The new Normal

Global Warming streetart

Foto di Ryder_ripps

La chiamano la nuova normalità la fine del mondo per come lo conosciamo, o, anche, - accogliendo una visione meno antropocentrica della realtà- , la fine dell’uomo.

«Se è vero che già fra 20 anni il clima a Torino sarà quello di Tunisi, e che a Tunisi farà così caldo che le persone scapperanno, non poteva non maturare in noi una sensazione di apprensione». Ha confessato Cristiano Godano leader dei Marlene Kunz, ad Avvenire, per spiegare il titolo della loro ultima uscita: “La Fuga”, il singolo che anticipa il nuovo album Karma Clima previsto per ottobre e che unisce musica e lotta al cambiamento climatico. 

Ma…

Bombe climatiche: nessuno tocchi le aziende fossili

Al Gore, vice di Bill Clinton tra il 1993 e il 2001 e campaigner per la lotta ai cambiamenti climatici, commentando l’Oak fire che sta divorando lo Stato della California in questi giorni,  ha invocato un’epifania globale. Our civilization is at stake, ha dichiarato durante il programma “This week” su ABCnews. 

Da tempo attivista per il clima, vincitore del premio Nobel per la pace nel 2007 (che ha sottratto all’ex presidente boliviano Evo Morales), Al Gore, pur non essendo quello che definiremmo un radicale di sinistra, esprime da tempo le sue posizioni contro le industrie fossili.  

Quelle stesse industrie che hanno già approvato enormi progetti per lo sfruttamento di nuovi giacimenti (195 carbon bombs per la precisione) e che porteranno l’aumento delle temperature globali oltre tutti i limiti fissati dagli accordi internazionali, come ha rivelato il Guardian. Circa il 60% di questi progetti ha già iniziato a pompare.

Da oggi al 2030 le dodici maggiori aziende energetiche al mondo spenderanno 103 milioni di dollari al giorno per sfruttare nuovi giacimenti di petrolio e di gas, che non dovrebbero essere bruciati se vogliamo limitare l’aumento della temperatura media globale a meno di 2 gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale. 

Tra le compagnie petrolifere figura anche Eni, che, come riporta anche Valori.it sta portando avanti un progetto considerato la peggior bomba climatica al mondo insieme alla sorella Shell: il North Field East, un un giacimento di gas naturale immenso, in Qatar, che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un disastro in termini di contributo al riscaldamento globale. Eni e Shell 

In italia, il cane a sei zampe ha dettato la linea energetica degli ultimi sei mesi senza colpo ferire. Gli accordi siglati negli ultimi mesi con Algeria, Egitto, Congo, e Qatar finiranno per aumentare inevitabilmente le importazioni di gas attraverso contratti di lungo termine che ci legano ancora una volta a una fonte fossile, il gas naturale liquefatto, la nuova frontiera energetica. 

E il ministro della transizione ecologica non ha mosso un dito se non per approvare. Come scrive Andrea Turco su ValigiaBlu, quella di Cingolani è una retroguardia ecologica.

L’estate più fresca, l’ultima

C’è una diretta correlazione tra l’azione delle industrie fossili, le scelte politiche che consentono tale azione e i cambiamenti climatici che osserviamo moltiplicarsi sotto i nostri occhi.

L’Ipcc afferma che le emissioni di anidride carbonica dovrebbero essere ridotte della metà entro il 2030 per avere la possibilità di un futuro vivibile, ma per il momento non ci sono segni che questo sia succedendo: ricorderemo l’estate del 2022 come il periodo in cui ci accorgemmo dell’irreversibilità della crisi climatica. 

Il crollo del seracco della Marmolada, in provincia di Trento, ha segnato l’inizio di una serie di disastri annunciati. E le vittime di quel disastro sono vittime climatiche. 

Come lo sono i morti delle ondate di calore che stanno colpendo il bacino del Mediterraneo. Solo a luglio 1700 morti per il caldo nella penisola Iberica. 

Qui le temperature hanno raggiunto i 47, eppure questa è la nostra ultima estate “fresca”.

Ma non sono solo le ondate di calore a colpire: migliaia le persone evacuate a causa degli incendi devastanti che stanno colpendo l’Europa meridionale.

Secondo un’analisi recente del World Economic Forum, la frequenza degli incendi nel mondo sta aumentando esponenzialmente. Le temperature globali si stanno alzano più velocemente di quanto avessero previsto i modelli climatici e la stagione calda si è allungata del 27% a livello globale, con incrementi particolarmente significativi in Amazzonia, nelle foreste occidentali dell’America settentrionale e nel Mediterraneo.

L’intera Europa continua a bruciare a ritmi senza precedenti. Secondo i dati forniti dallo European Forest Fire Information della Commissione Europea (qui potete vedere la mappa degli incendi attivi in questo momento), dal primo gennaio a oggi sono andati in fumo 515 mila ettari in tutta Europa. Si tratta della cifra più alta registrata negli ultimi 16 anni. 

In Italia finora sono bruciati 27.883 ettari. Di fronte al moltiplicarsi degli incendi favoriti da caldo e siccità, la Coldiretti Toscana ha elaborato un decalogo salva-boschi con cui l’associazione di categoria invita alla prevenzione. Le alte temperature e l’assenza di precipitazioni hanno inaridito i terreni favorendo l’innesco nelle campagne e nei boschi: ogni rogo costa ai cittadini oltre diecimila euro all’ettaro, tra spese immediate per lo spegnimento, la bonifica e quella lungo termine per la ricostituzione. Per ricostruire i boschi ridotti in cenere ci vorranno fino a 15 anni con danni all’ambiente, all’economia e all’agricoltura. 

È finito il vino

Come riporta il Sole24ore è la stessa Coldiretti a stimare danni della siccità in Italia per 6 miliardi di euro, circa il 10% del valore della produzione agricola nazionale. La situazione italiana è disastrosa: un quarto del territorio nazionale è a rischio desertificazione. Per il raccolto del grano si stima un calo del 30% per quello duro e un 20% per quello tenero. Sul mais i numeri peggiorano: il raccolto sarà probabilmente dimezzato dato che le regioni più colpite dalla siccità, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, presentano circa il 90% della produzione nazionale. Per il riso stessa situazione. La produzione di olio in Puglia è calata del 40% mentre nei campi frutta e verdura bruciano raggiungendo picchi di perdite del 70%. Il dato più triste, però, riguarda sicuramente le vigne, che senza pioggia non producono acini da vino. C’è chi pensa già alle soluzioni per la vendemmia dei prossimi anni, ma se consideriamo che Economiacircolare.com ci mette in guardia sul rischio di un’estate senza birra, si tratta di un vero e proprio disastro!

Fuggire, sì ma dove?

Che la crisi climatica sia anche una questione di giustizia sociale lo dimostra il fatto che a essere colpiti sono luoghi e persone che con le cause della crisi c’entrano poco e niente

Anche se ha contribuito solo in minima parte alla crisi climatica globale, il Nepal, per esempio, è in cima alla lista dei posti che ne subiscono gli effetti più pesanti. Come si legge su Internazionale, il paese è al quarto posto in termini di vulnerabilità ai cambiamenti climatici e si basa ancora su un’economia prevalentemente agricola, rischia in maniera disastrosa. Circa il 70 per cento della popolazione dipende dall’agricoltura, responsabile del 34 per cento del pil nazionale. Nei prossimi decenni si prevede che l’aumento delle temperature e l’irregolarità dei monsoni stagionali spazzeranno via le colture più importanti del paese, incluso il riso, i cui raccolti nei prossimi ottant’anni caleranno del 4,2 per cento. Migliaia di nepalesi sono stati costretti a emigrare a causa delle conseguenze della crisi climatica e probabilmente il fenomeno non si fermerà. Ancora una volta la fuga. 

Ma se i Marlene Kunz parlano di Tunisi come prossima meta da cui partiranno le migrazioni climatiche, quindi, è bene ricordare che nel 2021 i rischi legati a disastri ambientali (anche terremoti) hanno costretto alla fuga circa 23 milioni di persone in 140 Paesi. Un report del 2019 della Croce Rossa Internazionale mostra che senza misure incisive volte a proteggere il clima e a ridurre il rischio di catastrofi, i disastri climatici potrebbero raddoppiare il numero di persone bisognose di assistenza umanitaria, con una media di oltre 200 milioni ogni anno entro il 2050.

Cosa facciamo noi 

In questi giorni si sono tenuti il Climate Social Camp e il Meeting Europeo di Fridays For Future a Torino, meta tristemente scelta per gli alti livelli di inquinamento della città. 

Come riporta Ferdinando Cotugno della sua rubrica per Domani, Areale nella giornata del 26 luglio «l’applauso più grande a Torino se lo è preso Dario Salvetti, il portavoce del Collettivo di fabbrica della Gkn. Un applauso di quelli che dettano la linea, cambiano la partita. Non perché Salvetti avesse detto cose particolarmente nuove o radicali ma perché da Gkn arriva una narrazione che risuona forte e bene a un movimento politicamente orfano come quello per il clima: idee contemporanee che parlano di un tempo presente da cambiare con gli strumenti del presente».

L’alleanza tra Gkn e Fridays for future è sinonimo del fatto che forse stiamo andando nella direzione giusta. Come abbiamo ribadito più volte tra ambiente e lavoro non c’è contrasto!

Gli impatti dei cambiamenti climatici acuiscono le disuguaglianze e colpiscono chi è più fragile.La prevenzione, l’attenzione per l’ambiente, la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro non sono costi da ridurre per riprodurre un modello economico subordinato al profitto. L’attuale modello di produzione e consumo genera precarietà e devastazione ambientale. Per questo è necessario evidenziare il filo rosso tra le lotte che quotidianamente si sviluppano nei luoghi di lavoro e la battaglia per la giustizia climatica, le rivendicazioni transfemministe, le istanze studentesche e quelle dei migranti. Nell’emergenza climatica e sociale non c’è spazio per greenwashing e sfruttamento.

Come associazione ambientalista in questi mesi abbiamo cercato di incidere a nostro modo e secondo il motto che continua ad animare le lotte dal basso a sinistra “pensare globale agire locale”: con i nostri progetti siamo stat3 nella tormentata Taranto dove da dieci anni si consuma il più grande reato ambientale italiano, siamo andat3 a Gela ripercorrendo le cicatrici ambientali della città incise dall’industria fossile, abbiamo portato insegnant3 e student3 a osservare i fumi immutabili della raffineria di Eni a Viggiano, in Val d’Agri. Ogni mese monitoriamo le acque del fiume Tevere e ogni giorno siamo a Torpignattara, nel quartiere multietnico della capitale, per fare educazione ambientale nelle scuole. XXXXXXX

In conclusione…

C’è un’altra cosa che dobbiamo tenere a mente quando parliamo di cambiamenti climatici: per raggiungere gli obiettivi climatici che ci siamo prefissati ci sono diverse strade, ma scegliere quella giusta è importante

Come scrive Antonello Pasini nella sua rubrica su l’Espresso Il Kioto Fisso: «il sistema clima è un sottosistema di un sistema Terra più ampio, dove ci sono anche gli umani: il mondo, come lo chiamiamo usualmente. Quando guardiamo al futuro è al mondo che dobbiamo guardare, non soltanto al clima. Una cosa è ripartire in maniera equa la riduzione delle emissioni, altra cosa è, ad esempio, spingere su una enorme riduzione demografica nei paesi poveri o in via di sviluppo. Il risultato climatico può essere magari lo stesso, ma il mondo sarebbe molto diverso»

“Immaginare una fine che appare inevitabile aiuta a capire il presente. Per provare a riscrivere un futuro che appare inevitabile. La loro fine, la nostra fine. Cambiare, sperare, tentare.

Oppure

 la fuga”. 

Buona estate e state lontan3 dagli incendi

 

Foto di A Sud

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