DIPENDE DALLA CLASSE – voci dalla scuola

Mercoledì 4 febbraio 2026, nell’aula magna gremita del plesso Pisacane dell’Istituto Simonetta Salacone, si è conclusa la due giorni romana di confronto dedicata al libro di Michele Arena, Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista (Erickson, Il Margine, 2025).


di Alessandro Bernardini

Manifesto per una scuola anticlassista  (Erickson, Il Margine, 2025) 

Mercoledì 4 febbraio 2026, nell’aula magna gremita del plesso Pisacane dell’Istituto Simonetta Salacone, si è conclusa la due giorni romana di confronto dedicata al libro di Michele Arena, Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista (Erickson, Il Margine, 2025). 

 

L’aula era strapiena: insegnanti, educatrici ed educatori, genitori, studentesse e studenti, associazioni del territorio, riunit* non solo per ascoltare la presentazione del libro di Michele Arena, ma per interrogarsi collettivamente sul senso della scuola oggi.

«Insegnare è un lavoro meraviglioso, ma dipende dalla classe». «La scuola senza voti funziona, ma dipende dalla classe». Arena parte da queste frasi, così comuni nei corridoi scolastici, per aprire una riflessione che spiazza. Che cosa intendiamo davvero quando diciamo “classe”? La classe come gruppo di alunni? O la classe come appartenenza sociale?

Il doppio significato diventa la chiave per leggere una scuola attraversata da disuguaglianze profonde. Il successo o l’insuccesso scolastico non sono mai solo questioni individuali, è questo che afferma l’autore e lo fa attraverso dati, esempi concreti e una dose personale di esperienza diretta, dura e difficile, che non ha avuto il timore di raccontare. «Quanti figli di genitori non laureati arrivano alla laurea? Quanti diplomati dei professionali accedono all’università?», chiede. Le percentuali parlano chiaro: la traiettoria scolastica è ancora fortemente segnata dall’origine sociale.

Nel dialogo con i relatori e le relatrici — insegnanti, rappresentanti di associazioni, realtà impegnate nel contrasto alle mafie e nella promozione culturale — il confronto si è fatto vivo. C’è chi ha raccontato la fatica quotidiana di lavorare in contesti complessi, chi ha sottolineato il rischio di una retorica del merito che finisce per colpevolizzare chi parte svantaggiato, chi ha portato esperienze di valutazione narrativa e di scuola senza voti.

Arena insiste su questo punto: ignorare il peso dei privilegi significa riprodurre, anche inconsapevolmente, le stesse ingiustizie che l’educazione dovrebbe contrastare. La scuola italiana, afferma, è spesso “a due velocità”: da una parte chi possiede capitale sociale e culturale e conosce i codici del gruppo dominante; dall’altra chi non ha “i genitori giusti, la lingua giusta, il modo giusto di stare al mondo”. In mezzo, ci sono gli insegnanti che cercano di costruire ponti.

E allora, se “dipende dalla classe”, la classe può diventare anche uno spazio di resistenza. Un laboratorio democratico dove decostruire la retorica del merito, mettere al centro la reciprocità, promuovere una cultura della cura. Non un luogo neutro, ma uno spazio politico nel senso più alto del termine: capace di interrogarsi su potere, appartenenza, opportunità.

Il confronto si è chiuso con molte domande aperte e con un senso condiviso di responsabilità. La comunità educante presente — così ampia e variegata — ha mostrato che esiste un bisogno diffuso di ripensare pratiche e linguaggi. Non per rinunciare all’esigenza e alla qualità, ma per ridefinirle in chiave più giusta ed equa.

La presentazione del 4 febbraio non è stata solo un momento culturale. È stata un’occasione di riconoscimento reciproco tra chi attraversa la scuola con ruoli diversi ma con una stessa convinzione: l’educazione non è neutrale. E se davvero tutto “dipende dalla classe”, allora sta a noi decidere che classe vogliamo costruire.

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