Il Coronavirus Come Possibilità

Il Coronavirus come possibilità

Stiamo vivendo giornate difficili, in cui a dominare sono confusione e ansia per il futuro. Da più parti giungono gli appelli a essere responsabili, a restare chiusi in casa e a contribuire così a mitigare la diffusione del contagio di quello che, nel giro di un paio di settimane, è divenuto l’argomento centrale delle nostre vite.

La crisi che stiamo attraversando ha carattere epocale e probabilmente potremo percepirne nettamente gli effetti soltanto tra molto tempo, tutto quello che possiamo fare adesso è, nel bene e nel male, adeguare le nostre vite, il nostro lavoro, le nostre modalità di relazione con l’ecosistema e con gli altri, all’emergenza. 

Anche noi, come associazione, abbiamo fatto lo stesso: ci siamo chiuse in casa e abbiamo provato a riarticolare il nostro lavoro ordinario, fatto in larga parte di confronto costante e di scambio di punti di vista oltre che di collaborazione pratica. 

Ciò non toglie il fatto che però abbiamo sentito e sentiamo la necessità di un confronto – tra di noi e tra tutte e tutti – su quello che sta accadendo: di inquadrarlo in un contesto più ampio, di leggerlo come fenomeno del nostro tempo e di provare, sulla base delle esperienze passate e delle prospettive future che vanno delineandosi, a fissare nella discussione una serie di punti.

 

La pandemia come crisi

La situazione che stiamo vivendo si inserisce all’interno di un contesto più ampio, che è la crisi che da molti anni denunciamo e che sta investendo l’intero quadro globale, dal punto di vista ambientale, politico, economico, sociale. L’abbiamo chiamata “crisi ecologica” perché leggiamo in essa lo stress di un ecosistema che si ribella a ritmi, organizzazione, valori e piano delle priorità che soltanto una parte di chi lo popola, quella meno numerosa e più rumorosa, prova a imporgli.

Ne abbiamo identificato la manifestazione più evidente nella crisi climatica che da molti anni, e per fortuna recentemente a gran voce, interroga istituzioni, politici e organismi internazionali circa l’urgenza di prendere provvedimenti, di mettere da parte interessi di lobby e multinazionali e corsa alla crescita sfrenata, per mettere in campo politiche che abbiano come priorità il benessere delle popolazioni, degli ecosistemi e del Pianeta tutto.

La crisi climatica ha trovato la sua causa principale in questo sistema economico, nei suoi limiti strutturali da sempre negati ma sempre più palesi, come allo stesso modo avevano fatto le altre crisi che abbiamo visto e che stanno investendo in maniera sempre più precipitosa i nostri anni.

La crisi che stiamo vivendo in questo momento fa la stessa cosa, mostrando i limiti di questo ecosistema da tutti i punti di vista: nelle cause che l’hanno generata, nella modalità in cui la si sta affrontando, nelle conseguenze che si paventano quando un giorno tutto questo sarà un ricordo.

Queste giornate hanno visto la diffusione di numerosi studi che lo affermano, che legano la diffusione della pandemia a questo modello di organizzazione sociale, alla distruzione degli ecosistemi generata da agroindustria e allevamenti intensivi di specie aliene, e che legano la diffusione elevatissima che stiamo registrando nel nostro Paese a questioni cruciali sulle quali da tanto tempo le comunità territoriali richiedono attenzione e soluzioni realmente efficaci. Il fatto che il virus viaggi più velocemente negli ambienti fortemente inquinati mostra ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – come la priorità dell’azione politica debba essere il risanamento ambientale in tutte le forme possibili, come il diritto alla salute dei cittadini e delle cittadine vada tutelato perché respirare aria inquinata fa male e perché questo ha delle conseguenze pratiche, materiali, gravissime, che si sostanziano nella conta dei morti, in migliaia di persone che in questo momento stanno lottando per la propria vita e nello stravolgimento delle vite di milioni di altre.

Ma anche la modalità di gestione della pandemia sta mostrando quanto limitata sia la visione di una società che mette al primo posto i profitti invece delle persone, che guarda al welfare come a uno spreco e alla privatizzazione dei servizi come alla panacea di tutti i mali. 

Sono decenni che assistiamo a questo processo che è cominciato innanzitutto nell’ordine del discorso pubblico: ci hanno presentato il pubblico come un mastodontico organismo pieno di corruzione e parassiti, come un inutile ostacolo alla crescita e allo sviluppo economico. Mentre si continuavano a tagliare beni e servizi essenziali e crollavano tutte le garanzie per i soggetti più deboli rispetto ai propri diritti fondamentali, ci hanno raccontato che tutta l’inefficienza, l’inefficacia, la paralisi in cui il pubblico versava, lungi dall’esserne conseguenza, erano ragione valida per i tagli, per spostare un’enorme mole di finanziamenti a privati che nel frattempo hanno prosperato nell’erogazione di servizi che dovrebbero essere per tutte e tutti: scuola, sanità, accesso alle risorse e ai beni comuni, ma anche trasporti e molto altro, hanno subìto, stangata dopo stangata, un progressivo depotenziamento e una svalutazione della loro reputazione.

Ne è derivata una società giorno dopo giorno un po’ meno giusta, in cui le liste d’attesa per accedere a un asilo nido o a una visita medica erano sempre più lunghe, ma il cambiamento è stato così lento da fare in modo che generasse assuefazione e che la maggior parte delle persone non si rendesse conto del disastro che pendeva sulle nostre teste se non quando è stato troppo tardi: quando l’emergenza sanitaria è scoppiata ed è cominciata la triste conta dei posti nei reparti di terapia intensiva di tutta Italia, del numero di medici, ospedali, strutture, apparecchiature e materiali disponibili.

Improvvisamente, nel giro di pochissimi giorni, il dato della pochezza delle garanzie al nostro diritto alla salute è stato palese e plateale e questo, nonostante siamo uno dei Paesi che sta gestendo nella maniera più universale possibile la garanzia di cura e tutela, è un dato che deve essere affermato adesso e non potrà essere rimosso a emergenza passata.

La risposta italiana alla crisi è stata esemplare: facciamo in modo che lo sia anche la gestione del post-crisi. Che tutti gli investimenti straordinari di questi giorni divengano la norma, che tutti i medici assunti e tutte le apparecchiature acquistate diventino patrimonio del Servizio Sanitario Nazionale e che il diritto costituzionale alla salute di tutte e tutti, a partire dalla prevenzione primaria e secondaria, divenga il faro dell’azione politica futura. Abbiamo la fortuna di godere di un Servizio Sanitario pubblico, in molte altre parti del mondo non è così e non è scontato che lo Stato garantisca visite, cure e assistenza. L’esperienza ci serva da monito quando l’esterofilia dei grandi manager e delle politiche liberiste prova a imitare modelli che in questi giorni stanno tragicamente mostrando tutte altre priorità.

 

La risposta alla pandemia è la cura dell’ecosistema

Di fronte a questo scenario di crisi è richiesta un’assunzione di responsabilità collettiva che, per la maggior parte delle persone, si sostanzia nella richiesta di limitare al massimo i contatti sociali: restare a casa è divenuto l’imperativo di questi giorni e non sappiamo per quanto lo resterà ma è, tutto sommato, un prezzo molto basso che tutte e tutti dobbiamo essere disposti a pagare per tutelare la salute pubblica.

Noi lo stiamo facendo e lo faremo: abbiamo svuotato il nostro ufficio e, ognuna dalle nostre case, ci stiamo coordinando e organizzando riflessioni e operatività. Lo facciamo per senso di responsabilità, perché sappiamo di avere un sistema sanitario al collasso, lo facciamo per tutelare tutti quelli e tutte quelle che non possono farlo: medici, infermieri e personale sanitario, ma anche i lavoratori e le lavoratrici che, per garantire servizi essenziali, espongono se stessi e i propri cari a rischi maggiori, e in generale tutti quelli e tutte quelle che non hanno modo di godere di questo privilegio. Sono tanti e tante, farne un elenco sarebbe impossibile e sicuramente ingiusto per qualcuno che potremmo dimenticare di menzionare.

Restiamo a casa anche se le strade deserte e silenziose ci fanno paura e i controlli serrati delle Forze dell’Ordine evocano scenari poco rassicuranti: lo facciamo perché è necessario, perché è nostra precisa responsabilità, perché è il nostro modo di prenderci cura di noi stessi, di chi ci circonda e del nostro intero ecosistema.

Restiamo a casa, consapevoli di rinunciare a un pezzetto della nostra libertà per prenderci cura della nostra società.

Restiamo a casa, perché è quello che fa fatto. Pensiamo e lavoriamo da anni affinché quando c’è un’emergenza si risponda mettendo in campo tutte le misure necessarie; lo abbiamo chiesto e continueremo a chiederlo sempre, come nel caso delle vittime che il nostro Paese miete da decenni a causa della devastazione ambientali, di fronte a istituzioni che troppo spesso sono rimaste a guardare, incapaci di agire, quando non complici. Sono pressoché infiniti gli studi scientifici che mostrano come, da Nord a Sud, alle devastazioni ambientali corrispondano tassi più alti di morte e malattie per le popolazioni. Le terre dei fuochi, le fabbriche della morte, alcuni cantieri di grandi opere, i residui industriali di tempi recenti e meno recenti, causano ogni giorno morti, tumori, malattie respiratorie, neurologiche e di vario genere. Anche in questi casi la matrice della minaccia alla salute è nota, ma non altrettanto radicalmente si interviene alla fonte perché non viene ritenuto fattibile. Non si può, dicono: si possono fermare le persone e chiuderle in casa, ma non si può fermare una fabbrica, un cantiere, una speculazione ambientale. Non lo si sta facendo adesso, in molti casi, e questa è un’altra delle ragioni per cui restiamo a casa.

Restiamo a casa pur individuando tutti i limiti dei provvedimenti di questi giorni, tutte le esitazioni, la troppa attenzione a difendere i grandi capitali e la troppo poca cura riservata a chi sta più in basso nella scala sociale: i precari e le precarie, i lavoratori e le lavoratrici atipici o, ancor di più, quelli e quelle in nero, i disoccupati, i senzatetto e in generale le fasce socialmente più deboli, le vittime di violenza domestica, i bambini provenienti da contesti di degrado e molti e molti altri.. Restiamo a casa e chiediamo che anche a loro sia riservato lo stesso trattamento: che anche l’isolamento sia un diritto garantito, perché prendersi cura di se stessi e degli altri non debbano essere due propositi in contrasto tra loro.C’è un disperato bisogno di garanzie cui i provvedimenti di questi giorni stanno soltanto in parte rispondendo. È più che mai urgente e necessario che la risposta istituzionale sia ancora più ambiziosa e importante nei giorni a venire.

È urgente fermare tutte le attività non realmente necessarie, tutelare chi non ha garanzie di reddito adesso e per il futuro, ripensare completamente il modo in cui il nostro Paese funziona per non lasciare indietro nessuno. 

Da questo punto di vista, è indispensabile che ciascuno e ciascuna faccia la propria parte: noi restiamo a casa perché è la nostra parte nella lotta alla diffusione del contagio. È tutto quello che possiamo fare, ed è per questo che lo facciamo con tutta la serietà di cui siamo capaci, ma non per tutti è così. Se la nostra parte è restare a casa perché è l’unico strumento che abbiamo, deve esser chiaro che chi ha più strumenti deve fare di più. Che chi ha maggiori risorse deve metterle a disposizione, siano esse di sanità privata o di altro genere.Innanzitutto per tenere a casa tutti quelli e tutte quelle che è possibile contenere, offrendo loro sostegno al reddito. In secondo luogo e in maniera molto più estesa per fronteggiare la necessità di risorse che stiamo vivendo adesso e che vivremo a maggior ragione con la crisi che si determinerà nei prossimi mesi. Troviamo fuori luogo che il piano del discorso pubblico stia configurando come “generosità” le elargizioni che molti dei più facoltosi cittadini del nostro Paese stanno facendo in questi giorni: è giusto che chi ha di più dia di più, ed è necessario che la redistribuzione di risorse di cui abbiamo disperatamente bisogno adesso non dipenda dall’arbitrio dei singoli ma venga sistematizzata in un sistema di tassazione finalmente equo e progressivo, in cui i servizi pubblici e la gestione delle emergenze siano finanziati dal contributo di tutte e tutti proporzionato in base alle possibilità: da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.

Anche noi, dal canto nostro, non vogliamo essere da meno. Ci sono molti modi di contribuire in questa situazione e ogni giorno ci stupiamo di tutti quelli che, ogni giorno, si stanno inventando.Dalle raccolte fondi, alla veicolazione di contenuti gratuiti online, dai servizi di spesa e assistenza a domicilio per anziani o categorie a rischio, è meraviglioso il panorama di solidarietà che si sta delineando in queste settimane e chiediamo a tutte e tutti di impegnarsi per diffondere le iniziative, come noi per prime stiamo facendo:  le reti di relazioni, socialità e mutualismo sono l’antidoto più efficace a isolamento e solitudine. Con prudenza, precauzioni e tutta l’attenzione del mondo, è importante che ognuno faccia quel che può, perché attuare meccanismi di cura e di comunità è il solo modo che abbiamo di stare al mondo.

 

“Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema” 

Non ci è ancora dato sapere quando l’emergenza potrà definirsi passata, tutte le previsioni più ottimistiche intravedono già, tuttavia, scenari cupi. Non siamo in grado di calcolare l’entità della crisi economica che il blocco determinerà, ne stiamo avendo timide e già allarmanti avvisaglie in questi giorni: parole d’ordine che avevamo cancellato come spread, bund o btp sono tornate all’ordine del giorno. Per chi, come noi e la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, mastica poco i linguaggi della finanza queste parole preannunciano tempi bui e riportano alla mente la crisi economica che abbiamo già vissuto negli anni scorsi.

La prospettiva di una nuova crisi, di portata simile se non superiore a quella passata, pesa come un macigno sulla capacità di immaginare un domani di ottimismo e liberazione dalla cappa di angoscia che incombe su questi giorni. Ma è più che mai indispensabile adesso essere in grado di imporre un diverso ordine del discorso e delle priorità. 

Sappiamo già che gli scenari economici saranno infausti e, proprio per questo, non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione di farci trovare pronti e pronte. L’ultima grande crisi economica ha ancora strascichi sulle vite di molti e molte che da un giorno all’altro hanno perso tutto: il lavoro, la casa, le prospettive per il futuro. In questo momento è essenziale restare lucidi e dirci che non è necessariamente così che deve andare: che può esistere un modo altro di affrontare la crisi che tuteli chi ha di meno e non chi ha di più. È fondamentale sancire da subito che le sacrosante garanzie che si stanno fornendo adesso, oltre a necessitare di essere estese a tanti e tante di più, siano mantenute a maggior ragione quando l’epidemia sarà passata e bisognerà costruire il ritorno alla vita ordinaria.

Siamo preoccupate, e non lo nascondiamo, anche per noi in quanto operatrici del terzo settore. Il nostro è un ambito di lavoro che da molti non è visto come indispensabile e che, in ogni caso, si ritiene più sacrificabile di altri che forniscono beni o servizi la cui utilità è più immediata. In tempi di scarsità di risorse, queste considerazioni ci fanno temere per il futuro nostro e delle centinaia di migliaia di persone che, come noi, impiegano le proprie vite provando a dare sostegno ai più, spesso sostituendosi alle istituzioni, colmandone vuoti e lacune, andando a supplire loro in funzioni più o meno essenziali. Cosa accadrà alla fine dell’epidemia? Quando verranno messe in campo misure per fronteggiare la crisi, il ruolo importante che tante organizzazioni grandi e piccole hanno avuto e hanno in questo Paese verrà riconosciuto? O saremo uno dei primi avamposti da cui fare cassa?

 

Rispondere a queste domande è fondamentale per rispondere a un quesito che è alla base di tutte queste e di molte altre: quale sarà la normalità cui sceglieremo di ritornare?

Riusciremo a fare in modo che tutto quello che ci stanno insegnando questi giorni assurdi divenga patrimonio collettivo? Che il diritto alla salute, come quello all’accesso a beni e servizi essenziali a tutte e tutti vengano realmente garantiti?

Abbiamo l’occasione di fare in modo che queste settimane fungano da monito per aprire una stagione diversa nel nostro Paese e, si spera, nel mondo intero. 

È fondamentale non sprecarla.

Le colonne dei principali quotidiani e i titoli dei telegiornali inneggiano al “modello Italia” per raccontare della capacità che stiamo avendo, insieme, di fronteggiare la crisi: facciamo in modo che da di essere modello anche per domani. Che i mesi di ripresa siano mesi di inclusione sociale, di garanzie e sostegno alle fasce più deboli, di attenzione all’ambiente.

In questi giorni tutte e tutti stiamo registrando un sensibile miglioramento della qualità dell’aria e dell’ambiente, in generale, nelle nostre città: non si tratta semplicemente di cieli più limpidi, acque più terse o del ritorno dei cigni nei canali veneziani. Le immagini satellitari ci raccontano di un Paese in cui è calato nettamente lo smog e probabilmente il dato delle emissioni di questi giorni ci consegnerà un calo netto del rilascio nell’atmosfera di sostanze climalteranti: la prospettiva della fine dell’emergenza porta con sé lo spettro dell’impennata di emissioni del ritorno alla normalità. È più che mai indispensabile pianificare da adesso modalità di ripristino della quotidianità del Paese che non facciano del male al Pianeta, che gli investimenti futuri siano direzionati a produzioni, energetiche e non, sostenibili: che questa sia l’occasione di dismettere un sistema economico e industriale antiquato, inquinante  e pericoloso.

Se lasceremo passare questa emergenza senza che nulla delle nostre vite individuali e collettive sia mutato, avremo affrontato tutto questo invano.