Unasur: Verso Il Vertice Di Quito

Unasur: verso il vertice di Quito

L’Unasur, il blocco geopolitico delle nazioni sudamericane si appresta a celebrare a Quito un vertice di particolare delicatezza. La convocazione del prossimo 10 di agosto servirà formalmente a sancire il passaggio di consegne della presidenza di turno dal Cile all’Ecuador. E, nella sostanza, sarà teatro di discussione dei due temi portanti dell’attualità politica regionale: la crisi honduregna e le tensioni tra la Colombia e l’asse bolivariano.

Il governo ecuadoriano prende le redini dell’organismo sovranazionale politico economica che raggruppa tutti i principali paesi del subcontinente con l’ambizione, iscritta nella propria Carta magna, di contribuire allo “sviluppo egualitario dei popoli”, di “articolare la “cooperazione internazionale e la lotta contro l’ineguaglianza e l’esclusione sociale”. Per questo annuncia una sessione dedicata al rafforzamento degli organismi di settore, come i Consigli per l’energia, la difesa e la salute. Ma non sarà un compito facile. Il primo a non scommettere sul buon esito della reggenza ecuadoriana è il vicepresidente della Colombia Francisco Santos. Il quale ha spiegato che Bogotà ha declinato l’invito a farsi carico della presidenza pro tempore vista la delicatezza delle situazioni diplomatiche in cui è coinvolta. E lo stesso avrebbe atteso da Quito. “È disdicevole – ha spiegato – perché questo (l’accettazione del mandato da parte del governo ecuadoriano) può far sì che una idea buona come Unasur non faccia passi avanti e perisca”.

Al vertice di Quito la Colombia sarà rappresentata da altri funzionari ma non dal presidente Alvaro Uribe. Il capo di Stato è impegnato in un tour per il Sud America nel tentativo di spiegare ai soci regionali il senso di un discusso accordo militare stipulato con gli Stati Uniti. Una intesa che permetterà all’esercito a stelle e strisce di avvalersi della struttura logistica di sette basi (erano cinque in una prima versione diffusa dalla stampa locale) colombiane per portare avanti operazioni di lotta al narcotraffico e al terrorismo. Su questa intesa si sono innestate le proteste di Venezuela, Bolivia ed Ecuador, e gli “appunti” di Brasile e Cile. La non gradita presenza di truppe statunitensi nel subcontinente ha finito per allargare il divario tra la Colombia e molti dei partners regionali.

Santiago del Cile, e soprattutto Brasilia – sponsor convinto dell’Unasur – hanno proposto di portare il caso all’attenzione del Consiglio di Difesa dell’ente panamericano. Ipotesi respinta dalla Colombia che, come detto, ha preferito giocare d’anticipo inviando Uribe in giro per le capitali a difendere le proprie posizioni. Raccolto il favore scontato del Perù, la Colombia potrebbe contare anche su una posizione morbida del Paraguay il cui presidente Fernando Lugo, ha detto in un a margine che ogni paese ha diritto a dare ospitalità ai partner militari che ritiene opportuni. Una tesi che conforta in parte quella colombiana. Bogotà ha spiegato più volte che non ha mosso eccezioni alla presenza di strutture e attività militari russe nel bacino cubane e venezuelano.

Meno contrastati sembrerebbero gli schieramenti sul fronte della crisi honduregna. Il continente ha da tempo espresso una sostanziale censura contro l’azione con cui il presidente “de facto” Roberto Micheletti ha spodestato il presidente eletto Manuel Zelaya. Qualche distinguo è nato sulla titolarità dell’azione di mediazione. Perché l’asse bolivariano non ha mai nascosto la sua maggiore propensione a un intervento a guida Osa (l’Organizzazione degli Stati americani) il cui segretario generale, José Miguel Insulza sembra riscuotere maggiore consensi presso gli stessi. L’ente panamericano, dopo aver sospeso temporaneamente l’Honduras dal suo seno, avrà una nuova occasione per far sentire la sua voce, ma nel frattempo l’unico tentativo messo in piedi – e andato parzialmente a vuoto – è quello, più moderato, del presidente del Costa Rica Oscar Arias, dietro un mandato esplicito degli Stati Uniti. E proprio contro “i falchi” che stanno a Washington, non le persone “vicine al presidente Barack Obama”, Zelaya ha puntato oggi il dito da Città del Messico individuando i mandanti del colpo di Stato: il golpe godrebbe dell’appoggio dei “falchi di Washington, non del governo Obama, ma di gruppi conservatori che stanno a Washington”.
da: (Velino/Velino Latam)