Agenzia Ambientale Tedesca. Per saperne di più sul gruppo di lavoro o contribuire alla mappatura dei progetti in corso, è possibile visitare il sito di ECSA o contattare CEOBS.