Glossario ecologista

LE PAROLE GIUSTE – GLOSSARIO ECOLOGISTA è un dizionario on line pensato per lə addettə dell’informazione. Obiettivo: individuare e declinare le parole necessarie a una radicale trasformazione ecologica e mettere a disposizione di chi lavora nel mondo della comunicazione strumenti, nozioni e concetti chiave

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ANTROPOCENE

a cura di Marica Di Pierri

Apprendimento esperienziale

A cura di Jessica Ferretti 

Per apprendimento esperienziale si intende un processo di apprendimento che ha inizio attraverso esperienze che coinvolgono in prima persona il soggetto. David Kolb, educatore e pedagogista statunitense, ha proposto un modello per definire l’apprendimento esperienziale basato su 4 fasi: esperienza concreta, osservazione riflessiva, concettualizzazione astratta e sperimentazione attiva. L’esperienza diretta coinvolge la dimensione cognitiva, quanto quella motorio-percettiva ed emotivo-affettiva. Con osservazione riflessiva si intende la capacità di soffermarsi a pensare con attenzione su quanto vissuto. La concettualizzazione astratta rappresenta il momento dell’apprendimento in cui viene attivato il pensiero logico, dove i concetti vengono integrati con le precedenti osservazioni riflessive. La sperimentazione attiva prevede un agire che è una verifica di quanto si è vissuto.

 

Attribution Science

a cura di Salvatore Paolo De Rosa

L’attribution science è una branca della scienza che isola gli effetti dell’influenza umana sul clima e sui relativi sistemi terrestri. Comprende un insieme di metodologie scientifiche per l’attribuzione degli eventi meteorologici estremi, dei cambiamenti climatologici persistenti e degli impatti a insorgenza lenta (come il ritiro dei ghiacciai o l’innalzamento del livello del mare) al riscaldamento globale di origine antropica. Progressi recenti consentono anche di stimare la percentuale di CO2 nell’atmosfera attribuibile a una singola azienda o paese, e in che misura quelle emissioni contribuiscono agli effetti complessivi dei cambiamenti climatici.

Le metodologie sviluppate per attribuire singoli eventi meteorologici estremi hanno rivoluzionato la scienza del clima, facilitando la quantificazione probabilistica della misura in cui tali eventi sono influenzati dalle emissioni di origine antropica. Gli eventi estremi sono il modo principale in cui le persone sperimentano i cambiamenti climatici. L’attribution science permette di collegare i processi scaturiti dall’accumulo storico di emissioni climalteranti con gli impatti che influenzano concretamente la vita sociale.

Nel sostenere le istanze sociali e le azioni legali promosse da movimenti sociali e ONG, l’attribution science potrebbe  contribuire alle politiche di mitigazione e adattamento e alimentare le mobilitazioni dal basso delle comunità colpite o vulnerabili. Frequenza, entità e costi degli eventi estremi impongono l’urgenza di concentrarsi sulla vulnerabilità sociale e sulle interazioni tra vulnerabilità, rischi mutevoli e strutture di potere. 

 

Biocarburanti

A cura di Andrea Turco

I biocarburanti sono «carburanti liquidi per il trasporto ricavati dalla biomassa» (definizione UE). Le biomasse che fungono da materie prime per i biocarburanti sono tante: si va dalle colture foraggere, come la palma e la soia, ai rifiuti e ai loro sottoprodotti, come gli oli esausti e i grassi animali. Vengono miscelati ai combustibili fossili e hanno l’obiettivo di contribuire a ridurre le emissioni di gas a effetto serra nel settore dei trasporti. Allo stesso tempo i biocarburanti contendono le materie prime di approvvigionamento ad altri settori, ad esempio i prodotti cosmetici e farmaceutici. Ciò ne influenza la disponibilità e i prezzi, ponendo inoltre questioni etiche riguardanti l’ordine di priorità tra beni alimentari e carburanti. Su spinta di Eni, che ha riconvertito le raffinerie di Porto Marghera (2014) e Gela (2019) alla produzione di biocarburanti, anche l’Italia punta molto su questi combustibili. Con l’obiettivo di proseguire l’uso delle auto a combustione termica.

Biocidio

a cura di Marco Armiero e Rete Stop Biocidio

Il termine biocidio è direttamente collegato alla categoria di ecocidio, un concetto sviluppato nel contesto dell’opposizione all’intervento statunitense nel Vietnam (1965-1973). Quando iniziarono a trapelare le notizie sull’uso dell’agente Orange da parte dell’esercito statunitense diversi scienziati si mobilitarono denunciando le conseguenze sistemiche dell’impiego militare di quel diserbante tanto sugli umani che sui non umani. Il concetto di ecocidio legava dunque direttamente la riflessione scientifica e l’attivismo politico: gli scienziati si opponevano alla guerra e all’uso di armi chimiche nel conflitto, senza temere di essere accusati di mischiare scienza e politica. La storia del concetto di biocidio ugualmente vede una convergenza con l’attivismo ambientalista. Fu nel 2012 che una coalizione di gruppi ambientalisti campani iniziò a usare l’espressione biocidio per indicare la contaminazione da rifiuti tossici che interessava e ancora interessa le province di Napoli e Caserta. Se i dizionari ci informano che il vocabolo biocidio dovrebbe significare “strage di animali”, le attiviste e gli attivisti campani hanno connesso quel termine alla sua radice profonda che rimanda all’uccisione della vita tout court. In questa accezione ampia il biocidio può essere definito come l’insieme di pratiche che influiscono sul sistema vivente producendo malattia e/o morte. Invece di interpretare la contaminazione da rifiuti tossici come un incidente o anche un crimine isolato, la categoria di biocidio ha consentito di darne una interpretazione sistemica e attiva, nel senso che è dotata di un soggetto che la attua. Il biocidio rivela che la contaminazione non è un errore nel sistema e non accade per caso, ma è un sistema che subordina la difesa della vita al profitto di pochi. Dal punto di vista teorico, la genealogia del concetto di biocidio conferma quello che diversi studiosi ribadiscono, ovvero che i saperi non si generano solo in ambito accademico ma anche tra attivisti e nell’interazione tra questi ultimi e ricercatori. 

Per approfondire

  • Conde, Marta. “Activism mobilising science.” Ecological economics 105 (2014): 67-77.
  • De Rosa, Salvatore Paolo. “A political geography of ‘waste wars’ in Campania (Italy): Competing territorialisations and socio-environmental conflicts.” Political Geography 67 (2018): 46-55.
  • Falcone, Pasquale Marcello, et al. “When all seemed lost. A social network analysis of the waste-related environmental movement in Campania, Italy.” Political Geography 77 (2020): 102114.
  • Zierler, David. The invention of ecocide: Agent Orange, Vietnam, and the scientists who changed the way we think about the environment. University of Georgia Press, 2011.

 

Biodiversity Offsets

A cura di Carlotta Indiano

Le compensazioni di biodiversità o crediti di biodiversità sono attività di conservazione della biodiversità misurabili e concepite per compensare gli impatti negativi e inevitabili dei progetti, in aggiunta alle misure di prevenzione e mitigazione già attuate. Si ritengono appropriate solo per i progetti che hanno già applicato rigorosamente la gerarchia di mitigazione. Le compensazioni di biodiversità devono quindi essere una misura di ultima istanza. L’obiettivo delle compensazioni è quello di non ottenere una perdita netta (NNL, no net loss) e preferibilmente un guadagno netto (NG, net gain) di biodiversità quando i progetti vengono realizzati. Il raggiungimento di NNL/NG dipende da schemi di compensazione misurabili, adeguatamente implementati, monitorati, valutati e applicati.  

Per approfondire:

 

Carbon markets

A cura di Carlotta Indiano

I mercati del carbonio sono sistemi di scambio o mercati finanziari specializzati in cui vengono venduti e acquistati crediti di carbonio. I crediti di carbonio sono essenzialmente permessi che consentono all’acquirente di emettere una certa quantità di anidride carbonica o di altri gas a effetto serra. Le aziende o i privati possono utilizzare i mercati del carbonio per compensare le proprie emissioni di gas serra acquistando crediti di carbonio da entità che eliminano o riducono le emissioni di gas serra. Un credito di carbonio negoziabile equivale a una tonnellata di anidride carbonica o alla quantità equivalente di un altro gas serra ridotto, sequestrato o evitato. Quando un credito viene utilizzato per ridurre, sequestrare o evitare le emissioni, diventa una compensazione e non è più negoziabile.

Per approfondire:

 

CCS

A cura di Carlotta Indiano

La CCS, carbon capture and storage, ovvero cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica nasce circa 50 anni come tecnologia proposta delle industrie fossili allo scopo di riutilizzare la CO2 immettendola nei giacimenti esauriti di petrolio e di gas per consentire il recupero degli ultimi residui, mantenendo dunque una finalità estrattiva. Considerata attualmente una soluzione climatica di transizione è promossa dall’industria dell’’oil and gas come tecnologia di decarbonizzazione.

Per approfondire:

Comunità educante

A cura di Alessandro Bernardini

La comunità educante è un tessuto di relazioni solidali e collaborazioni, costituito e sostenuto da tutte quelle realtà che vivono e operano in un territorio specifico e che riconoscono la responsabilità condivisa di abitarlo e che hanno come obiettivo primario la lotta alla povertà educativa e la crescita culturale, sociale ed educativa delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi e degli stessi adulti. Una rete formata da genitori, docenti, alunne e alunni, personale scolastico, organizzazioni non governative, istituzioni locali, associazioni culturali e sportive, religiose, fino ad arrivare ad alcune aziende.

La comunità educante è aperta, inclusiva, informale, costituita da processi di collaborazione di diversi soggetti locali in relazione tra loro, in un’ottica orizzontale, basata su un lavoro di rigenerazione delle relazioni. Si prende cura delle attività e delle risorse di cui dispone, promuove proposte e interventi trasformativi.

Il contrasto alla povertà educativa, quindi, nasce proprio dalla comunità educante che ruota attorno alle giovani e ai giovani e che non le/li relega ad essere solo le adulte e gli adulti di domani, ma agenti primari di cambiamento e che cresce con loro, che si fa educare da loro restando fortemente legata al fondamento che «Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini ( e le donne, NdR.) si educano insieme, con la mediazione del mondo». 

L’azione della comunità educante, con al centro il nucleo basilare della scuola, agisce mitigando fenomeni molto presenti in Italia come la dispersione scolastica e i NEET (Neither in Employment or in Education or Training) ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano. 

Una comunità educante funzionante deve far parlare tutti i soggetti coinvolti e necessariamente, quindi, deve adottare forme ibride di comunicazione e relazioni che attuino un decentramento dei soggetti stessi in favore dell’obiettivo comune.  Infatti la comunità educante così come il suo attore principale, la scuola, mette insieme diversità che non inficiano l’obiettivo finale dell’educazione e anzi, lo valorizzano.

Per approfondire

Comunità energetiche

A cura di Andrea Turco

Le comunità energetiche rinnovabili (CER) sono costituite da un  insieme di cittadini, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali, incluse le amministrazioni comunali, le cooperative, gli enti di ricerca, gli enti religiosi, quelli del terzo settore e di protezione ambientale, che condividono l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti nella disponibilità di uno o più soggetti associati alla comunità. Lo scopo è di costruire un sistema energetico alternativo: non più centralizzato, in cui a far profitto sono pochi produttori e distributori, ma a favore di un’energia diffusa e dal basso, in cui  le persone non sono semplicemente consumatrici di un servizio ma protagoniste attive di un bene fondamentale come l’energia. Attraverso l’autoconsumo con le CER è possibile ottenere numerosi benefici ambientali, economici e sociali. In Italia le CER sono state introdotte nel 2019 e sono disciplinate dal decreto ministeriale n. 414 del 07 dicembre 2023, entrato in vigore il 24 gennaio 2024. Per la nascita e lo sviluppo delle CER sono previsti 5,7 miliardi di aiuti da parte del governo.

Consumo di suolo 

A cura di Lorenzo Manni

Il suolo è una risorsa indispensabile per la vita sul pianeta, ma è una risorsa limitata e non rinnovabile. 

Le trasformazioni del territorio legate all’espansione delle aree edificate e delle infrastrutture umane conducono a una perdita progressiva e spesso irreversibile di questa risorsa fondamentale. Il «consumo di suolo» esprime l’entità di questa perdita ed è definito come «la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato)». Può essere permanente o reversibile. Si definisce «consumo di suolo netto» la differenza tra le aree in cui sono presenti nuove coperture artificiali e le aree recuperate o rinaturalizzate. Il consumo di suolo netto esprime quindi la superficie di suolo perduta in un determinato periodo di tempo e si misura in ettari (ha) o chilometri quadrati (kmq). In Italia, nel 2022 il consumo di suolo netto è stato di 70,8 kmq corrispondenti a 2,2 metri quadri al secondo.

Convenzione di Aarhus

A cura di Filippo Garelli

La Convenzione di Aarhus è un importante accordo internazionale che disciplina l’accesso all’informazione ambientale, la partecipazione del pubblico nei processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale. La convenzione è stata ratificato dall’Italia e dall’Unione Europea, pertanto, i diritti e gli obblighi definiti nel trattato sono giuridicamente rilevanti per queste Parti. La Convenzione rappresenta uno strumento fondamentale per la promozione della democrazia ambientale e consente di coinvolgere tutte le parti sociali in modo sinergico per promuovere programmi, politiche e misure legislative in settori complessi e rilevanti per la protezione dell’ambiente o del clima (es. settore dell’energia). A livello strutturale, la Convenzione si divide in tre pilastri fondamentali: il diritto del pubblico di accedere alle informazioni ambientali, il diritto di partecipazione del pubblico e il diritto di accesso alla giustizia nei processi decisionali in materia ambientale. Di conseguenza, fin dall’inizio e durante tutte le fasi di un processo decisionale, ogni persona ha il diritto di consultare tempestivamente e adeguatamente tutte le informazioni rilevanti. Questo risultato può realizzarsi anche mediante l’uso di siti internet o altri strumenti in grado di garantire un quadro informativo chiaro, trasparente ed efficace. Inoltre, i cittadini, la società civile e il settore privato devono partecipare al procedimento decisionale avendo modo di esprimere adeguatamente le proprie osservazioni, affinchè le autorità pubbliche ne possano tenere conto all’interno della decisione finale. La partecipazione del pubblico può realizzarsi mediante consultazioni pubbliche, audizioni, consultazioni su progetti di sviluppo e altre forme di partecipazione democratica. Infine, il diritto di accesso alla giustizia deve realizzarsi in tutti quei casi in cui i processi decisionali non rispettano il diritto di informazione e partecipazione del pubblico. Ciò significa che i cittadini hanno il diritto di ricorrere ai tribunali o ad altre istanze giuridiche per contestare decisioni ambientali ritenute dannose per l’ambiente o per i loro interessi. I principi consacrati nella Convenzione sono fondamentali per garantire una gestione sostenibile dell’ambiente e per coinvolgere i cittadini nella protezione e nella conservazione delle risorse naturali.  In caso di violazione dei diritti tutelati dalla Convenzione, il Comitato di Controllo della Convenzione di Aarhus può ricevere comunicazioni provenienti da individui, associazioni o altre Parti contraenti e formulare raccomandazioni o osservazioni da indirizzare alle Parti inadempienti. In questo modo, attraverso un procedimento di natura non contenziosa, il Comitato è in grado di coinvolgere le parti in uno spirito di collaborazione e grazie alle raccomandazioni non vincolanti può indirizzate la condotta delle Parti, agevolando una risoluzione del caso portato alla sua attenzione. 

 

Per approfondire

  • Áine Ryall, A brave new world: The Aarhus Convention in tempestuous times, in Journal of Environmental Law, 2023, 35.1: 161-166.
  • Attila Tanzi, Elena Fasoli e Lucreazia Iapichino, La Convenzione di Aarhus e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, CEDAM, 2011
  • Elisa Morgera, An Update on the Aarhus Convention and its Continued Global Relevance, in Review of European, Comparative & International Environmental Law, 14, 2, 2005 
  • Gor Samve, Non-Judicial, Advisory, Yet Impactful? The Aarhus Convention Compliance Committee as a Gateway to Environmental Justice, in Transnational Environmental Law, 9:2, 2020
  • Philippe Sands & Jacqueline Peel, Principles of international environmental law, Cambridge University Press, 2018.

 

Cultura Sostenibile

A cura di Marta Lovato

Questo termine racchiude il doppio concetto di cultura della sostenibilità e sostenibilità della cultura, due aspetti intrinsecamente legati. La cultura è la base sulla quale si forma la nostra identità e si sviluppano le nostre storie, politiche e valori. Si riferisce a un insieme di pratiche quotidiane, conoscenze e atteggiamenti che coltivano e promuovono un certo stile di vita. La crisi climatica è quindi una crisi profondamente culturale, sorretta da tradizioni, pratiche e modi di vivere – specialmente nei luoghi industrializzati – connessi con i combustibili fossili e i sistemi estrattivi e coloniali che li supportano. È dunque necessaria una conversione culturale per invertire la rotta.  Questa è la cultura della sostenibilità: un modo di pensare e vivere la società che mira a garantire la prosperità delle generazioni presenti senza compromettere le opportunità di quelle future, nella consapevolezza della limitatezza delle risorse della Terra e nella comprensione che lo sviluppo umano deve essere bilanciato per preservare l’equilibrio ambientale, sociale ed economico. Il settore culturale è il principale tramite espressivo della nostra cultura in senso più ampio e contribuisce fortemente alla sua formazione, diffusione e cambiamento. La comunità creativa e culturale gioca un ruolo chiave nell’influenzare il modo in cui le persone e i governi / policymaker rispondono all’emergenza climatica e nel diventare propulsore di una conversione ecologica attraverso l’adozione di pratiche e modelli sostenibili. Cultura sostenibile è l’insieme di tutto questo: un circolo virtuoso di evoluzione del settore culturale che alimenti la svolta verso la cultura della sostenibilità nel suo significato più ampio. Sempre più organizzazioni si stanno dedicando a questa riflessione e a queste pratiche, alcune vi lavorano da tempo svolgendo un prezioso lavoro, in particolare: Julie’s Bicycle, Creative Carbon Scotland, Climate Heritage Network.

Diritto umano al clima

A cura di Michele Carducci

Per diritto umano al clima non si intende un nuovo diritto che si aggiunge ad altri. Il termine riflette le consolidate acquisizioni scientifiche sulla dipendenza della vita umana dalla stabilità del sistema climatico.

Dal punto di vista giuridico, esso trova consacrazione in diverse fonti, tra cui la Carta Mondiale della Natura dell’ONU del 1982, dove gli Stati riconoscono che «la specie umana è parte della natura e la vita dipende dal funzionamento ininterrotto dei sistemi naturali che sono fonti di energia e materia», e l’art. 2 della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, con cui gli Stati si impegnano a escludere «qualsiasi pericolosa interferenza antropogenica sul sistema climatico».

Dal punto di vista filosofico, il concetto riflette i c.d. «comandamenti anonimi», enunciati da Hans Jonas nel suo Principio responsabilità, secondo i quali dalla natura derivano vincoli e obblighi che tutti devono rispettare.

A causa dell’inerzia politica nell’affrontare la degenerazione del sistema climatico, di diritto umano al clima stabile e sicuro si discute soprattutto davanti a Tribunali e Corti nazionali e internazionali, perché quella è l’unica sede in grado di accertare la responsabilità degli Stati.

 

Disastro ambientale

a cura di Marco Armiero 

Se stessimo studiando una lingua straniera, potremmo definire il disastro ambientale come un “falso amico”, ovvero una di quella parola che ci sembra di conoscere e capire benissimo, anche se in realtà non è affatto detto che significhino per gli altri quello che noi intendiamo. Il concetto di disastro implica sempre la presenza umana; nessuno parlerebbe di un disastro per le eruzioni vulcaniche su un pianeta disabitato e non si parla di disastro per una tempesta in pieno oceano che non coinvolga una imbarcazione. Il disastro dunque si definisce soprattutto dai suoi effetti: un terremoto diventa un disastro quando distrugge beni immobili, infrastrutture e vite umane. Tuttavia, almeno di recente, l’antropocentrismo dell’accezione canonica di disastro sta progressivamente sfumando e così non è peregrino parlare di disastro a proposito dei grandi incendi forestali, anche quando questi non intaccano direttamente beni e vite umane. Un altro terreno complicato sul quale ci misuriamo quando parliamo di disastro ambientale è la questione del tempo. Il disastro in genere evoca un evento improvviso, violento, collettivo, estremamente visibile nelle sue manifestazioni e nei suoi effetti. Nessuno parlerebbe di disastro per i circa dieci milioni di morti per cancro che si contano ogni anno su scala globale. Una esplosione in una fabbrica che provochi magari dieci vittime sarà definito un disastro ma più difficilmente si parlerà di disastro per gli oltre 1200 lavorator* che sono morti in Italia sul posto di lavoro nel 2022. Lo studioso Rob Nixon parla di “violenza lenta” per indicare tutte quelle forme di disastro ambientale che si manifestano nel tempo quasi invisibili se paragonate allo shock del disastro ambientale nella sua accezione più comune. Come è facile intuire, disastri improvvisi e dirompenti e violenza lenta sono spesso collegati. Se la notte del 3 dicembre 1984 una esplosione in una fabbrica a Bhopal fece quasi 4000 morti, gli effetti della contaminazione prodotta da quell’esplosione furono molto più duraturi, facendo, almeno secondo alcune stime, 15-20 mila vittime. Più spesso la violenza lenta si dispiega senza neppure un evento drammatico che la renda visibile: basti pensare alle malattie professionali o alle tante comunità marginali esposte a rischi e contaminazioni. In effetti dichiarare uno stato di disastro o calamità naturale è un esercizio di potere: è bene domandarsi chi possa decidere cosa sia un disastro e per cosa sia possibile mobilitare risorse straordinarie. Infine, la questione più controversa quando si parla di disastri è quella delle cause: molti dizionari, ad esempio, sottolineano la differenza tra disastri di natura antropica e disastri naturali. Un terremoto appartiene alla seconda categoria mentre l’esplosione di una fabbrica evidentemente alla prima. Ma le cose sono forse meno nette di quello che possa sembrare. Se la percentuale di “natura” in un terremoto è senz’altro molto elevata, non possiamo tuttavia ignorare le condizioni antropiche che generano un disastro, come la cattiva qualità delle costruzioni o la mancanza di piani di evacuazione. Ancora più complesso distinguere tra naturale e antropico in presenza di disastri connessi al cambiamento climatico come eventi climatici estremi e incendi forestali. Più in generale la distinzione tra naturale e antropico sembra non reggere alla prova dei fatti, perché qualunque evento “naturale” si mescola con le strutture sociali che impatta. Non è possibile capire l’uragano Katrina di New Orleans senza considerare la storia di razzismo strutturale della società statunitense. Da questo punto di vista non solo la distinzione rigida tra naturale e antropico non convince, ma forse dovremmo ripensare anche la nozione di disastro antropico. Si dice che alcuni disastri sono causati dagli umani, come se fosse un umano indefinito a causarli, mentre sarebbe più corretto chiamare le cose con il loro nome. Per questo Huber et al. hanno parlato di disastri causati dal capitalismo, per sottolineare che non è l’essere umano in generale a causare quei disastri ma un modo di produrre e mettere il profitto sopra ogni cosa.  

Per approfondire

Ecoansia

A cura di Fandango

L’eco-ansia è una profonda paura che qualcosa di dannoso stia minando irrimediabilmente l’integrità ecologica del pianeta senza dare la possibilità di controllarlo e prevederlo (Clayton, 2020, Innocenti, 2022). Di conseguenza, questa viene anche concepita da alcuni come una emozione adattiva e pragmatica che aiuta a prepararsi ad una nuova sfida. E’ importante non concepirla come una malattia, bensì come una ragionevole reazione emotiva di fronte alla condizione di pericolo in cui si trova il pianeta. 

La popolazione più soggetta è quella giovanile, in quanto è consapevole di dover affrontare le conseguenze della crisi climatica nel futuro (Hickman et al., 2021). 

Quando essa viene sperimentata a bassi livelli risulta essere più funzionale. Infatti, una sana preoccupazione potrebbe orientare a mettere in atto atteggiamenti di problem solving (Borkovec et al., 1983, Ricci et al., 2010). Quando invece si sperimenta ad alti livelli potrebbe venire a mancare la sua funzionalità adattiva, sperimentando una mancanza di motivazione e di speranza, che potrebbe sfociare in quadri psicopatologici più gravi. 

Chi prova eco-ansia è più incline ad assumere “comportamenti pro-ambientali”, ovvero azioni volte a minimizzare l’impatto sul mondo naturale. E’ inoltre dimostrato che questi comportamenti riducono i livelli di eco-ansia. Tra i principali citiamo: il passaggio ad una dieta a base vegetale, la riduzione dei comportamenti consumistici, l’utilizzo di mezzi di trasporto più sostenibili. In aumento, vi è anche la rinuncia a procreare, in quanto mettere alla luce un* figli* è molto impattante in quanto a emissioni di CO2.

L’“eco paralisi” (Albrecht, 2011, Innocenti et al., 2023) è uno stato di immobilità e disillusione nei confronti della crisi climatica a cui è possibile andare incontro, scaturito da una convinzione che i propri sforzi siano inutili, perchè coloro che detengono il reale potere di avere un impatto positivo, non agiscono adeguatamente.

Alcuni consigli per gestirla sono: assumere comportamenti pro-ambientali, per lenire i sensi di colpa e aumentare il senso di autoefficacia, riunirsi in gruppo facendo rete e approfondire il proprio contatto con la natura, riconoscerne la bellezza e i benefici sulla salute. 

Ecodesign

A cura di Paola Sposato

Per ecodesign si intende una progettazione di prodotti basata sull’efficienza delle risorse, la riduzione degli impatti ambientali legati alla produzione e la riduzione dei rifiuti.

La progettazione ecocompatibile implica, inoltre, l’integrazione di valutazioni ambientali all’interno del processo di sviluppo dei prodotti, con l’obiettivo di concepire manufatti non usa e getta e con il minimo impatto ambientale durante l’intero arco del loro ciclo di vita.

Le strategie di prevenzione agiscono sulle fasi del ciclo di vita della pre-manifattura e manifattura (estrazione delle materie prime, produzione e distribuzione,) attraverso la scelta di materiali a basso impatto ambientale (ad esempio compostabili, biodegradabili riciclabili in relazione alle tecnologie disponibili e/o poco energivori) ma anche pensando all’architettura dei prodotti in modo che necessitino della minor quantità di materiale possibile (ad esempio attraverso la miniaturizzazione a pari funzionalità), riducendo i processi produttivi necessari e/o scegliendo tecnologie di produzione “pulite”. Anche il packaging e la riduzione del peso e degli ingombri nella fase di trasporto rientrano in queste strategie.

Spostandosi nella fase d’uso e consumo le strategie di allungamento della vita utile riguardano tutte quelle azioni progettuali che mirano a concepire i prodotti in modo che siano facilmente riutilizzabili, rigenerabili, riparabili e/o aggiornabili così da aumentarne il tasso di utilizzo dei prodotti, favorendo una nuova generazione di beni più durevoli, evitando le conseguenze dell’obsolescenza programmata e garantendo il diritto alla riparazione. 

Allungarne la vita utile evita la produzione di nuovi prodotti a causa della loro obsolescenza tecnico-funzionale. In questo modo i materiali, l’acqua e l’energia impiegati per produrre il prodotto saranno conservati e mantenuti il più a lungo possibile massimizzando quella che viene definita la produttività delle risorse.

In tale ottica sempre più si rivelano cruciali le innovazioni di consumo che passano dalla attuale concezione del possesso del bene a quella dell’accesso. Si parla in questi casi di “prodotto-servizio” in cui il consumatore paga per accedere alla funzione del bene per soddisfare un bisogno senza per questo esserne il proprietario per poi condividerlo con altri consumatori e/o ridarlo indietro quando il bisogno è cessato o mutato. Un prodotto pensato sin da principio per essere condiviso o ritirato dal produttore deve pertanto essere progettato adeguatamente con l’obiettivo di essere facilmente aggiornabile e/o riutilizzabile e/o riciclabile dall’azienda che lo gestisce e ritira così da poter essere ridesinato a nuovi mercati o rivalorizzato (integralmente o in parte) per la produzione di nuovi prodotti.

Abbiamo infine le strategie per il fine-vita. Queste mirano a concepire il prodotto in modo che le parti, le componenti e infine i materiali di cui è composto possano essere riciclate/rivalorizzate a fine vita. Fondamentale, pertanto, è il design per il disassemblaggio e la scelta dei materiali di cui è composto il prodotto favorendo per esempio e dove possibile l’uso di un solo materiale – omomatericità- o di più materiali appartenenti alla stessa tipologia – monomatericità – coerentemente con il sistema tecnologico di recupero cui sono destinati. È infatti indispensabile che il prodotto sia progettato sin da principio in modo che, una volta dismesso, possa essere facilmente separato in parti, componenti e materiali che opportunamente trattati, possano essere reimmessi in nuovi cicli produttivi evitando l’utilizzo di altre risorse vergini o critiche.

Per approfondire

Educazione depositaria

A cura di Jessica Ferretti 

Si tratta di un’ educazione in cui la figura dell’educatore si identifica con quella di chi addestra, ovvero colui che deposita contenuti tecnici e che non intende sviluppare  pensiero critico nel singolo individuo. Per Paulo Freire, pedagogista brasiliano questo approccio educativo rappresenta uno strumento di oppressione, che addomestica gli individui alle regole degli oppressori, rendendoli insensibili di percepire e riconoscere la propria condizione di oppressi.  In opposizione all’educazione depositaria, Freire propone l’educazione problematizzante,  basata sul dialogo e dove il dubbio è considerato necessario per costruire una nuova razionalità. Freire parla di processo di coscientizzazione attraverso l’azione trasformativa e liberatrice di un’ educazione problematizzante 

Per approfondire

  • Freire, La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, 2011

 

Educazione ecologista

A cura di Nicole Marcellini

L’educazione ecologista pone al centro della pratica educativa le relazioni socio-ambientali: ogni individuo non è un’unità isolata e disgiunta dal resto ma parte integrante di un eco-sistema umano e non umano. Si tratta di concepire la società come una rete complessa in cui le varie forme di ingiustizie presenti (vulnerabilità ambientali e climatiche, economiche, sociali, culturali, di genere e di razza, la povertà educativa, la salute e il lavoro) non possono essere considerate separate tra loro. L’educazione ecologista ha l’obiettivo di tener conto di questa complessità per riflettere insieme a tutte le soggettività coinvolte su come percepiamo l’ambiente circostante, su quali relazioni sono responsabili del cambiamento climatico e della crisi ambientale, ma anche quali relazioni di cura e consapevolezza vogliamo per costruire insieme un mondo dove non esiste sfruttamento dell’ambiente e delle forme di vita che lo abitano. 

L’educazione ecologista promuove giustizia ambientale e climatica affrontando il tema delle responsabilità sistemiche e delle soluzioni collettive e comunitarie e comportando per questo un ribaltamento del paradigma dell’educazione alla sostenibilità ambientale e allo sviluppo sostenibile . Questo ribaltamento colloca l’educazione ecologista su un piano più politico che ha l’obiettivo di mettere in luce le implicazioni sociali che stanno dietro alla logica di sfruttamento del sistema e di evidenziare i rapporti di causa-effetto che hanno portato il sistema politico-economico a creare ingiustizie sociali e ambientali oggi non più tollerabili. 

L’educazione alla sostenibilità ambientale tradizionale , quella che maggiormente attraversa i contesti educativi formali o non formali, promuove un’immagine di sostenibilità che non comporta cambiamenti significativi nei comportamenti o nelle pratiche socio-economiche. Sostiene piuttosto cambiamenti puramente incrementali senza concentrarsi sulle trasformazioni radicali necessarie per affrontare le crisi ambientali e climatiche in modo significativo. Inoltre i principi di sostenibilità non sono sufficientemente centrati sull’equità sociale e sulla giustizia. Senza una considerazione attenta degli impatti sociali, le iniziative di sostenibilità perpetuano disuguaglianze esistenti o rischiano di creare nuove disparità. E’ necessario operare una riflessione più profonda sulle modalità di produzione e sulle strutture economiche riconsiderando l’approccio dominante e abbandonando una prospettiva antropocentrica, concentrata principalmente sui benefici umani, a favore di una prospettiva più inclusiva nei confronti delle altre specie e degli ecosistemi.

Parlare di giustizia climatica e ambientale pone inoltre al centro della pratica educativa anche il tema dei diritti. I cambiamenti climatici ma anche le crisi ambientali che vivono i territori hanno un forte impatto sui diritti delle persone, incidono su situazioni di vulnerabilità esistenti aggravando il rischio di violazione di diritti umani, disuguaglianze e sacche di violenza e povertà.

Parlare di diritti non vuol dire solo riferirsi al diritto intra-generazionale ovvero all’insieme di diritti e  responsabilità tra individui appartenenti alla stessa generazione. E’ necessario porre al centro della pratica educativa, soprattutto quando ci si rivolge ai giovani e alle giovani, il concetto del diritto intergenerazionale, che si concentra sulle relazioni tra generazioni diverse, cioè tra le generazioni attuali e le generazioni future. 

Portare questo approccio nell’ambito educativo vuol diffondere una consapevolezza in grado di stimolare il protagonismo attivo delle persone non solo nel proporre soluzioni ma nel denunciare le responsabilità dell’attuale situazione di iniquità e ingiustizia in difesa dei diritti delle generazioni presenti e future e delle altre specie e degli ecosistemi.

L’educazione ecologista ha per queste ragioni un approccio trasversale all’educazione con l’obiettivo di fornire gli strumenti critici necessari per decostruire i modelli dominanti. In questi termini rappresenta uno strumento fondamentale per favorire la crescita di persone adulte libere e autodeterminate, per decostruire gli stereotipi e i modelli sociali che sono l’origine di ogni discriminazione e per leggere la complessità e le interconnessioni delle diverse forme di ingiustizie. 

Fare educazione ecologista vuol dire quindi guardare a questa complessità e proporre pratiche educative e saperi che siano portatrici di approcci differenti e alternativi, un’educazione che sia in grado di fornire strumenti per crescere nella complessità. 

Avere un approccio decostruttivo vuol dire utilizzare strumenti e metodologie che permettono di accompagnare i e le discenti in una lettura complessa della realtà e delle relazioni. Pensiamo ad esempio al lavoro sulla decostruzione degli stereotipi di genere che porta avanti l’associazione Scosse che, a partire dall’analisi di albi illustrati, decostruisce lo stereotipo, nucleo cognitivo del pregiudizio, che genera un’idea dell’altrə, semplificata e generalizzante, che si accompagna a emozioni e comportamenti di solito congruenti. 

Ma la prospettiva della decostruzione rappresenta anche una delle risposte possibili alle sfide dell’educazione interculturale, e in particolar modo si presta bene ad affrontare problemi come il pregiudizio e le rappresentazioni sociali che condizionano i rapporti tra le persone. 

Un percorso educativo ecologista si basa su principi educativi con al centro modalità interattive e scambi orizzontali in cui chi ne fa parte (che siano bambini e bambine, adolescenti o adult3) è stimolatə a partecipare attivamente a partire dalle opinioni ed esperienze personali. Pensiamo ad esempio al lavoro del Movimento di Cooperazione Educativa che pone al centro della pratica educativa proprio il cooperare, ovvero lavorare tutte e tutti verso un obiettivo comune portando ciascuno il proprio stile di apprendimento e di capacità socio-relazionale e il proprio patrimonio culturale. All’interno di una comunità cooperativa si costruiscono strutture di appartenenza, linguaggi e canali comunicativi  condivisi.

Da presunto spazio neutro in cui vanno trasmesse idee oggettive lo spazio della pratica educativa diventa quindi spazio politico. Ricordiamo le riflessioni di bell hooks che definisce l’educazione come una pratica di libertà nella quale appare come centrale il verbo trasgredire per indicare l’urgenza di superare teorie e pratiche di un sistema pedagogico depositario. O ancora Danilo Dolci per cui il ruolo di chi educa è sostanzialmente quello di attivista impegnato, che mira a promuovere un cambiamento culturale partendo dalla consapevolezza di ogni individuo delle proprie risorse e del proprio valore e per cui l’educazione non coincide con un mero processo di addestramento o di adeguazione conformistica ad un modello precostituito, ma va intesa come un progressivo atto di emancipazione.

Il protagonismo sociale che attraverso l’educazione ecologista viene attivato mira a sviluppare percorsi di ri-avvicinamento all’ambiente con l’attivazione di comportamenti proattivi comunitari in grado di intervenire sulla multifattorialità delle ingiustizie. L’educazione ecologista ha l’obiettivo di connettere persone e territori in percorsi in grado di mettere in luce le vulnerabilità climatiche, ambientali e sociali e immaginare soluzioni collettive. 

L’educazione ecologista mira, inoltre, a costruire o ricostruire un legame conoscitivo e anche affettivo con l’ambiente, sentirlo e riconoscerlo luogo al quale si appartiene e dove affondano le proprie radici.  Il contatto con l’ambiente naturale è di vitale importanza non soltanto per un benessere psicofisico, ma anche per lo sviluppo di un sentimento di responsabilità. La nostra stessa identità ecologica dipende dalla relazione con l’ambiente che ci circonda, un’identità, come ci ricorda l’eco filosofa Joanna Macy, che grazie alle emozioni e al pensiero creativo allarga i suoi confini fino ad includere elementi del mondo che prima erano percepiti come esterni. Macy promuove l’idea che la trasformazione ecologica richieda una ri-connessione profonda con il mondo naturale.

Anche autori come Raith e Lude rintracciano in questa relazione con il territorio e il mondo naturale benefici anche nella direzione della consapevolezza ambientale e dello sviluppo di una competenza emotiva che permette di entrare in sintonia con l’ambiente in cui viviamo e con il mondo naturale nella sua complessità. Sentirci parte, in una relazione di interdipendenza, con il mondo intorno a noi permette il radicarsi di comportamenti rispettosi per quel mondo e lo sviluppo, conseguentemente, di comportamenti ecologici.

Per approfondire

  • Bell Hooks “Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà” Meltemi 2020
  • Danilo Dolci “Palpitare di nessi” Mesogea 2012
  • Joanna Macy, Chris Johnstone “Speranza attiva” Terra Nuova edizioni 2021
  • Associazione di promozione sociale “Scosse” www.scosse.org
  • Movimento di Cooperazione Educativa
  • Wilson E.O., Biophilia, Harvard University Press, 1984
  • Raith, A. & Lude, A., Startkapital Natur. Wie Naturerfahrung die kindliche eentwicklung fӧrdert, München, Oekom, 2014
  • Louv R., L’ultimo bambino nei boschi, Rizzoli, 2006

 

Efficienza energetica

A cura di Letizia Palmisano

Con la locuzione “efficienza energetica” si fa riferimento all’utilizzo ottimale dell’energia in termini di riduzione dei consumi senza compromettere la qualità del prodotto o servizio fornito.

L’efficienza energetica differisce, quindi, dal più ampio concetto di risparmio energetico che, invece, consiste in una riduzione assoluta del consumo energetico perseguibile anche tramite la diminuzione dell’impiego di dispositivi o attrezzature energetiche.

Un esempio concreto di efficientamento energetico è la sostituzione di un impianto di illuminazione di classe energetica G con uno di classe A, mentre la riduzione dell’uso dei dispositivi di illuminazione o dell’orario di accensione rappresenta un intervento di risparmio energetico.

Le sfide della politica energetica europea oggi riguardano gli obiettivi di decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni climalteranti, la limitazione dalle importazioni. Tra le diverse misure adottate, un ruolo rilevante è rivestito dall’efficienza energetica nei diversi settori di applicazione.

Questo concetto è un punto centrale delle politiche di sostenibilità e delle strategie di riduzione dell’impatto ambientale, poiché l’energia che consumiamo all’interno degli edifici (in primis per il riscaldamento e il raffreddamento), per il trasporto e nell’industria è spesso prodotta utilizzando fonti fossili che contribuiscono al cambiamento climatico e all’inquinamento atmosferico. Gli investimenti in efficienza energetica consentono – oltre al conseguimento di una forte riduzione delle emissioni climalteranti e al miglioramento della sicurezza e dell’indipendenza energetica – anche di ottenere una sensibile diminuzione dei costi operativi.

Attualmente, l’efficienza energetica si persegue nei settori con elevati consumi energetici. A tal fine, nel corso degli anni, sono state emanate disposizioni normative che stabiliscono standard minimi di efficienza e incentivi economici per superare ostacoli come il costo iniziale degli interventi e la resistenza al cambiamento.

Nel settore dell’edilizia si interviene sia sulle nuove costruzioni – le quali devono tutte essere a fabbisogno di energia quasi zero (nZEB – near Zero Energy Building) – sia sugli edifici oggetto di ristrutturazione per migliorare l’isolamento termico, far sostituire impianti vetusti con quelli di riscaldamento, ventilazione e aria condizionata (HVAC) efficienti e l’implementazione di tecnologie intelligenti per la gestione dell’energia.

Altro ambito chiave è quello dei trasporti che prevede l’adozione di veicoli a basso consumo, elettrici, ibridi nonché il miglioramento della logistica e la promozione della mobilità sostenibile come il car sharing, il trasporto pubblico e l’uso della bicicletta in città.

Nel comparto industriale si promuovono l’ottimizzazione dei processi produttivi con la progettazione di impianti a basso impatto, l’utilizzo di sistemi di recupero del calore di scarto, la manutenzione efficiente dell’attrezzatura e la sostituzione di macchinari obsoleti con tecnologie moderne ed efficienti.

Nonostante i numerosi vantaggi, gli incentivi ed una maggiore consapevolezza sull’importanza ambientale ed economica dell’efficienza energetica, in alcuni casi potrebbe verificarsi un effetto rebound caratterizzato dal fatto che il risparmio energetico ottenuto porti a un aumento del consumo complessivo a causa di una maggiore accessibilità o comfort percettivo (ad es. l’acquisto di un frigorifero più grande di classe energetica A può consumare di più rispetto al modello sostituito di classe energetica C ma di dimensioni più contenute).

Per ottenere risultati concreti e duraturi in termini di efficienza energetica, oltre alle tecnologie, sono quindi necessarie campagne di educazione e informazione dedicate all’energia e all’uso consapevole.

Per approfondire

EPR – Responsabilità estesa del produttore

A cura di Danilo Bonato, Direttore Generale Erion Compliance Organization

I regimi di Responsabilità Estesa o EPR (Extended Producer Responsibility) hanno acquistato una certa rilevanza da quando la Commissione Europea li ha messi al centro delle politiche di transizione verso l’economia circolare dell’Unione.  Del resto, la vigorosa crescita delle quantità di rifiuti generati dalle famiglie e dalle attività produttive richiama alla mente i pesanti impatti di natura ambientale e sanitaria ad essa associati ma  allo stesso tempo ci  fa riflettere sulle perdite economiche determinate dal mancato riciclo di preziose materie prime seconde. 

Per tali ragioni, i produttori che progettano, fabbricano e commercializzano beni offerti al mercato sono chiamati ad organizzare il loro impegno ambientale in forme collettive, note appunto come “sistemi EPR”, al fine di organizzare e finanziare la gestione del fine vita dei suddetti beni. 

I principi fondanti della responsabilità estesa del produttore furono introdotti negli anni Novanta dal professore svedese Thomas Lindhqvist, con l’obiettivo di responsabilizzare l’industria sulla gestione dell’intero ciclo di vita del prodotto.  Le ricerche di Lindhqvist si sono sviluppate nell’ambito delle discipline dell’ecologia industriale, per identificare modalità organizzative atte a migliorare l’efficienza delle risorse e per rispondere alle criticità che gli enti locali svedesi iniziavano a sperimentare nella gestione di quantità di rifiuti in forte crescita

Lindhqvist ha definito la responsabilità estesa del produttore come un principio ispiratore di politiche atte a promuovere miglioramenti sull’intero ciclo di vita del prodotto, estendendo la responsabilità del produttore a tutte le sue fasi.

Queste politiche non sono limitate alla gestione dei rifiuti, perché  il vero obiettivo dell’Unione Europea è una profonda trasformazione degli attuali modelli socioeconomici basata su una visione sistemica e su un approccio rigenerativo all’uso delle risorse e dei sistemi naturali del pianeta. 

Il principio della responsabilità estesa del produttore amplia il campo di gioco in cui l’industria deve operare. La responsabilità non è più solo quella relativa alle funzioni d’uso, alla sicurezza, al rispetto degli standard di prodotto oppure alle prestazioni o, ancora, alla disponibilità di un servizio di assistenza efficiente e di qualità. La responsabilità del produttore trascende le obbligazioni relative al prodotto per farsi carico di quelle relative al rifiuto.

A partire dagli anni Novanta, i produttori hanno così assunto un ruolo attivo nella gestione dei rifiuti derivanti dai propri prodotti.  Grazie alle competenze industriali, tecnologiche e organizzative di cui dispongono, i produttori hanno ottenuto risultati importanti in termini di qualità della gestione dei rifiuti e di ottimizzazione dei costi ad essi associati, sviluppando progressivamente il principio della responsabilità estesa.

In questo complesso percorso di profonda trasformazione della nostra economia e del nostro approccio ai consumi il principio di responsabilità estesa del produttore rivestirà un ruolo rilevante. 

Per approfondire

  •  OECD: Extended Producer Responsibility: Updated Guidance for Efficient Waste Management. OECD Publishing (2016)
  • Extended Producer Responsibility in Cleaner Production: Policy Principle to Promote Environmental Improvements of Product Systems, Lindhqvist, 2000
Finanza per il clima

A cura di Filippo Garelli

Non esiste una definizione univoca di “finanza per il clima” anche se è possibile individuare alcuni cluster utili a inquadrare questa materia, ad esempio, le aree di riferimento, gli attori coinvolti e gli strumenti utilizzati. Accogliendo questo approccio, la finanza per il clima è l’insieme degli sforzi e delle strategie di investimento promosse da attori pubblici e privati per fornire e mobilitare risorse finanziarie, specialmente a favore dei Paesi in via di sviluppo o di quelli più vulnerabili, al fine di ridurre le emissioni nette di gas serra e rafforzare la resilienza dei sistemi umani ed ecologici in relazione all’impatto del cambiamento climatico. Di conseguenza, la finanza per il clima può supportare la realizzazione di progetti o tecnologie per ridurre le emissioni mediante l’uso di energia rinnovabile (solare, eolica, idroelettrica o comunque a basse emissioni di carbonio) oppure la realizzazione di infrastrutture resilienti all’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi più vulnerabili. Nel complesso, queste azioni possono essere realizzate mediante l’impiego di diversi strumenti: sovvenzioni, prestiti agevolati, garanzie, obbligazioni verdi, l’introduzione di una carbon tax o di sistemi di scambio delle quote di emissioni (c.d. emissions trading systems). Secondo alcuni nel settore della finanza per il clima rientrerebbero anche le perdite e i danni dovuti al cambiamento climatico, il supporto per lo sviluppo e/o il trasferimento di tecnologie e il rafforzamento della capacity-building dei Paesi destinatari. A livello internazionale e sul piano giuridico, a dopo l’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico del 1992 e del Protocollo di Kyoto del 1997, il supporto finanziario per il clima trova ulteriore sviluppo nell’Accordo di Parigi. Oggi questo trattato rappresenta il principale strumento sulla governance per il clima. Inoltre, anche l’Agenda 2030 dedica gran parte dell’obiettivo n. 13 al supporto finanziario nel contesto della lotta al cambiamento climatico.  Nel complesso, la finanza per il clima coinvolge una vasta gamma di attori, come Stati, istituzioni finanziarie, imprese, ONG e individui che adottano politiche, legislazioni, strumenti finanziari e strategie di investimento per promuovere lo sviluppo sostenibile e per contribuire alla lotta al cambiamento climatico a livello nazionale e internazionale. In base ai trattati sul clima, i Paesi industrializzati hanno un obbligo collettivo di fornire risorse a favore dei Paesi in via di sviluppo mediante flussi prevedibili, nuovi e aggiuntivi. Tuttavia, non è chiaro quale sia l’entità esatta di tale impegno, l’onere individuale a carico di ciascuno Stato o il termine entro cui realizzare questo risultato. In ogni caso, a partire dal 2010, i Paesi industrializzati si sono impegnati a stanziare 30 miliardi di dollari per il periodo 2010-2012 e circa 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, in linea con le loro responsabilità comuni ma differenziate. Questo impegno dovrà incrementare progressivamente e anche economie industrializzate o Stati diversi dai Paesi industrializzati potranno contribuire volontariamente a questo scopo.  I finanziamenti attuali sono ancora inadeguati e spesso risultano prevalentemente destinati alle azioni per la mitigazione. Attualmente, si stima che nel 2025 i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di circa 1.000 miliardi di dollari all’anno per gli investimenti climatici, un valore che salirà a circa 2.400 miliardi di dollari all’anno tra il 2026 e il 2030. In questo scenario, il settore privato può contribuire a soddisfare questi bisogni e mobilitare fino a 210.000 miliardi di dollari di asset all’anno, un valore ben oltre gli investimenti attuali di origine pubblica.

 

Bibliografia

  • Daniel Bodansky, Jutta Brunnée & Lavanya Rajamani, International Climate Change Law, Oxford University Press, 2017
  • Green Climate Fund, <https://www.greenclimate.fund/sectors/private>;
  • Gastelumendi e I. Gnittke, Climate Finance (Article 9), in The Paris Agreement on Climate Change. Analysis and Commentary, D. Klein, M. P. Carazo, M. Doelle, J. Bulmer e A. Higham (a cura di), Oxford University Press, 2017
  • Michael Mehling, Article 9. Finance, in The Paris Agreement on climate change. A commentary, Geert Van Calster & Leonie Reins (a cura di), Edward Elgar, 2021.
  • UNFCCC Standing Committee on Finance, Report on clustering types of climate finance defnitions in use, 2023.

 

GIUSTIZIA CLIMATICA

a cura di Marica Di Pierri

Greenwashing

A cura di Sivia Santucci

Strategia di comunicazione o manovra di marketing messa in atto da aziende, enti, istituzioni, per dimostrare a possibili utenti o consumatori di garantire un servizio o un prodotto il più possibile sostenibile, nascondendone il reale impatto ambientale. In base al tipo di azione intrapresa, il greenwashing può assumere forme diverse e insidiose.

Una delle più comuni è quella del greenlighting. Si verifica quando un’azienda, attraverso pubblicità o comunicazione, mette in evidenza un aspetto, per quanto piccolo, legato ad un prodotto o un’azione che presuppone un certo grado di sostenibilità al fine di distogliere l’attenzione da attività dannose per l’ambiente condotte in altre aree.

Anche il greenlabelling, che si può tradurre come etichettatura verde, è una pratica di marketing piuttosto comune. Prevede che un prodotto o un servizio venga promosso o pubblicizzato come verde, sostenibile, bio, naturale, ecologico, senza effettivamente esserlo o essendolo solo in parte. In generale, una narrazione pubblica di un’azienda non coerente con gli impegni presi in campo ambientale è segno di greenwashing in quanto il consumatore è indotto a presumere che le azioni intraprese siano in linea con quanto messo in luce attraverso la strategia comunicativa.

Inquinanti atmosferici

A cura di  Marco Cervino

«Inquinamento atmosferico: ogni modificazione dell’aria atmosferica, dovuta all’introduzione nella stessa di una o di più sostanze in quantità e con caratteristiche tali da ledere o da costituire un pericolo per la salute umana o per la qualità dell’ambiente oppure tali da ledere i beni materiali o compromettere gli usi legittimi dell’ambiente». Questa definizione è presente all’art.268 del Testo Unico Ambientale, che mantiene aggiornato il D.Lgs 152 del 2006 in fatto di norme in materia ambientale. L’ambito di applicazione è ristretto «agli impianti, (…) ed alle attività che producono emissioni in atmosfera e stabilisce i valori di emissione, le prescrizioni, i metodi di campionamento e di analisi delle emissioni ed i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai valori limite.» Questo deriva dal recepimento della Direttiva 2008/1/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento, che fornisce la seguente definizione: «inquinamento: l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, (…), che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi; ». Si noti come il “potrebbero nuocere” diventi nella versione italiana “ledere o da costituire un pericolo”: anche nell’ultima forma, meno ampia, per preoccuparsi dell’inquinamento atmosferico non è necessaria la dimostrazione causa-effetto caso per caso, basta la possibilità o il pericolo di un nocumento. 

Nel caso dell’inquinamento atmosferico, le sostanze in gioco sono molte. L’allegato I alla parte V D.Lgs 152/06 ne elenca tantissime, e individua una soglia di rilevanza e una concentrazione ammessa (sulla base del concetto di soglia sotto la quale non ci sarebbero effetti, si vedano i lemma principio di precauzione e procedimenti autorizzativi a proposito). 

Sul pericolo per la salute umana, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiorna periodicamente le proprie linee guida, su CO, NO2, SO2, O3, e particelle di diametro inferiore a 10 e inferiore a 2.5 micrometri. Nell’ultima versione (2021) si prospetta l’approfondimento dell’impatto di particelle ultrafini, di diametro inferiore a 0.1 micrometri. La legislazione italiana per la tutela della salute umana non è aggiornata a queste linee guida, ma è ferma al D.Lgs 155 del 2010.

Nella categoria particelle, l’OMS considera presenti nel particolato una miscela complessa di altre sostanze inquinanti. In effetti il particolato è una miscela di particelle solide e liquide, costituite da elementi quali carbonio organico, inorganico, solfati, nitrati, metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, diossine e furani, e componenti naturali come spray marino, sabbia, ecc. 

Il particolato originato dalle attività umane è primario se immesso in atmosfera dalle sorgenti, o secondario se si forma successivamente, in seguito a trasformazioni chimico-fisiche di altre sostanze (dai gas NO2, SO2 e ammoniaca si formano ad es. i solfati e nitrati in forma solida).

Una categoria degna di nota tra le emissioni di sostanze inquinanti sono i composi organici volatili che comprendono idrocarburi volatili semplici e specie ossigenate quali chetoni, aldeidi, alcoli, acidi ed esteri. I COV intervengono nella formazione di inquinanti secondari, come l ’ozono ed il particolato. Sorgenti antropiche rilevanti sono trasporto su strada, fonti industriali, uso di solventi e combustione di biomassa. Alcuni composti VOC, come formaldeide, benzene o stirene, sono potenzialmente mutageni o cancerogeni.

Le sostanze acide possono recare danno agli ecosistemi (piogge acide) e a i beni culturali (corrosione delle superfici).

Le vie di esposizione umana agli inquinanti atmosferici (si veda il lemma epidemiologia ambientale) sono la respirazione, ma va anche valutata la deposizione al suolo ad es. sulle colture agricole e la catena alimentare, o attraverso la pelle. 

Organizzazione Mondiale della Sanità, WHO global air quality guidelines: particulate matter (‎PM2.5 and PM10)‎, ozone, nitrogen dioxide, sulfur dioxide and carbon monoxide. (2021). https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228

Intersezionalità

A cura di Scosse

Con il termine “intersezionalità” si intende la condizione per cui molteplici e differenti caratteristiche (il genere, la razza/etnia, la classe, l’orientamento sessuale, la cittadinanza, la (dis)abilità e molte altre) connotano, descrivono e identificano una stessa persona, rendendola portatrice di privilegi ma anche soggetta a oppressioni, e ponendola in posizioni diverse all’interno della gerarchia sociale del contesto politico, economico e socio-culturale che abita. Tali caratteristiche incidono nella vita quotidiana posizionando individu3 ed eventi in un sistema di relazioni di potere determinato dall’intersezione di diversi assi.

Al contempo l’intersezionalità è la prospettiva teorica e metodologica che permette di analizzare o osservare una situazione, un evento, un prodotto culturale o una dinamica sociale tenendo in considerazione il modo in cui diversi assi di oppressione intervengono simultaneamente e determinano condizioni diverse per 3 soggett3 coinvolt3. È una lente che consente di guardare a una persona come portatrice di una serie di caratteristiche, ognuna delle quali la rende, in misura maggiore o minore, soggetta a stigma e discriminazioni o piuttosto la colloca in una posizione privilegiata.

Tali assi operano simultaneamente, pertanto ogni persona, diversamente da un’altra, vive situazioni differenti in base all’interazione di tutti gli assi che la connotano e quindi in base a come è collocata all’interno delle scale gerarchiche, alle limitazioni che incontra nell’accesso ai diritti, alle discriminazioni cui è soggetta, agli stereotipi che vengono a essa associati. Le esperienze materiali saranno diverse, per esempio, per una donna bianca, eterosessuale e benestante, rispetto a una donna nera, disabile, ed economicamente svantaggiata.

Il tema delle differenze situate e delle intersezioni dei sistemi di oppressione che incidono sulle vite reali di donne differenti, in carne e ossa, nasce come pratica politica all’interno del femminismo Africano Americano e si diffonde a partire dal manifesto del Combahee River Collective (1977), un collettivo di donne nere e lesbiche di Boston che per primo denuncia l’azione simultanea dell’oppressione razziale, sessuale, eterosessuale e di classe a cui il capitalismo le sottopone, e che le differenzia dalle donne bianche (Taylor, 2017).

È l’avvocata e studiosa femminista nera nordamericana Kimberlé Williams Crenshaw a coniare il termine nel 1989 in ambito giuridico, spiegandolo attraverso una metafora estremamente efficace: possiamo immaginare le discriminazioni come diverse strade che si incontrano in un incrocio, dove un incidente tra i veicoli può essere causato da stigmi che riguardano il genere e l’orientamento sessuale, ma anche l’etnia, il colore della pelle, la religione, la cultura familiare o dei paesi di provenienza, l’eventuale esperienza migratoria, la classe sociale, un corpo non conforme, le abilità fisiche e cognitive, l’età, e così via. La condizione sociale di un3 individu3 che possiamo visualizzare all’incrocio delle strade, è determinata dall’interazione simultanea delle diverse discriminazioni che un3 soggett3 esperisce e che si condizionano a vicenda.

Assumere una prospettiva intersezionale impone di guardare a individu3 ed eventi come legat3 e reciprocamente condizionati. Vuol dire avere consapevolezza del fatto che strategie e soluzioni non sono valide ed efficaci per ogni persona, così come diversi sono i bisogni, le oppressioni e le esperienze vissute. Questo non avviene neutralizzando o rendendo invisibili le differenze fin qui nominate, che esistono e pesano sui vissuti di ciascun3, oltre a rappresentarne la ricchezza. Le donne sono, infatti, storicamente oppresse e subordinate al genere maschile, ma in modo e misura differente a seconda della razza, della classe, dell’orientamento sessuale, della lingua, del luogo e del tempo in cui vivono (Krenshaw, 1989; Guillaumin, 1992; Davis, 2018 [1981]). Lungi dal ritenere tali caratteristiche essenziali e naturali, la prospettiva intersezionale considera le categorie identitarie come socialmente costruite, interdipendenti tra loro e legate ai sistemi di potere attraverso cui assumono significato e determinano differenti condizioni di oppressione.

Per approfondire:

Guillaumin, Colette (2020). Sesso, razza e pratica del potere. L’idea di natura. Ombre Corte. [1992]

Davis, Angela, (2018). Donne, razza e classe. Alegre [1981];

Crenshaw, Kimberlé (1989) “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics,” University of Chicago Legal Forum: Vol. 1989: Iss. 1, Article 8, pp. 139-167, Available at:

http://chicagounbound.uchicago.edu/uclf/vol1989/iss1/8

Crenshaw, Kimberlé (1991), “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence Against Women of Color”, Standford Law Review, XLIII, 6, pp. 1241-1299.

hooks, bell (1981), Ain’t I A Woman? Black Women and Feminism, South End Press, Cambridge (MA).

Taylor, K. Y. (Ed.). (2017). How we get free: Black feminism and the Combahee River Collective. Haymarket Books.

 

Life Cycle Thinking

A cura di Carlo Proserpio, LCA expert e docente Dipartimento di Design del PoliMi

Il Life Cycle Thinking – LCT è uno specifico approccio ai temi di sostenibilità che considera tutte le fasi del ciclo di vita di un prodotto e/o di un servizio: dall’estrazione dei materiali fino ai processi di trattamento del fine vita.  Si tratta di un approccio spesso ribattezzato dalla culla alla tomba in cui sono identificate cinque fasi: 

  • Pre-produzione: comprende l’estrazione delle materie prime e delle risorse naturali.
  • Produzione: comprende i processi di lavorazione delle materie prime.
  • Distribuzione e trasporto: comprende le operazioni per rendere il prodotto o il servizio accessibile al consumatore.
  • Uso e manutenzione: comprende l’uso del prodotto e le relative operazioni di manutenzione, aggiornamento e riparazione.
  • Fine vita: comprende la gestione e il trattamento del prodotto dopo la sua dismissione attraverso il riciclaggio, il recupero energetico, il compostaggio e la discarica.

Nel corso degli anni si sono consolidati e diffusi, anche con il supporto di specifici standard ISO, gli approcci analitici al ciclo di vita: 

  • Life Cycle Assesment – LCA per la valutazione degli impatti ambientali dove, i più recenti metodi di valutazione, come l’Environmental Footprint promosso dalla Commissione Europea, arrivano a considerare 18 differenti indicatori quali, ad esempio, effetto serra, eutrofizzazione e scarsità d’acqua. 
  • Life Cycle Costing – LCC per la valutazione degli aspetti economici generati nelle diverse fasi del ciclo di vita considerando i costi di acquisto, di manutenzione, di riparazione, di sostituzione, di consumo delle risorse e di smaltimento
  • Life Cycle Social Assessment – S-LCA per la valutazione degli aspetti sociali inerenti alle relazioni tra le organizzazioni coinvolte nel ciclo di vita e i relativi stakeholder. 

L’insieme delle valutazioni ambientali, economiche e sociali è definita dall’UNEP come Life Cycle Sustainability Assessment – LSCA in quanto costituisce di fatto una valutazione su tutti gli aspetti della sostenibilità. Le metodologie di valutazione degli aspetti ambientali, economici e sociali rappresentano un elemento fondamentale nella transizione verso modelli di produzione e di consumo sostenibili in quanto permettono di supportare i processi decisionali attraverso robusti elementi analitici. 

Oltre alla dimensione analitica e di valutazione, l’approccio al ciclo di vita è adottato negli ambiti del design e del management assumendo le definizioni di Life Cycle Design – LCD e di Life Cycle Management – LCM. In entrambi i casi l’applicazione di queste metodologie ha l’obiettivo di ottimizzare le prestazioni del prodotto e/o del servizio in ogni aspetto, garantendo una gestione sostenibile delle risorse in ciascuna fase del ciclo di vita. 

Nello specifico il Life Cycle Management è un sistema di gestione del prodotto che mira a ridurre al minimo gli oneri ambientali e socioeconomici associati al prodotto o al portafoglio di prodotti di un’organizzazione durante il suo intero ciclo di vita attraverso la sua catena del valore. 

Mentre il Life Cycle Design è una metodologia che viene applicata nell’ambito disciplinare del Design per la sostenibilità ambientale con l’obiettivo di integrare i requisiti di sostenibilità nelle attività progettuali, dove, secondo il piano d’azione per l’economia circolare della commissione europea, sono generati fino all’80% degli impatti di un prodotto o di un servizio.

Per approfondire

  • UNI EN ISO 14040:2006 Gestione ambientale – Valutazione del ciclo di vita – Principi e quadro di riferimento
  • Raccomandazione della Commissione 2021/2279/UE;
  • Il Programma per l’ambiente delle nazioni unite (UNEP) e la Società di tossicologia e chimica ambientale (SETAC) hanno promosso la Life Cycle Initiative con l’obiettivo di favorire il miglioramento, la comprensione, l’adozione e l’applicazione del pensiero del ciclo di vita da parte dei decisori pubblici e privati.

 

Lost&Damage (L&D)

A cura di Filippo Garelli

Loss and damage (L&D)

Negli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno portato a fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti e intensi. Inondazioni, siccità prolungate, tempeste tropicali, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani hanno causano perdite e danni significativi a comunità, ecosistemi e infrastrutture in tutto il mondo (Loss & Damage o L&D).  In generale, si parla di perdite e danni economici quando interessano risorse, beni e servizi comunemente scambiati sui mercati, come nel caso dei danni alle infrastrutture o alle proprietà oppure nei casi di interruzioni della catena di approvvigionamento di beni, e quindi, danni suscettibili di riparazione. Le perdite e i danni non economici possono essere tra i più devastanti, come la perdita di vite umane, biodiversità, patrimonio o identità culturale oppure i casi migrazione forzata indotta dai cambiamenti climatici, spesso non facilmente suscettibili di valutazione economica. A livello internazionale, il concetto di L&D emerge per la prima volta durante i negoziati del 1992 per l’adozione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), tuttavia, una prima codificazione esplicita di questa materia si trova nel Bali Action Plan del 2007 e poi negli Accordi di Cancun del 2010. Inoltre, nel 2013, la COP decide di istituire il Meccanismo internazionale di Varsavia (WIM) per migliorare la conoscenza e la comprensione dei rischi connessi alle perdite e ai danni dovuti al cambiamento climatico. Il WIM contribuisce a rafforzare il coordinamento e le sinergie tra le parti coinvolte, nonché le azioni, le capacità e le risorse finanziarie a sostegno dei Paesi più vulnerabili. Il WIM è supportato anche da un comitato esecutivo (ExCom) che contribuisce a implementarne le relative funzioni. Anche l’Accordo di Parigi dedica attenzione a questa materia e lo fa nell’art. 8, una disposizione che riconosce l’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, compresi gli eventi meteorologici estremi e quelli a lenta insorgenza. Inoltre, l’Accordo di Parigi individua alcune aree in cui gli Stati devono rafforzare la cooperazione per migliorare la comprensione, l’azione e il supporto di fronte alle perdite e ai danni provocati dal cambiamento climatico: la predisposizione di sistemi di allarme rapido; la preparazione di fronte a emergenze e l’incremento della resilienza delle comunità e degli ecosistemi; gli eventi a insorgenza lenta o che possono comportare perdite e danni irreversibili e permanenti; la valutazione e la gestione del rischio, insieme alle possibili soluzioni assicurative; le citate perdite non economiche. Questo settore è stato rafforzato notevolmente negli ultimi anni. In particolare, recentemente, la COP ha istituito e rafforzato il Network di Santiago, utile a catalizzare l’assistenza tecnica offerta nell’area L&D da diversi attori (organizzazioni internazionali, ONG, Agenzie, ecc.). In aggiunta, durante la COP27, le Parti hanno trovato l’accordo per l’istituzione di un fondo per fronteggiare le perdite e i danni, reso operativo nella successiva conferenza sul clima del 2023. Questi progressi potrebbero rivelarsi fondamentali, tenendo conto che soltanto tra il 2000 e il 2019, il mondo ha subito circa 2.800 miliardi di dollari in perdite e danni dovuti al cambiamento climatico, quasi 16 milioni di dollari all’ora. A fronte di questi dati allarmanti, durante l’ultima conferenza sul clima, alcuni Stati hanno espresso la loro volontà di destinare circa 792 miliardi di dollari a supporto delle perdite e dei danni. Si tratta di una somma ancora insufficiente, ma rappresenta un primo passo verso la realizzazione di sforzi più consistenti.

 

Per approndire

  • Elisa Calliari, Lisa Vanhala, Linnéa Nordlander, Daniel Puig, Fatemeh Bakhtiari, Md Fahad Hossain, Saleemul Huq & Feisal Rahman, Article 8. Loss and damage, in The Paris Agreement on climate change. A commentary, Geert Van Calster & Leonie Reins (a cura di), Edward Elgar, 2021.
  • Linnéa Nordlander, Human Rights and Climate Change The Law on Loss and Damage, Routledge, 2024
  • Reinhard Mechler, Laurens M. Bouwer, Thomas Schinko, Swenja Surminski & JoAnne Linnerooth-Bayer, Loss and Damage from Climate Change: Concepts, Methods and Policy Options, Springer International Publishing, 2019
  • UNEP, about loss and damage, website: https://www.unep.org/topics/climate-action/loss-and-damage/about-loss-and-damage
  • UNFCCC, Loss and damage. Online guide. 2024 – < https://unfccc.int/sites/default/files/resource/loss_and_damage_online_guide.pdf>

 

Matrice ambientale

A cura di Lorenzo Manni

Per matrice ambientale si intende uno degli elementi fisici che compongono quell’insieme complesso definito ambiente. Sono matrici ambientali l’aria e l’atmosfera, le acque superficiali e sotterranee, il suolo, il sottosuolo, la vegetazione, la fauna, ma anche il paesaggio, il clima o fattori fisici, come le vibrazioni, il rumore, i campi elettromagnetici, la radioattività. Il concetto di matrice ambientale si applica prevalentemente nell’ambito del monitoraggio dello stato dell’ambiente, nello studio, nell’analisi e nella valutazione degli effetti e dei potenziali impatti delle attività umane e nel campo della caratterizzazione e della bonifica dei siti inquinati. 

Per ogni matrice ambientale esistono tecniche di campionamento e rigidi protocolli analitici, definiti in specifiche normative o linee guida cui è obbligatorio attenersi nelle valutazioni ambientali o nei piani di caratterizzazione e controllo ai fini della bonifica dei siti inquinati.

Migrazioni ambientali

A cura di Maria Marano

Comunità o persone costrette a migrare, in modo temporaneo o definitivo, fuori o più comunemente entro i confini del Paese, perché a causa di disastri ambientali non sono in grado di garantirsi i mezzi di sostentamento nelle terre di origine (ecologicamente fragili e con sistemi di governance poco stabili). Questi spostamenti non sono indotti solo dal collasso climatico, riguardano anche (falsi) progetti di sviluppo (dighe, infrastrutture di trasporto, industria mineraria, pratiche agricole non sostenibili o pratiche di land e water grabbing, ossia sottrazione di terre o acqua alle popolazioni locali). Tali progetti, principalmente nelle realtà in via di sviluppo, minacciano ecosistemi vitali per le comunità che dipendono dai loro servizi ecosistemi (pesca, agricoltura, legname) sia per i bisogni primari che per tutelare la loro cultura e identità. Le persone in fuga per cause ambientali restano nel limbo giuridico o più comunemente sono rimandate nella categoria migranti economici.

Migrazioni climatiche

A cura di Maria Marano

Persone o comunità, principalmente nel Sud globale, costrette a lasciare le loro terre a causa di eventi climatici estremi, che interagiscono sempre più spesso con fattori di instabilità sociale, economica, politica, provocando a cascata ulteriori effetti avversi (carestie, conflitti, diritti umani violati). Tra le definizioni utilizzate, in maniera indistinta, per chi cerca rifugio a causa del clima (profughi, migranti, sfollati climatici), giuridicamente l’espressione rifugiato climatico è imprecisa, perché non riconducibile alla Convenzione ONU sui rifugiati del 1951. Un passo avanti arriva dal Comitato dei diritti umani dell’ONU con il caso Teitiota, che rafforza il principio di non respingimento, in caso di un rischio reale e personale della vita, in un Paese soggetto a eventi ambientali avversi. I cambiamenti climatici sono moltiplicatori di minacce, pertanto la comunità internazionale dovrebbe estendere la protezione sulla base della rilettura del concetto di violenza derivata da eventi climatici.

Negazionismo climatico

A cura di Lorenzo Fargnoli

Il complottismo ambientale, un fenomeno culturale e sociale, si manifesta attraverso la diffusione e l’adesione a teorie del complotto riguardanti questioni legate all’ambiente, alla conservazione della natura e ai cambiamenti climatici. Queste teorie sostengono l’esistenza di manipolazioni orchestrate da poteri occulti o gruppi di interesse dietro eventi o fenomeni ambientali, agendo per ragioni politiche, economiche o di controllo sociale. Tale fenomeno assume molteplici forme, ma si può distinguere principalmente in due grandi filoni:

Il primo filone suggerisce che ogni fenomeno climatico né abbia basi naturali né a sia dovuto a una conseguenza dell’antropizzazione umana. Questo approccio sostiene che dietro tali eventi vi sia la volontà di un’élite occulta, che utilizzando tecnologie tenute nascoste, controlli e crei disastri ambientali per il proprio tornaconto. Fra quelle che hanno avuto più successo nel mondo complottista troviamo le scie chimiche, dove si afferma che sostanze chimiche vengano rilasciate da aerei governativi o di altre organizzazioni segrete con lo scopo di modificare il clima, manipolare la mente umana, diffondere malattie o controllare la popolazione. Alcuni sostenitori della teoria credono che queste scie siano parte di un piano per la geoingegneria, ovvero la manipolazione intenzionale del clima terrestre per mitigare i cambiamenti climatici, mentre altri credono che siano utilizzate per scopi più sinistri e nefasti. La seconda, per ordine di importanza, è la teoria complottista del programma HAARP (High-Frequency Active Auroral Research Program), la quale suggerisce che questo progetto di ricerca, gestito dall’U.S. Air Force, la Marina degli Stati Uniti e l’Università dell’Alaska, sia in realtà un’arma segreta per il controllo del clima e la manipolazione delle onde cerebrali umane. Secondo questa teoria, il programma HAARP utilizza un campo di antenne a radiofrequenza ad alta potenza per inviare segnali nella ionosfera, la parte superiore dell’atmosfera terrestre. Tra le affermazioni più diffuse associate alla teoria del complotto HAARP ci sono:

Controllo del clima: Si sostiene che HAARP possa alterare il clima manipolando i modelli di nuvole e causando fenomeni meteorologici estremi come uragani, tempeste o siccità. Questa manipolazione del clima sarebbe utilizzata per fini militari o geopolitici, come ad esempio indebolire nemici o influenzare le condizioni climatiche su scala globale, e modifiche geofisiche: Alcuni teorici del complotto credono che HAARP possa causare terremoti o altre catastrofi geofisiche attraverso la manipolazione delle onde elettromagnetiche nella ionosfera, anche se non ci sono prove scientifiche a supporto di tali affermazioni.

Il secondo filone è rappresentato dal negazionismo climatico, che va oltre la semplice negazione delle evidenze scientifiche del riscaldamento globale. Questo approccio mina la fiducia nella ricerca scientifica e nelle tecnologie rinnovabili, che rappresentano soluzioni concrete e mature per affrontare la crisi climatica. Per coloro che aderiscono a questa visione, la transizione verso una produzione più sostenibile viene interpretata come un complotto esterno o interno per colpire la ricchezza di un paese, minandone il progresso attraverso finti e allarmistici catastrofismi escatologici.

Spesso finanziato e concepito da grandi gruppi finanziari e industriali ideologicamente affini ad una cultura politica conservatrice, il complottismo ambientale utilizza la cosiddetta «strategia del tabacco» come mezzo di diffusione. Questa strategia, che può essere descritta come un’operazione volta a distorcere la percezione pubblica sui danni ambientali, è analoga alle tattiche utilizzate per negare i danni per la salute causati dal fumo di tabacco fin dagli anni ’40. Essa sfrutta la disinformazione, il lobbying e la manipolazione dell’opinione pubblica per proteggere gli interessi dell’industria a discapito dell’ambiente e della salute globale. Un esempio di strategia utilizzata nel complottismo ambientale consiste nell’impiegare una fonte non qualificata o non competente come fonte attendibile. Un caso emblematico è rappresentato dalla diffusione di una lettera firmata da 1200 individui (Dichiarazione mondiale sul clima WCD) che negano l’esistenza del cambiamento climatico. Tuttavia, un’analisi più approfondita rivela che la maggior parte di coloro che hanno firmato la lettera non possiede competenze specifiche in climatologia o discipline correlate. Questo è un esempio del tentativo di minare la credibilità della scienza climatologica, utilizzando fonti di informazione non autoritarie o competenti nel campo, sfruttando l’illusione di una vasta base di supporto.

 

Per approfondire:

  • https://clintel.org/wp-content/uploads/2023/02/WCD-version-02182311035.pdf
Obsolescenza programmata

A cura di Vittoria Moccagatta

L’obsolescenza programmata consiste nel precoce declassamento della merce attraverso l’introduzione intenzionale di difetti che fanno precipitare le sue prestazioni e rendono indispensabile una sostituzione prematura. Facendo sistema con la necessità di mantenere l’economia in uno stato di crescita, l’obsolescenza programmata accelera il normale decorso dei prodotti assottigliando il confine che divide vecchio e nuovo, logoro e funzionante, scarto e merce, sicché non si fa in tempo a comprare un prodotto che questo presenta presto malfunzionamenti e dunque va scartato e comprato nuovamente. Nello stadio più avanzato, l’obsolescenza programmata prende il nome di “obsolescenza psicologica” perché capace di degradare non tanto la funzionalità dei prodotti, ma la psicologia di chi li acquista: grazie all’avvento delle nuove mode, ciò che viene reso obsoleto è ora anche ciò che risulta intonso e ancora utilizzabile, ma che non brilla, all’interno delle vetrine, come fa la sua versione 2.0 o che non viene acclamato dalle voci pubblicitarie come avviene per la sua controparte à la page.

 

Outdoor Education

A cura di Jessica Ferretti

La traduzione letterale di Outdoor Education è “educazione fuori”,  questa espressione si riferisce  a una pratica educativa basata sull’apprendimento esperienziale in un ambiente esterno. Più corretto riportare la riflessione di Christian Bisson, ricercatore statunitense, che nel 1996  ha definito l’Outdoor Education come un termine ombrello, ovvero un concetto che intende raggruppare diverse pratiche educative accomunate dalla valorizzazione di esperienze vissuta all’aperto, fuori da uno spazio chiuso. Negli ultimi 3 decenni l’Outdoor Education è diventata la risposta ad un fenomeno sociale ed educativo conosciuto come iperprotezione dell’infanzia ( si parla di Bubble Wrap Generation), limitando il gioco, la socialità e il movimento al di fuori degli spazi chiusi, e questo significa anche non offrire l’opportunità di vivere esplorazioni e avventure nell’ambiente esterno.  L’Outdoor Education valorizza l’esperienza del rischio, come condizione di crescita e di autoconoscenza e riconosce l’importanza di un spazio all’aperto non strutturato, dove non ci sono oggetti con un uso definito e finalizzato, e imprevedibile, ovvero non controllabile come le variazioni delle condizioni atmosferiche. “L’Outdoor Education diventa significativa se la persona adulta scopre (ha scoperto) il valore e il benessere del proprio stare in ambiente, vivendo in prima persona un luogo attraverso le esperienze sensibili che esso sollecita, la curiosità di esplorare, osservare, interrogarsi.” La figura educatrice si trasforma in quella di accompagnatrice dell’esperienza, facilitatrice dell’apprendimento. La relazione diretta con lo spazio all’aperto consente lo sviluppo di competenze non per materie separate, bensì il soggetto apprende a costruire percorsi di conoscenza interdisciplinari. Per ambiente esterno si intendono contesti naturali, rurali e urbani (sia aree verdi urbane che piazze e strade).  Il giornalista ed educatore statunitense Richard Louv nel 2005 ha coniato l’espressione deficit di natura per riferirsi a quei danni nello sviluppo psico-fisico di coloro che hanno vissuto un’infanzia senza o con ridotto contatto con la natura. Ricerche scientifiche sull’Outdoor Education dimostrano che il contatto con ambienti naturali rigenera l’attenzione e riduce lo stress, effetti positivi che si riflettono nelle dimensioni affettivo-emotiva, relazionale, cognitiva e fisica dell’individuo. L’Outdoor education esalta la relazione con l’ambiente esterno e ciò non significa entrare in contraddizione con gli spazi chiusi, bensì invita a vedere connessioni in maniera propositiva tra fuori e dentro. 

Per appronfondire

  • Farnè, A. Bortolotti, M. Terrusi, Outdoor Education: prospettive teoriche e buone pratiche, Carocci editore, 2018
Povertà educativa

A cura di Andrea Morniroli

Uno dei problemi più gravi della scuola continua a essere il numero troppo grande di ragazze e ragazzi che perde. Nonostante l’impegno personale di tanti/e maestri e maestre, insegnanti, educatori, la scuola da un lato molte volte non riesce ad accogliere chi fa più fatica, d’altro lato, soprattutto nei territori più deboli e marginali, sembra non riuscire a rompere quella sorta di profezia che si auto-avvera che porta molte ragazze e molti ragazzi a non immaginarsi in un ruolo diverso da quello al quale il proprio destino sociale sembra averli inchiodati. Perché la povertà educativa , come la dispersione scolastica e il fallimento formativo, sono fenomeni che sono prodotti da una molteplicità di fattori e che spesso si legano in modo stretto alla povertà materiale. E sappiamo, ancora, che è proprio tale intreccio di determinanti economiche, culturali e sociali che incide in negativo e in modo permanente sui percorsi di studio e di vita di molti/e giovani del nostro paese, soprattutto nei territori in cui maggiori è il peso delle disuguaglianze geografiche, sociali e di opportunità.

Si tratta non solo di non aver accesso alle competenze chiave per l’apprendimento, per trovare lavoro, per l’esercizio della cittadinanza, ma di una deprivazione che investe la persona nella sua interezza, mettendo a repentaglio la fiducia in se stessi e di conseguenza la stessa capacità di immaginare e aspirare a un futuro diverso.

In Italia, la povertà materiale coem quella educativa stanno aumentando. L’ultima rilevazione Istat del 2021 ci dice che i minori in condizione di povertà assoluta sono circa un milione e duecentomila, quattro volte di più del 2008. Sempre secondo tale fonte quelli in povertà relativa (bambine e bambini, ragazze e ragazzi, che anche se hanno possibilità di accesso ai servizi essenziali non possono comunque soddisfare il livello medio di benessere del paese) sono 2.300.000.  Per quel che attiene i dati di quella educativa il dato ci dice che la media nazionale di dispersione implicita e esplicita si attesta intorno al 12% ma tale media si attesta tra il 16 e il 22% nelle regioni del Sud. Pesano inoltre le disuguaglianze di genere e quelle di “classe” perché a 50anni da Don Milani sono ancora le figlie e i figli dei poveri a comporre la stragrande maggioranza delle alunne e alunni che fanno più fatica, abbandonano, non raggiungono i risultati sperati. 

Un Paese che vede un ragazzo su quattro abbandonare precocemente il ciclo di studi oppure terminarlo senza raggiungere un livello di competenze adeguato è un paese malato che non  investe sul proprio futuro. 

Per questo, come primo elemento va ribadito che le politiche della scuola e della formazione, come quelle di contrasto della povertà e delle disuguaglianze non sono un esito dello sviluppo ma il suo presupposto. Condizioni indispensabili affinché il futuro che ci aspetta sia più giusto, meno disuguale, produttore di buoni lavori, attento alle persone, all’ambiente e ai beni comuni. E che per questo la comunità tutta e non solo la scuola, con tutti i suoi attori deve interpretare il processo educativo come luogo di apprendimento collettivo e di responsabilità pubblica. Sapendo che sono le disuguaglianze in termini di accesso alle opportunità educative che orientano molte dimensioni della vita degli esseri umani fin dalla primissima infanzia e lungo tutto il tempo della crescita e che il mancato accesso all’istruzione e il depotenziamento degli investimenti educativi e formativi sulle persone sono presupposti per l’innestarsi e il cronicizzarsi delle disuguaglianze.

 

RAEE

A cura di Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion WEEE

I RAEE sono i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche: tutti i dispositivi il cui funzionamento dipende dall’energia elettrica, grandi o piccoli che siano (frigoriferi, lavatrici, TV, computer, telefoni cellulari, caricabatterie, aspirapolvere, radiosveglie, spazzolini elettrici, smartwatch …), quando giungono alla fine della loro vita utile diventano RAEE: si stima che ogni cittadino italiano generi ogni anno circa 15 kg di RAEE.

I RAEE sono allo stesso tempo un problema e un’opportunità. Sono un problema, perché contengono sostanze inquinanti – come metalli pesanti (mercurio, piombo, cadmio) o gas ozono-lesivi (CFC, HCFC) – che devono essere rimosse e smaltite in modo sicuro, mediante l’utilizzo di appositi impianti di trattamento. Ma rappresentano anche un’opportunità, perché sono costituiti da materie prime che possono essere riciclate, cioè reinserite nei cicli produttivi: ferro, rame, alluminio, plastica, nonché molte di quelle “materie prime critiche” (come litio, cobalto, tantalio, palladio, terre rare) che sono indispensabili per molti dei settori industriali più avanzati e che l’Italia oggi importa prevalentemente dalla Cina. Il tasso di riciclo dei RAEE è superiore al 90%: da 1.000 kg di Rifiuti Elettrici ed Elettronici si ottengono oltre 900 kg di Materie Prime Seconde; perciò i RAEE sono un concreto esempio di Economia Circolare.

Affinché i RAEE possano essere sottoposti a un corretto processo di trattamento, questi rifiuti non devono essere gettati nella spazzatura indifferenziata né consegnati a soggetti diversi da quelli incaricati della loro raccolta, che sono solo gli Enti Locali e i Negozianti che vendono Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche.

Gli Enti Locali devono allestire le isole ecologiche (chiamate anche centri di raccolta o riciclerie), nelle quali i cittadini possono conferire i propri rifiuti, tra cui anche i RAEE: nelle isole ecologiche i RAEE sono suddivisi in cinque Raggruppamenti (per facilitare le successive operazioni di trattamento):

  • R1: frigoriferi, congelatori, condizionatori, asciugatrici a pompa di calore;
  • R2: lavatrici, lavastoviglie, forni e altri grandi elettrodomestici;
  • R3: TV e monitor
  • R4: piccoli elettrodomestici, PC, telefoni cellulari, elettronica di consumo;
  • R5: sorgenti luminose.

Gli Enti Locali inoltre devono istituire sistemi di raccolta domiciliare dei RAEE più ingombranti (frigoriferi, lavatrici, TV …).

I Negozianti devono invece garantire ai propri Clienti due servizi gratuiti di ritiro dei RAEE:

  • il ritiro “uno contro uno”, cioè il ritiro del RAEE quando il Cliente acquista un’Apparecchiatura equivalente; questo ritiro gratuito deve avvenire nel luogo in cui è effettuata la consegna della nuova Apparecchiatura, riguarda qualunque tipologia di RAEE ed è obbligatorio per tutti i Negozianti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (anche per quelli che effettuano vendite on-line);
  • il ritiro “uno contro zero”, cioè il ritiro del RAEE anche quando il Cliente non compra una nuova Apparecchiatura; questo ritiro gratuito deve avvenire in negozio, riguarda solo i “piccoli RAEE” (cioè RAEE la cui dimensione massima è inferiore a 25 cm) ed è obbligatorio solo per i “grandi negozi” (cioè negozi in cui la superfice di vendita dedicata alle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche è superiore a 400 mq).

I Negozianti che non rispettano tali obblighi di ritiro possono essere sanzionati, sulla base di quanto disposto dal D.Lgs. 49/2014.

Redd+

A cura di Carlotta Indiano

REDD+, acronimo di “riduzione delle emissioni di gas serra dovute alla deforestazione e al degrado forestale” (dall’ inglese reduction Reduction of Emissions from Deforestation and Forest Degradation) è un programma internazionale sviluppato dalla Convenzione dell’ONU sul clima che crea incentivi per ridurre le emissioni di CO2 causate dalla distruzione delle foreste nei Paesi del Sud del mondo. Il simbolo “+” indica le attività addizionali legate alle foreste che proteggono il clima, in particolare la gestione sostenibile delle foreste, la conservazione e il miglioramento degli stock di carbonio nelle foreste.  L’obiettivo del progetto è incoraggiare la gestione sostenibile delle foreste nei Paesi del Sud del mondo. Le azioni REDD+ possono anche essere collegate alle opportunità di finanziamento dei mercati dei crediti di carbonio inquadrate dall’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Nell’ambito delle attività REDD+, definite “soluzioni basate sulla natura”, i Paesi del Sud del mondo possono ricevere finanziamenti in base ai risultati di riduzione e compensazione delle emissioni ma l’attività presenta numerosi rischi nei paesi in cui viene sviluppata.

Reverse logistic

A cura di Silvia Santucci

Con la definizione reverse logistic, traducibile in italiano con l’espressione logistica di ritorno o logistica inversa, si intende il processo opposto a quello della catena di distribuzione, in cui i consumatori rendono i prodotti ricevuti al produttore o al rivenditore attraverso lo stesso percorso della catena di fornitura. Il caso più comune di logistica di ritorno riguarda la gestione dei resi ma stanno registrando una crescita anche altri segmenti di mercato come il re-commerce, cioè il commercio online di beni usati e ricondizionati, e la gestione del fine vita: condizioni in cui il produttore, o chi per lui, accetta di prendere in carico il prodotto al termine del suo ciclo di vita, occupandosi della rivendita o del riciclo. Anche il noleggio online implica un’accurata gestione della logistica inversa, così come tutti quei servizi di restituzione del packaging che prevedono l’uso di imballaggi riutilizzabili che tornano al venditore. L’obiettivo è massimizzare il valore dei prodotti restituiti e ridurre al minimo i costi associati alla loro gestione e trattamento: permette di far guadagnare nuovo valore a prodotti che hanno esaurito il loro ciclo di vita. 

Sovranità alimentare

A cura di Associazione Terra!

La sovranità alimentare è un concetto che racconta un preciso approccio politico ai sistemi di produzione del cibo e alla società. Un approccio che si oppone alla visione neoliberale su cui poggia il modello dell’agribusiness. La s.a. pone al centro del dibattito pubblico il cibo come diritto collettivo e non come merce. Un cibo che viene garantito alle comunità locali dal lavoro di piccoli produttori e dalla loro possibilità di determinare collettivamente i sistemi alimentari locali. Un cibo prodotto in sicurezza, nel rispetto della terra, degli ecosistemi e della cultura locale, uno strumento con cui si promuove la giustizia sociale e ambientale. Il concetto è stato coniato nel 1996 da La Via Campesina, in occasione del Vertice mondiale sull’alimentazione. La Via Campesina è un movimento internazionale nato nel 1993 a Mons, in Belgio, per dare voce a contadini e contadine, agricoltori e agricoltrici di piccole e medie dimensioni, a indigeni, migranti e lavoratori e lavoratrici agricoli provenienti da tutto il mondo. La Via Campesina definisce la s.a come “il diritto dei popoli ad alimenti sani, culturalmente appropriati e prodotti con metodi sostenibili e il loro diritto di definire il proprio sistema agricolo e alimentare”. Nel 2022, il Ministero italiano delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali per volere del Ministro Francesco Lollobrigida, scelto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha cambiato il suo nome in Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle Foreste. Una definizione che punta a recuperare il concetto coniato negli anni ‘90, svuotandolo però di senso, per declinarlo in chiave conservatrice. L’azione del dicastero presieduto dal ministro Lollobrigida, infatti, punta esclusivamente alla difesa degli interessi nazionali in agricoltura e della produttività, sacrificando i vincoli ambientali. 

Per approfondire:

Via Campesina.org

Nyéléni, Forum for Food Soveregnty, 2007

Associazione Terra, L’agricoltura nell’era Meloni: si scrive sovranità, si legge sovranismo, 22 ottobre, 2022

 

Terre rare

A cura di Andrea Turco

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica: scandio (Sc), ittrio (Y) e i lantanidi. In particolare i lantanidi sono un gruppo di 15 elementi, che vanno dal numero 57 al 71 nella tavola periodica. Nonostante l’espressione, le terre rare non si definiscono tali perché sono introvabili. Anzi, sono più abbondanti del piombo e dell’argento. Tuttavia sono sparse in maniera difforme e il processo di estrazione è molto complesso, nonché notevole dal punto di vista dell’impatto ambientale. Le terre rare sono fondamentali per la doppia transizione ecologica e digitale: le troviamo nei chip dei pc, nei magneti permanenti delle turbine eoliche, nelle batterie dei veicoli elettrici. Ecco perché da tempo a livello globale si registra una corsa all’approvvigionamento. Che però, al momento, vede il predominio della Cina in ogni fase della catena di fornitura. La speranza è che l’aumento della domanda di terre rare venga compensata da un esponenziale ricorso al riciclo.

Trasculturalità

A cura di Rahma Nur

TRANSCULTURALITÀ: parola formata dal prefisso TRANS che deriva dal latino, nel significato di “al di là”, “attraverso” e CULTURA:” L’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità” 1 . Da qui i termini transcultura, transculturalità, che richiamano qualcosa che attraversa la cultura, da non confondere con “multiculturalità”, in quanto si va oltre questo concetto: si vuole evidenziare la specificità delle singole culture cercando in esse quegli elementi universali e comuni a tutti gli esseri umani a prescindere dall’etnia, dalla lingua, dalla religione.

Quindi, quando parliamo di transculturalità non pensiamo più al singolo, ma ad una comunità che vuole creare un dialogo e una partecipazione ampia nel superare le diversità per creare una cultura nuova che superi i confini individuali. Questa parola, calata nella scuola, assume un ruolo importante affinché gli studenti “transnazionali” possano superare l’omologazione e la chiusura culturale in quanto portatori di interconnessioni che possono arricchire il sistema educativo nazionale ormai un mosaico di dimensioni, scambi e incroci. Con transculturalità si determina ciò che, come esseri umani, abbiamo in comune trascendendo le nostre alterità e avvicinandoci reciprocamente attraverso le varie forme di arte.

 

Upcycling

A cura di Letizia Palmisano

L’upcycling, noto anche come “riuso creativo” (o, impropriamente, “riciclo creativo”), è l’arte di trasformare i prodotti di scarto, gli oggetti in disuso e i materiali inutilizzati in nuovi elementi o in prodotti percepiti come qualitativamente migliori e ai quali viene attribuito un valore artistico o funzionale aggiunto. 

Approfondendo l’etimologia della parola, il termine upcycling – il cui primo utilizzo risale al 1994 – deriva dall’unione delle parole inglesi “up” (che significa “verso l’alto”) e “cycling” (che fa riferimento al riciclo). L’espressione venne coniata per essere contrapposta al downcycling. Se, attraverso il riciclaggio, si ottiene «la conversione o l’estrazione di materiali utili da un prodotto e la creazione di un prodotto o materiale diverso», si parla di downcycling quando il valore del prodotto o materiale ottenuto risulta diminuito al termine del processo. 

L’upcycling consente di ridurre gli sprechi e prolungare il ciclo di vita dei materiali che, altrimenti, verrebbero gettati via, ma non solo: attraverso tale processo si assicura una nuova estetica agli oggetti, tramutandoli in qualcosa di funzionale, ma, al tempo stesso, anche bello e performante. La spinta creativa, infatti, è fondamentale nella valorizzazione delle potenzialità inespresse del bene, consentendo di trovare nuove destinazioni d’uso per materiali che hanno esaurito la loro funzione iniziale.

Ecco alcuni esempi di upcycling partendo dalla categoria dell’arredamento. Si può, ad esempio, realizzare una libreria recuperando vecchie assi di legno, creare la struttura di un divano utilizzando pallet, usare copertoni o bobine di cavi per costruire un tavolo e riconvertire le cassette di frutta in pensili di cucina. 

Un’altra serie d’esempi riguarda i complementi d’arredo: i cerchioni delle biciclette possono diventare lampadari, i vecchi telefoni a disco si trasformano in originali abat-jour, i palloni da calcio usurati tornano in giardino sotto forma di vasi per fiori e centinaia di bottiglie di plastica possono assumere la forma di un albero di Natale e così via.

Un tipo di upcycling molto diffuso riguarda i materiali tessili, come le vecchie tende, il tessuto degli ombrelli o i tappeti trasformati in cuscini, borse, portafogli o altri accessori ma anche ritagli e scarti di stoffe che, con grazie all’arte del cucito, possono diventare fasce per capelli, portachiavi, gioielli e oggetti d’arte. 

Attraverso l’upcycling, gli elementi di scarto trovano nuova forma e vita venendo spesso trasformati in qualcosa di completamente diverso rispetto alla loro foggia originale. 

Fautori di quello che può definirsi un vero un fenomeno artistico e culturale, sono artigiani ed artisti, ma, giorno dopo giorno, aumenta il numero delle medie e grandi aziende che creano linee di prodotti realizzate, completamente o in parte, con materiali riciclati (il cosiddetto “upcycled design”). A diffondersi sono anche corsi, laboratori e workshop dedicati a coloro i quali abbiano interesse ad intraprendere il mestiere dell’upcycler o semplicemente a chi voglia coltivare un hobby circolare. 

Per approfondire

 

Perché un glossario

“Le parole giuste per una giusta transizione ecologica” è un glossario on line, di consultazione libera, rivolto al mondo della comunicazione e allə addettə dell’informazione, pensato per individuare e definire i concetti chiave per una radicale trasformazione in senso ecologico dell’economia e della società.

È stato realizzato nell’ambito delle iniziative a supporto dell’attuazione della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, con il sostegno del MASE.

Il glossario è diviso in quattro sezioni climatiche: crisi climatica, giustizia ambientale, educazione ecologista, economia circolare. I lemmi sono navigabili per temi, in ordine alfabetico o tramite ricerca libera. 

 

Un lavoro collettivo

Il Glossario si configura come lavoro corale e come messa a sistema di un pensiero collettivo. Nasce grazie al lavoro di tante persone che hanno messo a disposizione di A Sud e de Le parole giuste la loro professionalità e conoscenza. Il risultato è questo strumento prezioso di orientamento ed approfondimento; un invito a leggere il mondo che cambia da un punto di vista ecologista e circolare.

Nella nostra prospettiva la condivisione di conoscenze, approcci e strumenti è fondamentale per affrontare le grandi questioni globali. Per capire, ragionare, squadernare concetti complessi. E per agire insieme, partendo – appunto – dalle parole giuste. L’elenco dellə contributors che hanno accettato questa sfida collettiva è disponibile di seguito.

 

contributors

  • GIORGIO ARIENTI
  • MARCO ARMIERO
  • ALESSANDRO BERNARDINI
  • DANILO BONATO
  • FABIO CICONTE
  • MICHELE CARDUCCI
  • MARCO CERVINO
  • ALESSANDRO COLTRÈ
  • MARTINA COMPARELLI
  • CORSINI
  • ANDREEA DUMITRASCU
  • LUCIE GREYL
  • IRENE DE MARCO
  • SALVATORE PAOLO DE ROSA
  • MARICA DI PIERRI
  • DANIELE DI STEFANO
  • GIULIA DOCKERTY
  • FILIPPO FANTOZZI
  • LAURA GRECO
  • CARLOTTA INDIANO
  • MATTEO INNOCENTI
  • LORENZO FARGNOLI
  • JESSICA FERRETTI
  • SARAH GAINSFORTH
  • FILIPPO GARELLI
  • STEFANO LIBERTI
  • RAFFAELE LUPOLI
  • CRISTINA MANGIA
  • LORENZO MANNI
  • NICOLE MARCELLINI
  • MINUTOLO
  • MORNIROLI
  • MARIA MARANO
  • VITTORIA MOCCAGATTA
  • RAHMA NUR
  • LETIZIA PALMISANO
  • ANTONIO PERGOLIZZI
  • RETE STOP BIOCIDIO
  • SILVIA RICCI
  • SILVIA SANTUCCI
  • PAOLA SPOSATO

network

Il Glossario “Le Parole Giuste” è un’iniziativa di A Sud, in collaborazione con Fandango Libri, CDCA e Economiacircolare.com.

Il Glossario è stato realizzato nell’ambito dell’Avviso pubblico per proposte di iniziative a supporto dell’attuazione della Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile – Vettore “Cultura della sostenibilità” (SNSVS3)”. Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Strumenti e tecnologie per lo sviluppo sostenibile. Direzione Generale Economia Circolare.

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