Verso La Ricostruzione Della Nazione Mapuche

Verso la ricostruzione della nazione mapuche

Dinnanzi al processo di mobilitazione delle comunità mapuche in Cile, il governo nazionale intraprende un rigido  piano contro gli originari del paese  – Stanche di aspettare il lento bonifico di terre dello Stato e il sempre problematico riconoscimento dei loro diritti, decine di comunità mapuche hanno iniziato un processo di mobilitazioni che sta ricevendo la dura risposta dello Stato .cileno. Sono già mesi che le comunità mapuche si fanno sentire. Migliaia di mapuche sono giunti lo scorso 22 ottobre fino all’Intendenza Regionale a Temuco (capitale dell’Araucanía, 700 chilometri al sud di Santiago), per respingere la violenza dei Finanzieri che avevano sparato contro bambini.

“Dopo essere giunti fino al centro della città, un gruppo di bambini mapuche della comunità di Ercilla, ha aperto un sacco che conteneva resti di più di 200 bombe lacrimogene, cartucce e pallottole della polizia, secondo il periodico Azkintuwe”. La manifestazione, convocata dall’Alleanza Territoriale Mapuche, aveva come obiettivo smentire quanto affermato dalle autorità, secondo cui non esistono casi di bambini feriti dall’intervento di finanzieri nella zona. Il lonko (autorità mapuche) Juan Catrillanca, ha reso noto che in un appianamento, sette dei bambini della scuola risultarono feriti con dissipatori e proprio per questo si sono messi a capo di tale marcia, vigilata da un numeroso contingente di finanzieri.

“Non abbiamo paura dello Stato cileno e della sua violenza, la nostra strada avanza verso la liberazione nazionale mapuche. Siamo certi che continueremo a resistere con le nostre comunità”, ha comunicato alla moltitudine il werken (consigliere) dell’Alleanza Mijael Carbone. “Siamo tutti qui, qui ci sono i bambini feriti, tutti possono vederli, qui c’è mio figlio Pablo con un occhio in meno, ci sono le madri dei bimbi che sono stati colpiti dai gas tossici una settimana fa in Temucuicui, c’è Carlos Curinao, colpito brutalmente dalla polizia lo stesso giorno, tutti senza le cure mediche necessarie. Siamo venuti pacificamente per esigere il rispetto una volta ancora”, affermò Catrillanca. Nonostante le autorità lo neghino, tanto la chiesa cattolica quanto gli organismi internazionali hanno confermato il ferimento di bambini da parte dei finanzieri intervenuti nella zona.

Gary Stahl, rappresentante dell’UNICEF in Cile è stato molto chiaro: “Affinché non ci sia un’altra generazione cilena segnata dalla violenza, dobbiamo sapere cosa è successo e cercare una soluzione affinché questo non accada nuovamente in futuro”. Il 5 di ottobre un bambino di 14 anni della comunità Rofué, è stato catturato, detenuto, fatto salire su un elicottero, colpito, legato e minacciato dai finanzieri di essere lanciato nel vuoto qualora non avesse detto i nomi delle persone che in quel momento stavano occupando il fondo Santa Lucía. Organismi in difesa dei diritti umani hanno constatato decine di casi, negli ultimi due anni, in cui minorenni vengono catturati e colpiti dai finanzieri, la polizia militarizzata cilena. “Finora non è stata condotta alcuna indagine imparziale per capire cosa è successo”, ha aggiunto Stahl dopo aver preteso dal governo di Michelle Bachelet, a nome dell’Unicef, misure in difesa dei bambini mapuche [5]. L’indignazione ha oltrepassato le barriere etniche quella settimana, quando il Ministero dell’Interno ha accusato i genitori mapuche di usare i loro figli come “scudi” nelle prese di terre, provocando un’ondata di indignazione che ha percorso il paese da sud a nord.

Terra e povertà nell’Araucanía. La povertà in Cile raggiunge il 22,7 % della popolazione, ma tra gli indigeni arriva al 35,6 %. Le famiglie indigene ricevono quasi la metà di entrate rispetto a quelle non indigene. La scolarizzazione dei non indigeni si attesta sui 2,2 anni sotto la media nazionale che è di 9,5 anni e solo il 3 % della popolazione rurale mapuche di 15 anni ha seguito una qualche educazione post-secondaria. Solo il 41 % delle abitazioni indigene ha un sistema di fognature e il 65 % una rete elettrica. La mortalità infantile in alcuni municipi indigeni supera il 50 % della media nazionale. L’indice di sviluppo umano della popolazione mapuche è inferiore a quello della popolazione non indigena (0,642 rispetto al 0,736). Il livello più basso si raggiunge nelle aree rurali dell’Araucanía (il territorio mapuche a sud del Bio Bio) essendo di 0,549, ma quello riferito alla donna mapuche rurale è ancor più basso, di 0,513. Oltre ad essere poveri sono anche discriminati, in modo “quasi totale per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, in particolare la televisione” [7].

I mapuche non hanno rappresentanti in Parlamento. Tuttavia, lo Stato ha intrapreso un’attiva politica in beneficio dei paesi indigeni e del popolo mapuche in questione. La Corporazione Nazionale di Sviluppo Indigeno (CONADI), attraverso il suo Fondo di Terre ed Acque Indigene ha trasferito dal 1994, circa 200.000 ettari ai mapuche e ciò  ha beneficiato oltre 10.000 famiglie. La cifra è insufficiente poiché si stima che sarebbero necessari 200.000 ettari  in più.

Inoltre, molte terre vengono concesse a titolo individuale, comunale, il processo è molto lento, taglia fuori molte comunità e non esistono programmi di appoggio. Tra i mapuche sono frequenti lamentele poiché per nessuno dei programmi ufficiali vengono consultate le comunità indigene. Un bilancio delle politiche statali, ha permesso nel 2003 al relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Indigeni, Rodolfo Stavenhagen, di concludere che “nonostante siano stati realizzati importanti progressi negli ultimi dieci anni, questie popolazioni continuano a vivere in una situazione di emarginazione e negazione che li mantiene ad una significativa distanza dal resto del paese”. La situazione è aggravata dall’impressionante espansione forestale che sta interessando il sud del Cile da tre decenni. Nel 1960 ogni famiglia mapuche aveva una media di 9,2 ettari benché lo Stato sostenesse che avevano bisogno di 50 ettari per vivere degnamente.

Tra il 1979 e il 1986 ad ogni famiglia corrispondevano 5,3 ettari , superficie che attualmente è diminuita a soli 3 ettari di terra per famiglia.  Durante la dittatura i mapuche hanno perso 200.000 dei 300.000 ettari che conservavano ancora. L’avanzamento dei forestali e le centrali idroelettriche, provocano un aumento esponenziale della povertà e dell’emigrazione. Ci sono attualmente due milioni di ettari di monocoltura forestale nell’Araucanía nelle mani di tre grandi imprese. L’insieme delle terre mapuche non arriva a 500.000 ettari , dove vivono circa 250 .000 comuneros in circa duemila riserve che non sono altro che isolotti in un mare di pini ed eucalipti. “Il 70% delle entità territoriali mapuche è direttamente colpito dall’impatto ambientale prodotto dalla penetrazione delle imprese forestali” che alterano l’ecosistema, poiché “il bosco artificiale secca i loro estuari e i pozzi, li isola geograficamente ed inquina il suolo”, secondo il ricercatore Juan Calbucura.

I bambini al centro del conflitto In tale scenario si sviluppa una costante lotta delle comunità per recuperare le terre ancestrali che sono appartenute loro fino a poco tempo fa. Questa lotta si scontra con le grandi imprese forestali e con lo Stato cileno che le appoggia. Il risultato è una crescente militarizzazione delle comunità più attive. Lo scorso anno (2009) si è registrata un’importante crescita dell’attivismo mapuche. In Luglio, un centinaio di delegati delle comunità hanno consegnato una lettera alla presidentessa Bachelet , evento considerato il precursore di un vasto processo di recupero delle terre. In agosto è stato assassinato il dirigente mapuche Jaime Facondo Mendoza mentre il Gruppo di Operazioni Speciali liberava una proprietà che decine di famiglie avevano occupato nella zona di Ercilla. La funzione funebre è stata impressionante: è durata quattro giorni ed ha visto la partecipazione di migliaia di comuneros di tutta l’Araucanía, specialmente comunità dell’appena creata Alleanza Territoriale Mapuche, nuova organizzazione che raggruppa tra le 60 e le 120 comunità. Ma sono giunti anche altri gruppi, tra i quali il Consiglio di Tutte le Terre che ha raggiunto grande visibilità negli anni 90, e il più radicale Coordinamento Arauco Malleco, creato nel 1998 che recentemente ha dichiarato guerra allo Stato cileno. Ma, soprattutto, hanno partecipato numerose associazioni culturali, autorità tradizionali, case di studenti universitari ed il Partito Nazionalista Mapuche Wallmapuwen.

Il 12 ottobre  hanno manifestato a Santiago circa diecimila persone convocate da Meli Wixan Mapu, organizzazione mapuche urbana, realizzando la maggiore manifestazione degli ultimi anni nel paese. Chiaro segnale della storia e del prestigio della lotta mapuche,è stata la presenza dell’Artiglio Bianco, la tifoseria del Colo Colo , che sventolava le sue bandiere al Pioppeto, affianco alle bandiere mapuche e agli striscioni allusivi al conflitto e denunciava i festeggiamenti ufficiali del bicentenario dell’indipendenza. Questa è una delle caratteristiche che più risaltano nel conflitto mapuche attuale: la crescente partecipazione di winkas, (Bianchi), che mostrano solidarietà dinnanzi alla repressione statale che utilizza metodi e leggi del pinochetismo, come la Legge Antiterrorista. In Cile si discute sulla possibilità di applicarla ad azioni che violentano beni, camion, proprietà forestiere, etc., ma non attentano a persone.

Quasi mezzo centinaio di carcerati mapuche popola le prigioni, dato che lo Stato risponde alle occupazioni di terre con rappresaglie massicce contro comunità intere. Diversi bambini sono stati colpiti insieme alle loro madri il giorno 16, come succede ogni volta che i Finanzieri entrano nelle comunità del comune di Ercilla e sparano indiscriminatamente. Quel giorno sono giunti sino alla scuola di Temucuicui e hanno cominciato a sparare pallini, lasciando 12 feriti e 30 soffocati, in maggioranza bambini. Tale azione è valsa al governo la dura critca della Federazione Internazionale dei Diritti umani che si somma alle raccomandazioni del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, emesse lo scorso maggio , affinché le forze di sicurezza cessino il maltrattamento del popolo mapuche.

Accordo 169: un passo avanti? A settembre è entrato in vigore l’accordo 169 dell’OIL che riconosce i diritti collettivi dei popoli indigeni. Il Cile è l’ultimo paese in Sud-America ad aver approvato questa legislazione, con 20 anni di ritardo. E’ emblematico la resistenza dei governi dell’Accordo Democratico ad adottare una legislazione che era già stata approvata nel 1991 in Bolivia e in Colombia, nonostante ci fossero in quel momento governi conservatori. Bartolomé Clavero, giurista e storiografo spagnolo membro del Foro Permanente delle Nazioni Unite per le Questioni Indigene, sostiene in un recente articolo che lo stesso giorno in cui entrò in vigore l’Accordo 169, “il governo pubblica, senza la dovuta consultazione né tanto meno il consenso da parte indigena, il Regolamento che regola la consultazione e la partecipazione dei popoli indigeni. Lo fa precisamente, visto il suo contenuto, per riservarsi meccanismi di controllo per future consultazioni”. Clavero assicura che l’attuale Relatore Speciale delle Nazioni Unite, James Anaya, ha dialogato intensamente col governo facendo notare che il regolamento dell’Accordo 169 doveva essere consultato con i popoli indigeni. Ed aggiunge: “Quella del Regolamento dell’Accordo non è la prima dimostrazione della poca considerazione rivolta dal Governo del Cile ai meccanismi internazionali dei diritti umani per quanto riguarda i popoli indigeni”. Secondo la sua opinione, il governo cerca di attuare “una riforma costituzionale per riconoscere i popoli indigeni senza riconoscerne i loro diritti”. per tale motivo parla di “mala fede”, poiché viene riconosciuto qualcosa formalmente per poi negarlo nei fatti. Conclude: “La mala fede gioca effettivamente su due campi, contro i popoli indigeni e di fronte ad istituzioni internazionali dei diritti umani”. Nella sua relazione successiva alla visita in Cile, il Relatore Speciale James Anaya nota “un livello significativo di sfiducia, scontento e persino rifiuto dei piani, programmi e politiche del Governo da parte dei popoli indigeni” che attribuisce alle mosse politiche ufficiali sbagliate. Se questo è il linguaggio che utilizzano prestigiosi giuristi internazionali, possiamo immaginare ciò che sentono gli attivisti mapuche, quando comprovano che si vogliono riconoscere i contributi dei popoli originari nella creazione della nazione cilena, ma si nega che tali popoli siano soggetti di diritto. “L’onda repressiva”, segnala la pagina Mapuexpress.cl, è una tenda creata per occultare quello che denominano come “colpo di Stato costituzionale contro i popoli indigeni ed i loro diritti”.

Una nuova generazione In questo nuovo ciclo di lotte è scattato l’intervento di una nuova generazione che, come segnala il quotidiano La Seconda , si arma di titoli universitari per difendere la causa indigena”. Solo nella città meridionale di Temuco ci sono quattro case autogestite con 220 studenti. La maggior parte frequenta antropologia, diritto e giornalismo, attraverso i loro percorsi di studio riscoprono la storia mapuche, e  che, tra le altre cose ,la cosiddetta “Pacificazione” dell’Araucanía, portata avanti dalla Repubblica  alla fine del secolo XIX, fu una guerra di sterminio contro il loro popolo. Dalla mano di questa generazione appaiono nuovi temi e concetti: la lotta per recuperare la terra è per ricostruire il territorio mapuche, cioè la “nazione”; difendono l’autonomia, tanto dei partiti politici, come a livello generale, dello Stato cileno; scommettono non solo di mantenere vive la cultura e l’identità, bensì di ricostruirsi come popolo usando mezzi come il diritto ancestrale. È una generazione urbana, e benché il movimento continui ad avere una forte componente rurale, le organizzazioni cittadine crescono e si vincolano agli altri movimenti sociali.

Hanno costruito un’ampia rete di mezzi digitali, radiofonici e di stampa, alcuni di mapuche all’estero, e hanno tessuto alleanze con organizzazioni della società civile come l’ONG Osservatorio Cittadino e molte altre. Le loro domande sono sempre di più politiche e le formulano in un nuovo linguaggio: “Restituire la territorialità ed autonomia dei popoli indigeni del Cile, smilitarizzazione del territorio, ritiro dei transnazionali, rispetto dei diritti umani del paese mapuche”. Mostrano un’autentica devozione per gli studi storici, come normalmente succede con tutti i paesi che recuperano la loro dignità. Il lonko Juan Catrillanca, dell’emblematica comunità di Temucuicui di Ercilla, e dirigente dell’Alleanza Territoriale Mapuche, ha assicurato che la sua organizzazione continuerà ad occupare proprietà private affinché il governo continui a concedere loro terre. L’Alleanza invoca il Trattato di Tapihue, firmato tra lo Stato cileno ed il popolo mapuche nel 1825, per far rispettare la frontiera esistente in quel momento e permettere il transito ed il commercio tra gli abitanti del Cile e Wallmapu (País Mapuche). Sostengono che tale trattato è stato violato nel 1881 quando il Cile invase militarmente l’Araucanía. “Vogliamo recuperare sei milioni di ettari. Nel frattempo, seguiremo con le prese e ci difenderemo solo col nostro wiños (bastone di legno) e boleadoras”, ha detto Catrillanca ad agosto, durante la presentazione dell’Alleanza. Come segnala lo storiografo Víctor Toledo Llancaqueo, si sta passando da “terre in conflitto” a “territori in conflitto.”  

da: Resumen Latinoamericano

Traduzione di Marica Ganelli