A Sud e Nonna Roma: servono congedi climatici per i lavoratori esposti al caldo estremo
Durante le ondate di calore, i rider continuano a lavorare sotto il sole mentre le piattaforme scaricano tutto il rischio su chi consegna. A Sud e Nonna Roma chiedono stop nelle ore più calde, tutele reali e congedi climatici.
A Sud e Nonna Roma
“Per adattarsi al clima che cambia, le piattaforme del food delivery devono sospendere il servizio durante le ore più calde. Servono congedi climatici e nuove forme di indennizzo”.
Roma – Le immagini satellitari e le termocamere restituiscono il quadro di una città bollente, con temperature al suolo che superano anche i 44 gradi e interi quartieri trasformati in una fornace. Roma è sempre più calda, e le periferie formano isole di calore in cui si registrano temperature significativamente più alte rispetto alle zone verdi e rurali. Asfalto, cemento e palazzi alti formano canyon urbani, corridoi stretti che intrappolano il caldo.E in questa morsa c’è chi è costretto a pedalare e a restare sotto il sole. Sono i rider del food delivery, lavoratori che vediamo sfrecciare in bici e in motorino per consegnare pranzi e cene in tutti i quartieri della città, a tutte le ore – anche quando l’ordinanza regionale vieta il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole per una serie di categorie, tra cui edilizia, florovivaistica, agricoltura, logistica, compresa la consegna in bici e in moto.
I rider sono inclusi in questo provvedimento, ma fermare le consegne resta di fatto impossibile: a decidere è l’algoritmo, con il suo sistema di smistamento degli ordini e un’organizzazione del lavoro che ha già portato a inchieste per caporalato digitale e ad accuse di utilizzo di false partite IVA.
L’ordinanza regionale, come tante altre in Italia, è stata elaborata utilizzando la piattaforma Worklimate, un progetto di ricerca che mette insieme epidemiologia, sicurezza sul lavoro e rischi legati alle conseguenze della crisi climatica per chi lavora all’aperto e in condizioni ambientalmente difficili.
Più accurato di un bollettino della Protezione civile, l’indice elaborato da Worklimate calcola temperatura, umidità e irraggiamento per stimare lo stress termico reale a cui è esposto un lavoratore. Quando la piattaforma segna “rischio elevato”, l’ordinanza entra in vigore dalle 12 alle 16, tutti i giorni, fino a metà settembre: a Roma sarà così almeno fino a lunedì prossimo. Esporsi al rischio, però, viene presentato come una scelta individuale. È questa la posizione di piattaforme come Glovo e Deliveroo, che considerano i fattorini lavoratori autonomi e non dipendenti.
Come segnalato da Nidil CGIL, questo comporta l’assenza di qualunque indennizzo.
“Lottiamo e portiamo avanti vertenze soprattutto per ottenere che questi lavoratori siano riconosciuti come lavoratori subordinati, perché ci sono tutte le condizioni per dire che non possono essere considerati autonomi. Non erano nemmeno stati informati da Glovo e Deliveroo dell’ordinanza. Non possiamo accettare che si parli di scelta personale: i rider non scelgono di stare sotto il sole a 34 gradi, sono costretti a farlo da un sistema basato su algoritmi e paghe da fame”, spiega Damiano Carbonari di Nidil CGIL Lazio.
L’anno scorso Roma ha vissuto 84 notti tropicali e 62 giorni in cui la temperatura percepita è stata uguale o superiore a 32 gradi. Non tutti hanno potuto affrontare il caldo con gli stessi strumenti, perché la crisi climatica non colpisce tutte e tutti allo stesso modo.
Per questo bisogna ripartire dallo spazio pubblico: ridisegnare la città, raffreddarla, depavimentare, togliere asfalto e cemento dove possibile. Di certo non aiutano i piani speculativi e l’arrivo dei fondi immobiliari, che concepiscono il verde in città come un accessorio di lusso per appartamenti costruiti sull’esclusione sociale.
Ora che si parla di rifugi climatici – luoghi dove trovare fresco e protezione dal caldo – bisogna affermare con chiarezza che la progettazione degli spazi non è mai neutrale, nemmeno quando si tratta di edifici pubblici pensati per adattare le città al clima che cambia.
I rider che in questi giorni sono in strada sotto il sole dimostrano che un rifugio climatico senza giustizia sociale resterà solo un luogo ombreggiato, fresco ma inutilizzato da chi invece dovrebbe trovarvi un’occasione di riposo e di cura.
Poco utili, in questo senso, sono i discorsi su quanto sia immorale ordinare una pizza quando fa caldo o quando c’è un nubifragio: l’indifferenza delle piattaforme dimostra che il libero mercato non tutelerà mai la vita delle persone, soprattutto se la considera meno importante di una consegna.
Se l’obiettivo è estrarre valore fino al collasso, Glovo e Deliveroo sono sulla strada giusta. Sta alla città pubblica e alla politica pretendere dalle piattaforme un cambio di passo.
“Durante le ondate di calore, e più in generale durante gli eventi climatici estremi, le piattaforme non dovrebbero permettere gli acquisti. La filiera del food delivery dovrebbe fermarsi a monte e riconoscere i diritti di chi ogni giorno assicura il servizio. Colossi come Glovo e Deliveroo non possono pensare di utilizzare lo spazio pubblico come fosse un loro piazzale: se c’è un’ondata di calore devono fermarsi e prevedere misure compensative per i rider. Come accade in Spagna e in altri paesi europei, è il momento di iniziare a parlare di congedi climatici e di tutti quegli strumenti necessari per adeguare le condizioni di lavoro durante ondate di calore, alluvioni e altri fenomeni connessi alla crisi climatica. I congedi climatici possono prevedere fino a quattro giorni di fermo pagato e, dove necessario, un periodo di assenza maggiore dal luogo di lavoro. Non si tratta di utopia, ma di scelte politiche necessarie se vogliamo piani di adattamento equi e giusti, spiega Sara Vegni di A Sud.
Anziani, persone senza fissa dimora, lavoratrici e lavoratori precari, persone con disabilità, cittadini in povertà energetica: sono in tanti a fare i conti con un’ondata di calore che rende visibili le disuguaglianze. Come i rider sono costretti a sfrecciare sull’asfalto bollente, molti cittadini devono lottare per trovare un po’ di refrigerio, spesso lontano da casa, perché l’edilizia popolare e le vecchie abitazioni non garantiscono una buona coibentazione. E basta un imprevisto, un mese di lavoro non pagato o un affitto che si alza, per rendere impossibile l’acquisto di un condizionatore.
“Il caldo di questi giorni ci impone di guardare alla crisi climatica come a un fatto sociale che raggiunge i quartieri di Roma amplificando le disuguaglianze e i fattori di esclusione. Il refrigerio non può essere un lusso per pochi. L’ingresso alle piscine, l’isolamento termico degli edifici popolari e una rete dal basso di rifugi climatici sono azioni necessarie se vogliamo abitare una città più resiliente, ma anche più giusta”, dichiara Alberto Campailla, presidente di Nonna Roma.