L’Europa butta a mare il diritto d’asilo
Le difficoltà per tutelare i migranti climatici-ambientali, ne parliamo con l’avv. Chiara Maiorano.
Un Mediterraneo più caldo diventa sempre più pericoloso, come luogo da vivere e da attraversare. Lo ha dimostrato il recente passaggio del ciclone Harry, sia per i danni provocati in Sicilia (Calabria e Sardegna) sia per la tragedia umanitaria, meno nota, della traversata della rotta mediterranea, proprio nei giorni del ciclone, di circa mille persone migranti – partite dalla Libia e dalla Tunisia e dirette verso l’Italia e Malta – che potrebbero essere morte.
Eppure, la priorità per i governi sovranisti e l’ultradestra europea resta quella di promuove politiche di respingimento in nome di una presunta “difesa dei confini”, anziché tutelare la vita delle persone. La fortezza Europea festeggia una nuova vittoria sul fronte della svolta securitaria del governo della migrazione. Il Parlamento europeo, il 10 febbraio, ha dato il via libera alla possibilità di respingimenti più rapidi da parte degli Stati membri (nel caso di arrivo da Paesi di origine sicuri) e al ricorso del principio di Paese terzo sicuro, che non richiede nessun legame diretto con il richiedente. Un passaggio questo che si inserisce nella strategia dell’Unione di spostare il controllo delle frontiere fuori dall’Europa tramite accordi con Paesi terzi, come la Tunisia. Un contesto europeo che copre le spalle al governo italiano che proprio in questi giorni, in sede di Consiglio dei Ministri, ha approvato un nuovo disegno di legge che recepisce le norme europee del Patto per la migrazione e l’asilo, in vigore da giugno 2026, e che introduce una stretta su molte procedure di accoglienza, affidandosi a un linguaggio che evoca uno scenario bellico, come il blocco navale e il ritorno del “sistema Albania”.
Eppure, la realtà di chi attraversa il Mediterraneo, in tutta la sua drammaticità, ci dimostra che un approccio repressivo non serve né a limitare i flussi migratori né a regolare le migrazioni, né tantomeno ad affrontarne le sue cause strutturali, come la crisi climatica, che si intreccia sempre più fortemente con altri fattori di spinta come conflitti armati, violazione dei diritti umani e povertà.
Della complessità della migrazione climatica ne parliamo con l’avv. Chiara Maiorano, esperta di diritto dell’immigrazione e della protezione internazionale, con specifico focus sul diritto dell’ambiente legato alle migrazioni ambientali.
La crisi climatica rende sempre più vulnerabili comunità e territori, divenendo ormai una vera e propria questione di sicurezza. Sulla base della tua esperienza diretta nel dialogo con persone migranti, quanta consapevolezza c’è da parte di chi scappa dai propri luoghi di origine rispetto agli effetti degli eventi estremi sulle proprie vite e in che termini questi vengono percepiti
Dalla mia esperienza diretta con persone rifugiate e richiedenti asilo emerge una consapevolezza molto concreta, anche se raramente espressa in termini “climatici” o scientifici. Sebbene gli effetti degli eventi estremi siano la causa primaria della perdita di mezzi di sussistenza, spesso chi fugge non utilizza la terminologia scientifica della “crisi climatica”. La percezione è declinata in termini di sopravvivenza immediata: la terra che non produce più, i pozzi che si seccano o i pascoli distrutti. La consapevolezza è dunque legata a un’esperienza tangibile di privazione piuttosto che a una visione d’insieme del fenomeno globale. Molti migranti percepiscono la propria partenza come una necessità economica, non realizzando immediatamente che quella crisi economica è il prodotto diretto di un mutamento ambientale irreversibile.
In Italia abbiamo alcune sentenze pionieristiche che hanno riconosciuto la protezione internazionale per cause climatiche-ambientali, sebbene come noto non esistono strumenti di tutela giuridica condivisi a livello internazionale per chi scappa a causa della crisi climatica e del degrado ambientale. Cosa ci raccontano queste sentenze e oggi sul piano giuridico su cosa si deve/può fare leva per tutelare chi è perseguitato climatico?
Le sentenze italiane che hanno riconosciuto una forma di tutela in contesti di grave degrado ambientale sono importanti perché mostrano la capacità del diritto vivente di adattarsi a fenomeni nuovi, anche in assenza di una categoria giuridica formalizzata di “rifugiato climatico”. Queste decisioni ci dicono che il sistema non è del tutto impermeabile: il giudice può e deve guardare alla sostanza delle violazioni dei diritti fondamentali. Sul piano giuridico, oggi si lavora soprattutto sulla protezione sussidiaria e sulla protezione speciale, valorizzando il diritto alla vita, all’integrità fisica, alla salute, a un’esistenza dignitosa (art. 2 e 32 cost, principio di non refoulement). In molti casi il degrado ambientale è letto insieme all’incapacità o indisponibilità dello Stato di origine di proteggere la popolazione. Il punto non è tanto l’evento naturale in sé, ma il suo impatto sui diritti umani e sulla possibilità concreta di sopravvivere. È una prospettiva che richiede un approccio probatorio complesso e una forte competenza interdisciplinare.
A giugno di quest’anno entrerà in vigore il nuovo Patto UE su Migrazioni e Asilo, un pacchetto di norme destinato a trasformare profondamente in senso restrittivo il diritto di asilo in Europa. In questa cornice come si inserisce la matrice climatica-ambientale della migrazione e quali difficoltà si prospettano nel lavoro per tutelare i migranti climatici-ambientali.
Il nuovo Patto UE su Migrazioni e Asilo rischia di comprimere ulteriormente gli spazi di tutela, perché rafforza meccanismi di selezione accelerata e una lettura sempre più restrittiva delle domande di protezione. In questo quadro, la migrazione climatico-ambientale resta sostanzialmente invisibile. La difficoltà principale, per chi lavora nella tutela legale, sarà far emergere la complessità delle storie in un sistema che spinge verso procedure rapide e standardizzate. Dimostrare il nesso tra crisi ambientale, violazioni dei diritti e rischio individuale richiede tempo, ascolto e approfondimento, tutti elementi che il nuovo impianto normativo tende a ridurre. Il rischio è che queste domande vengano liquidate come “migrazioni economiche”, ignorando completamente il contesto di vulnerabilità strutturale da cui nascono.
Guerra e crisi climatica agiscono sempre più in sinergia come acceleratori dei flussi migratori forzati, ti è capitato di ascoltare storie di migranti che ne hanno dato evidenza?
Il nesso tra conflitti e clima è ormai evidente in molte aree, come il bacino del Lago Ciad o il Sahel. In queste regioni, la desertificazione e la scarsità di risorse idriche esasperano le tensioni tra comunità (ad esempio tra agricoltori e pastori), creando un terreno fertile per l’insorgenza di conflitti armati e l’espansione di gruppi terroristici. Le storie di chi fugge confermano che la violenza subita è spesso l’ultimo anello di una catena iniziata con il collasso dell’ecosistema locale.
Alla luce del dato che oggi è sempre più difficile isolare una sola causa della migrazione quanto ha senso ragionare ancora per categorie di migranti?
Ragionare per categorie rigide (migrante economico vs. rifugiato politico) ha sempre meno senso in un mondo caratterizzato da crisi sovrapposte. La migrazione oggi è un fenomeno multi-causale dove i fattori ambientali agiscono come “moltiplicatori di minacce”. Isolare una singola causa è un’operazione artificiale che non rispecchia la realtà: chi parte lo fa perché l’intreccio di instabilità politica, povertà estrema e degrado ambientale rende impossibile restare. Un approccio basato sulla protezione dei diritti fondamentali della persona, piuttosto che sulla sua appartenenza a una categoria, appare come l’unica strada percorribile.
Per approfondire la matrice climatica-ambientale della mobilità umana ed esplorare forme di tutela per le persone migranti attraverso la lente scientifica, sociale, giuridica e metodologica (valorizzando le testimonianze dirette e le conoscenze di persone migranti al fine di promuoverne l’inclusione nella gestione del fenomeno), il 19 febbraio, dalle 15.00, si terrà l’evento “Crisi climatica e migrazioni forzate. Una riflessione a più voci”, organizzato dal CNR, presso l’Area Territoriale di Ricerca CNR di Bologna, Biblioteca Dario Nobili (via Gobetti 101, Bologna). Nel corso dell’iniziativa dialogheranno A Sud, l’Università di Padova, l’organizzazione WeWorld e l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (A.S.G.I.). Un’occasione questa pensata non solo come momento di confronto tra il mondo scientifico e quello giuridico e sociale, ma anche come spazio di riflessione condivisa sulle responsabilità e le pratiche necessarie per affrontare insieme le migrazioni indotte dalla crisi climatica. Per maggiori dettagli clicca qui.