La Colombia potrebbe essere la prossima? Lo scenario dopo l’attacco Usa in Venezuela
La conferenza stampa di Donald Trump dopo l’operazione “imperiale” di inizio gennaio è un punto di non ritorno anche per Bogotà, pur se lo Stato guidato da Gustavo Petro sia molto diverso dal Venezuela per organizzazione politica e militare. In questa intervista Simone Bruno, giornalista italiano che risiede da 20 anni in Colombia e ha fondato l’Associazione internazionale della stampa nel Paese, spiega bene contesto e prospettive
[Laura Greco su Altreconomia] L’azione militare statunitense in Venezuela non è un episodio isolato ma un messaggio sistemico, rivolto all’intera America Latina e in particolare ai governi progressisti che negli ultimi anni hanno tentato di riaprire spazi di autonomia politica, energetica e diplomatica, come il governo colombiano di Gustavo Petro.
Dopo una fase in cui la competizione globale sembrava concentrarsi sull’Ucraina e sull’Indo-Pacifico, Washington torna a rivendicare apertamente il proprio “cortile di casa”. Lo fa non attraverso un’invasione tradizionale ma con un’azione selettiva, rapida e asimmetrica, capace di rompere il tabù della sovranità senza assumersi i costi di una guerra lunga.
Il nodo centrale è il petrolio. In un contesto di transizione energetica proclamata ma mai davvero realizzata, le riserve venezuelane -tra le più grandi al mondo- tornano a essere strategiche. Il rientro progressivo di Chevron in Venezuela, reso possibile negli anni da deroghe mirate al regime sanzionatorio, segnala una gerarchia che non cambia: l’energia viene prima della democrazia. È dentro questo quadro che l’operazione contro Caracas assume il valore di un avvertimento generalizzato: chi controlla il sottosuolo ma non si allinea pienamente resta vulnerabile.