Cop26: l’impatto del climate change sulla salute pubblica

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I cambiamenti climatici si traducono in impatti sanitari sempre più drammatici

Tra le argomentazioni che hanno sollecitato, nel corso della COP26, azioni climatiche più urgenti c’è dunque la necessità di minimizzare i rischi per la salute.

È ormai un dato acclarato che i cambiamenti climatici si traducono in impatti sanitari sempre più drammatici, non soltanto nei paesi del mondo più vulnerabili ma anche, con frequenza e intensità maggiore, nei paesi industrializzati.

Tra le argomentazione che hanno sollecitato, nel corso della COP26, azioni climatiche più urgenti c’è dunque la necessità di minimizzare i rischi per la salute. Gli scienziati e gli esperti di sanità presenti alle negoziazioni hanno ribadito nelle giornate di Glasgow che, dalle ondate di calore agli impatti sull’accesso al cibo e all’acqua, il cambiamento climatico può tradursi in conseguenze sanitarie oggi non calcolabili.

Ma alcuni rischi per la salute connessi al cambiamento climatico sono già ben noti.

 

Lo stato dell'arte

L’inquinamento atmosferico, strettamente legato all’uso di combustibili fossili, uccide circa 7 milioni di persone all’anno. Per mettervi freno occorrerebbe anzitutto azzerare i 5,9 trilioni annui (secondo il FMI) di sussidi diretti e indiretti all’industria dell’energia fossile.

Secondo uno studio pubblicato su Lancet la scorsa estate e realizzato dal team di ricerca della Scuola di Salute Pubblica e Medicina Preventiva dell’Università Monash di Melbourne, ogni anno le temperature estreme dovute a eccessi di caldo e di freddo causano 5 milioni di decessi a livello mondiale, il 10% delle morti globali. Lo studio è stato effettuato analizzando 750 città in 43 Paesi ubicati in tutti e cinque i continenti. Più colpiti risultano il continente africano e quello asiatico, rispettivamente con 2,4 e 1,8 milioni di morti l’anno. Le ondate di calore interessano invece anche sempre più l’Europa, con 178.700 morti l’anno.

Sia l’UNFCCC che il preambolo dell’Accordo di Parigi fanno riferimento agli effetti dei cambiamenti climatici sul godimento del diritto alla salute, che può esplicarsi tanto attraverso mutate e avverse condizioni climatiche estreme che – indirettamente – tramite le modifiche inferte dai cambiamenti climatici sui sistemi naturali.

Secondo l’OMS “il cambiamento climatico ha contribuito a circa 5 milioni di anni di vita persi in tutto il mondo solo nel 2000 a causa dell’aumento di malattie come la diarrea, la malnutrizione e la malaria, soprattutto nei Paesi in via di Sviluppo” . Un numero destinato a raddoppiare entro il 2030 o comunque con un aumento di solo 1°C della temperatura media globale.

A ciò si aggiunga che i cambiamenti climatici ampliano e sempre più amplieranno le disuguaglianze in termini di accesso ai servizi sanitari in molti Paesi. Il Lancet Countdown Report 2019, pubblicato nel 2020, ha calcolato che la vita di ogni essere umano nato oggi sarà profondamente condizionata dai cambiamenti climatici, la cui entità è tale da definire lo stato della salute delle persone in ogni momento della loro vita. Il report indica che a politiche invariate, i minori in età neonatale saranno maggiormente esposti al rischio di malnutrizione, a causa del trend di riduzione delle rese agricole registrato negli ultimi tre decenni, cui consegue l’aumento dei prezzi dei cereali con crescenti difficoltà di accesso per le fasce maggiormente vulnerabili della popolazione. Ulteriore rischio per la popolazione infantile è costituito dalle malattie infettive, acuito dalla crescente diffusione di batteri causata dalle variazioni climatiche. I batteri sono alla base dell’insorgenza di patologie che causano mortalità infantile soprattutto nelle aree rurali, ad esempio dissenterie e infezioni da ferite. Nella fase dell’adolescenza il crescente impatto dell’inquinamento atmosferico ha causato nel 2016 ben 2,9 milioni di morti premature. Infine, per gli adulti uno dei principali rischi è – e sempre più sarà – rappresentato dal maggior numero e dall’aumentata intensità degli eventi metereologici estremi; nel solo 2018 più di 220 milioni di persone di età superiore ai 65 anni sono state esposte a ondate di calore, rispetto alle 157 milioni dell’anno precedente.

Il quinto rapporto di valutazione dell’IPCC ha previsto che i cambiamenti climatici causeranno in prospettiva un sempre maggiore rischio di lesioni, malattie e decessi dovuti all’aumento delle temperature e degli incendi.

 

Le discussioni alla Cop26

Nelle discussioni tematiche dedicate alla relazione tra salute e cambiamenti climatici nell’ambito della Cop26, sono emersi alcuni punti degni di nota.

Rapporto speciale COP26 su cambiamento climatico e salute

L’11 ottobre scorso è stato pubblicato dall’OMS il Rapporto speciale COP26 su cambiamento climatico e salute, contenente 10 raccomandazioni e serie di azioni prioritarie, individuate dalla comunità sanitaria globale e indirizzate a governi e decisori politici riuniti a Glasgow. La richiesta è quella di mettere su un’azione urgente che tenga assieme emergenza climatica e crisi sanitarie.

In occasione del lancio l’OMS ha specificato che “le raccomandazioni sono state sviluppate in consultazione con oltre 150 organizzazioni e 400 esperti e professionisti della salute […] evidenziando l’opportunità per i governi di dare priorità alla salute e all’equità nel movimento internazionale per il clima e nell’agenda dello sviluppo sostenibile.”

L’approccio utilizzato dall’OMS è olistico, nel senso che le raccomandazioni non riguardano strettamente le tematiche sanitarie ma abbracciano i vari aspetti delle politiche pubbliche connessi ai determinanti della salute pubblica, con specifico riferimento ai fattori ambientali e climatici.

Tra essi, il legame tra salute e condizioni socio-economiche, la necessità di analisi costi-benefici nel calcolare gli impatti positivi delle politiche climatiche sulla salute, l’importanza di costruire sistemi sanitari resilienti, il legame tra sistemi energetici, ambienti urbani e salute.

Programma Salute alla COP26: Accordo sulla resilienza dei sistemi sanitari

Il 9 novembre nell’ambito del Programma Salute della Cop26, realizzato in partnership fra OMS – Organizzazione mondiale della sanità, Unfccc, organizzazioni sanitarie e governo britannico, è stato annunciato l’accordo attraverso il quale 50 paesi hanno sottoscritto l’impegno a costruire sistemi sanitari capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici.

La maggior parte dei paesi firmatari, 45, tra cui Usa, Spagna, Emirati Arabi e Argentina, hanno aggiunto a tale impegno anche la determinazione a ridurre cospicuamente il carico emissivo dei propri sistemi di salute pubblica mentre 14 di essi hanno formalizzato uno specifico obiettivo di zero emission al 2050.

L’intenzione è quella di “adattare” sin d’ora i sistemi sanitari affinchè possano essere pronti ad affrontare il peso degli impatti climatici: “il futuro della salute deve essere costruito su sistemi sanitari resistenti all’impatto di epidemie, pandemie e altre emergenze, ma anche agli impatti climatici, inclusi eventi climatici estremi, malattie legate all’inquinamento atmosferico e al riscaldamento globale“, è quanto ha dichiarato il direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

I rischi per la salute legati al cambiamento climatico sono dunque ancora oggi in costante aumento. Per minimizzarli c’è bisogno di grandi investimenti indirizzati non solo al rafforzamento dei sistemi sanitari ma anche a ridurre l’inquinamento atmosferico, migliorare la qualità della vita, integrare politiche climatiche e politiche sanitarie, lavorare sulle politiche di inclusione sociale in particolare nelle aree marginali delle città e nelle aree rurali.

Emergenze alle quali urge dare risposte adeguate.