TAP: il disastro climatico del Governo italiano 1 novembre, 2018 | Redazione A Sud

[di Cecilia Erba per A Sud]

 

Tagliare le emissioni. Abbandonare le fonti fossili. Trasformare l’attuale modello economico.

 

Non sono solamente gli slogan degli attivisti: è ciò che ci chiede la comunità scientifica, è ciò che è stato approvato dai governi di tutto il mondo, quando nel 2015 hanno sottoscritto l’Accordo di Parigi e l’impegno a mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia di 1,5°C-2°C.

 

Eppure, il governo italiano, nonostante gli slogan di “cambiamento”, continua imperterrito per la propria strada di sovrasfruttamento delle risorse e inquinamento. Quella strada che, secondo l’IPCC (International Panel on Climate Change, l’organo intergovernativo ONU per lo studio dei cambiamenti climatici), porterà a fine secolo a un aumento delle temperature medie globali di quasi 5°C.

 

L’annuncio del premier Conte della decisione di proseguire con il progetto di Tap, il gasdotto di 878 km che, passando per il Salento, dovrebbe trasportare dall’Azerbaigian all’Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, arriva come il colpo finale alle speranze di una svolta nelle politiche climatiche italiane.

 

Il governo prosegue il percorso tracciato dai propri predecessori e dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN) approvata nel 2017, che prevede da qui al 2050 l’aumento del gas nel mix energetico nazionale con una fantasiosa rivisitazione del termine “decarbonizzazione” (dall’inglese “decarbonization”), interpretato come superamento del carbone (attraverso per l’appunto il metano) e non nel significato reale di eliminazione delle emissioni di carbonio, e quindi di tutte le fonti energetiche fossili.

 

Eppure l’Italia dovrebbe essere particolarmente sensibile al tema dei cambiamenti climatici, visto che è gravemente esposta alle conseguenze di un ulteriore aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera. Il nostro Paese si sta riscaldando infatti a un tasso doppio rispetto al resto del pianeta, e registra attualmente temperature medie già di 1,5°C più alte rispetto al periodo preindustriale. La perturbazione che in questi giorni sta colpendo tutta Italia, causando morti, sfollati, inondazioni, devastazioni delle città e delle coltivazioni e forti perdite economiche, è solo un assaggio di quello che dobbiamo aspettarci in futuro. Un cambiamento radicale del clima trasformerebbe infatti le nostre vite da tutti i punti di vista: dalla salute al lavoro, dall’accesso al cibo e all’acqua ai fenomeni migratori.

 

Eppure un’alternativa ci sarebbe: sta nella transizione verso un modello sostenibile, sta, ad esempio, nello sfruttamento di quel potenziale di energia rinnovabile che permetterebbe all’Italia di diventare indipendente dalle fonti fossili entro il 2050. Secondo uno studio internazionale, se passassimo a energia totalmente pulita si eviterebbero oltre 46mila morti premature l’anno, si avrebbero quasi 500mila nuovi posti di lavoro e risparmieremmo circa 6000 euro a testa annui.

 

In quest’ottica, la politica italiana che non coglie queste opportunità e sceglie invece fonti fossili inquinanti appare tanto più miope, quanto disastrosa.

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