Un incubo divenuto realtà 29 ottobre, 2018 | Redazione A Sud

Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile.

[Marica Dipierri per A Sud] Chiunque abbia a cuore l’uguaglianza di genere, la giustizia sociale, la tutela ambientale e la democrazia ha avuto un brutto risveglio stamattina, guardando al risultato delle elezioni presidenziali brasiliane. Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito e nostalgico della dittatura, ammiratore di Pinochet e di Fujimori, rappresentante della destra estrema brasiliana, con idee che definire conservatrici è un eufemismo, ha vinto la competizione elettorale contro Fernando Haddad, candidato del PT – Partito dei Lavoratori e delfino di Lula.

 

Cosa abbia spinto il 55% dei votanti a scommettere su un uomo che preannuncia politiche repressive e promette un ritorno al medioevo culturale è interrogativo su cui occorrerà a lungo riflettere. L’inchiesta per corruzione che ha coinvolto il PT e che ha disaffezionato molti elettori è un importante fattore da considerare, anche se durante il lungo periodo in cui la candidatura di Lula è stata in ballo, i sondaggi continuavano a dare il metalmeccanico in vantaggio nelle intenzioni di voto rispetto a ogni altro candidato. Probabilmente l’entrata in gioco ritardata di Haddad non ha permesso all’accademico, ex sindaco di Sao Paolo ed ex ministro della cultura di avere il tempo necessario a consolidare attorno alla sua figura il consenso necessario a sventare l’incubo Bolsonaro. Ulteriore elemento a giocare un ruolo di rilievo è senz’altro il contesto globale, con la rapida ascesa dei populismi di destra in molti paesi da un lato all’altro dell’Atlantico. Tra i primi a congratularsi con il neo eletto, con dichiarazioni di giubilo, il presidente U.S.A. Donald Trump e il Ministro degli interni italiano Matteo Salvini. Anche questo, non certo un buon segno.

 

Un fanatico reazionario alla guida del Brasile

 

Bolsonaro è un reazionario: a favore della tortura e della reintroduzione della pena di morte, intende liberalizzare l’uso delle armi e militarizzare il paese per risolvere la violenza sociale con la violenza militare. È dichiaratamente xenofobo, omofobo e misogino e conta sull’appoggio dei potentissimi movimenti evangelici. Per non lasciare nulla all’immaginazione, ha designato come vicepresidente il generale in pensione Hamilton Mourao, che ha dichiarato candidamente di non vedere di cattivo occhio un colpo di Stato.

 

Il profilo del neo-eletto ex militare è talmente di destra che l’Economist ha definito Bolsonaro “una minaccia per l’intera America Latina”. Forti mobilitazioni popolari avevano nei mesi scorsi acceso il paese lanciando l’ashtag#EleNão – non lui – per denunciare pubblicamente i rischi legati alla sua elezione alla luce delle posizioni estremiste ed antidemocratiche su uguaglianza di genere, razzismo ed omofobia. Non è bastato.

 

Guerra all’ambiente

 

Oltre alla visione aberrante della società che Bolsonaro porta con sé, a destare preoccupazione sono anche le politiche che il candidato di destra ha annunciato di voler varare a livello ambientale. Una svolta completa nel percorso, lungo e accidentato, verso la tutela del patrimonio ambientale del paese, che va a braccetto con gli interessi dei grandi latifondisti e dell’agrobusiness. L’ex militare promette infatti di inaugurare un nuovo corso mirato a far uscire il Brasile dall’Accordo di Parigi per il contrasto ai cambiamenti climatici e di distruggere ciò che resta della foresta amazzonica.

 

L’apertura dei territori indigeni all’industria estrattiva, la revisione (ovvero l’annacquamento) delle normative in materia di tutela ambientale, lo smantellamento dei diritti acquisiti tramite decenni di battaglie dai popoli indigeni, la semplificazione delle procedure di rilancio dei permessi per le grandi opere infrastrutturali, l’accorpamento di istituzioni cardine per la protezione ambientale e la pianificazione sostenibile nella gestione dell’incredibile patrimonio naturale del paese – tra cui il Ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura – sono solo alcuni dei punti di un programma che preoccupa non solo gli ecologisti. La strada per un’azione condivisa a livello globale nella sfida contro distruzione ambientale e cambiamenti climatici sembra da oggi ancor più in salita.

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