La scuola non è uguale per tutt*. La condizione scolastica in Palestina
Con i coloni israeliani che occupano sempre più spazio vitale, le condizioni materiali dei palestinesi hanno raggiunto i limiti della mera sussistenza, ogni altra cosa viene sacrificata, spesso anche la scuola, rimane la necessità di stare al sicuro e di non farsi uccidere.
di Matteo Carosi
Ci sono 68 bambini e bambine qui nel villaggio in età scolare, dalla primaria alla secondaria. Sfortunatamente 2 bambini e 3 bambine da quest’anno hanno smesso di andare a scuola, a causa delle condizioni di povertà in cui vivono, e a causa delle violenze crescenti dei coloni, la strada per raggiungere la scuola non è sicura, durante il tragitto i coloni insultano le bambine. Non ci sono scuola bus che portino i bambini a scuola, bisogna sempre organizzare l’ accompagnamento con la presenza di internazionali, 2 o 3 per volta che li portano a scuola e poi li riportano a casa, è un’operazione difficile a livello organizzativo. Ogni mattina presto bisogna dividere i bambini in 3 o 4 gruppi, verificare la presenza di attivisti internazionali, è un’operazione molto complessa. Ci si impiega più di un’ora per arrivare a scuola, dal 7 Ottobre in poi le strade sono diventate molto pericolose, per la crescente presenza dei coloni, ogni giorno attaccano le macchine, attaccano i bambini, non è sicuro.
Questo è un breve estratto da una intervista fatta nel villaggio di Umm Al Kahir a Tariq, rappresentante del Consiglio autonomo Palestinese del suo villaggio, che ci ha portato a parlare delle condizioni di vita quotidiane sotto occupazione, per questo anche di scuola ed educazione. Il villaggio di Umm Al Kahir, nella regione di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron, in arabo Al Kahlil, in Palestina, è ormai letteralmente circondato dalla presenza di un grosso insediamento di coloni israeliani, Carmel, fondato negli anni ‘80 e da un nuovo avamposto, che dista solo pochi metri dal villaggio palestinese e dal centro comunitario, fondato su terre palestinesi, a Maggio 2025.
Ci sono delle famiglie che vendono sedie e tavolo per trovare qualcosa da mangiare, si vive alla giornata, senza un domani. Non chiedere in questa comunità dove le persone prendono il cibo, è una domanda troppo difficile per trovare una risposta. Da 3 anni a questa parte non ci sono risorse per le famiglie, che hanno un minimo di 3 o 4 figli. All’inizio di quest’anno alcuni bambini hanno smesso di andare a scuola perché le famiglie non si potevano permettere per loro dei vestiti nuovi. Prima del 7 ottobre portavamo le greggi al pascolo oltre la collina dalla mattina alla sera, per poi chiuderle nelle stalle, vendevamo latte e formaggi al mercato. Da quella data in poi i coloni si sono appropriati dei pascoli sull’intera collina e hanno creato dei nuovi confini, oltrepassati i quali attaccano e uccidono pecore e capre, col rischio di venir arrestati dall’esercito israeliano. Da quel momento abbiamo venduto tutte le greggi a prezzi molto bassi, non essendoci più pascoli disponibili. Ora stanno tentando di chiudere da ogni lato il villaggio, fino a farlo diventare una grande prigione.
Con i coloni israeliani che occupano sempre più spazio vitale, le condizioni materiali dei palestinesi hanno raggiunto i limiti della mera sussistenza, ogni altra cosa viene sacrificata, spesso anche la scuola, rimane la necessità di stare al sicuro e di non farsi uccidere.
Questa è una situazione particolare facilmente generalizzabile al resto della Cisgiordania, in cui il sistema educativo e scolastico, soprattutto dal 7 Ottobre 2023 è solo una tra le tante vittime.
Da un intervento in un webinar del 15 Settembre 2025 organizzato dalla ONG Un Ponte Per della professoressa Emilia Rappocciolo, docente universitaria all’Università di Bir Zeit in Palestina, sulla crisi dell’istruzione nei Territori Palestinesi a causa dell’occupazione israeliana, apprendiamo che in Cisgiordania, sebbene la situazione non sia paragonabile a quella di Gaza, il sistema educativo è sotto attacco costante e deliberato. 900 posti di blocco o checkpoint permanenti, per non contare quelli temporanei, impediscono a student* e docenti di raggiungere le scuole quotidianamente. Le istituzioni scolastiche subiscono attacchi, ordini di demolizione, e student* e docenti vengono regolarmente arrestat* da esercito e polizia israeliana o ferit* dai coloni.
Dati raccolti fino alla prima metà del 2025, evidenziano una situazione di violenza sistematica: in 6 mesi sono stat* ferit* 38 student* e 6 insegnanti. Sono stat*arrestat* 72 student* e 1 insegnante, e 1 studente è stato uccis*. 75 strutture scolastiche sono state vandalizzate o danneggiate da attacchi di coloni o dall’esercito israeliano. Su 84 scuole pendono ordini di demolizione, mettendo a repentaglio l’istruzione di oltre 12.000 student*.
A questa situazione si aggiunge la grave crisi economica innescata dall’espandersi dell’occupazione. Gli/le insegnanti delle scuole pubbliche, dipendenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, ricevono solo il 50% del loro stipendio dall’ottobre del 2023. Questo è dovuto alla decisione di Israele di trattenere le tasse dovute all’Autorità Palestinese, una pratica usata come strumento di ricatto politico e vendetta generalizzata. Di conseguenza, l’anno scolastico 2025-2026 è iniziato con uno sciopero e attualmente gli studenti frequentano la scuola solo tre giorni a settimana.
Questa situazione ha spinto molt* ricercator* e attivist* a definire l’attacco strutturale dell’occupazione israeliana al sistema educativo palestinese come “scolasticidio”. L’educazione che ha sempre rivestito un’importanza primaria per i palestinesi, che tradizionalmente hanno un tasso di istruzione superiore tra i più alti del mondo arabo, diventa per questo necessariamente uno strumento di liberazione, un atto di resistenza e di affermazione identitaria fondamentale.
La scuola non è uguale per tutt*.
foto di Irene De Marco