La Rete Di Procuratori Contro I Crimini Ambientali

La rete di procuratori contro i crimini ambientali

di Marica Di Pierri su Carta, il 23 ottobre 2009

Il giudice argentino Gustavo Gomez, procuratore generale, spiega la sua idea di creare una rete internazionale e poi una corte penale ad hoc per perseguire i crimini ambientali commessi dalle grandi multinazionali. Un cammino lungo e difficile che però è già iniziato e guarda al futuro.

È in Italia in questi giorni il Procuratore generale argentino Gustavo Gomez, membro della Rete latinoamericana di Procuratori Ambientalisti e da decenni impegnato sul fronte della difesa dell’ambiente e delle comunità colpite dai conflitti ambientali.
La presenza di Gomez in Italia si situa nell’ambito di un giro di iniziative e di incidenza internazionale che lo ha portato nelle scorse settimane in vari paesi europei, dove ha incontrato europarlamentari, rappresentanti istituzionali, organizzazioni sociali, stampa .
La rete continentale di procuratori è frutto della sinergia tra le storie di impegno di singole procure sparse su tutto il territorio latinoamericano nel perseguire penalmente i responsabili di crimini ambientali, ma non è rigidamente strutturata, non ha presidente, né portavoce o tesoriere ed è articolata su due livelli: ogni paese ha un procuratore rappresentante [Gomez lo è per l’Argentina]; esistono poi decine di procuratori che aderiscono alle rete in ogni regione di ciascun paese, ognuno specializzato in un diverso campo di indagine. In Brasile ad esempio, i procuratori membri della rete sono circa 1.200.
«Il problema centrale sul quale stiamo lavorando è che in realtà le azioni civili, costituzionali o popolari che le comunità colpite e le organizzazioni sociali possono proporre non hanno reale efficacia. Le condanne al pagamento di multe o sanzioni amministrative – così come in alcuni casi le denuncie diffuse dalla popolazione – non frenano le continue violazioni delle normative ambientali commesse dalle grandi imprese. L’unico strumento che potrebbe diventare un deterrente reale è lo spauracchio dell’azione penale, e quindi del carcere», ha detto Gomez.
Una delle ragioni della lunga visita in Europa è l’idea che ha la rete di valicare i confini latinoamericani e divenire una rete intercontinentale. Le questioni ambientali, spiega Gomez, non hanno frontiere: «Da questa considerazione è nata la Rete, per mettere in comune le esperienze di molte procure nell’accertare gli effetti e perseguire i colpevoli di crimini ambientali non più soltanto a livello civile o amministrativo, ed è per la stessa ragione che mira ad estendersi».
«In altre parole – continua Gomez – il problema è che gli strumenti giuridici di tutela non sono sufficienti, lo dimostra il fatto che finora essi non sono stati efficaci per combattere le molte emergenze ambientali causate dalle politiche di impresa e dal mancato controllo degli organismi pubblici. La Rete di procuratori crede di avere una risposta in tal senso: elaborare a livello internazionale una normativa penale ambientale».
Gomez racconta di uno dei casi più significativi sui quali ha lavorato: «In Argentina ho aperto un’inchiesta su una miniera, Alumbrera, finanziata attraverso capitali svizzeri [Xtrata]. Le attività dell’impresa richiedevano e causavano la contaminazione con cianuro, cadmio e metalli pesanti di circa 5 milioni di litri di acqua ogni ora, con un consumo quotidiano di energia elettrica quantificato come la metà dell’energia necessaria per illuminare una città delle dimensioni di Parigi.
L’avvio delle attività minerarie era costato un investimento di circa un miliardo e duecentomila dollari. È facile intuire che la minaccia di una azione civile contro un gigante di queste proporzioni è ben poca cosa.
Attraverso la documentazione raccolta assieme alle popolazioni colpite, abbiamo invece intentato una causa per contaminazione ambientale, con il risultato che il maggior azionista, Mr. Rooney, è attualmente sotto procedimento penale per il reato di contaminazione ambientale. La notizia dell’imputazione contestata a Rooney ha avuto una incredibile eco in tutto il continente e ha preoccupato non poco le compagnie minerarie, creando un precedente molto importante».
«Ci sono altri casi che potrei citare, in cui la sinergia tra la volontà di una procura di perseguire la verità e l’aiuto fondamentale fornito dalle vittime hanno funzionato e vinto anche contro interessi economici molto grandi – continua Gomez – Non sono tantissimi, ma sono un cammino che è possibile intraprendere perchè – conclude – la giustizia è troppo importante per essere lasciata solo nelle mani degli avvocati».
Personaggi come Gomez – in realtà come ammette lui stesso è un problema che hanno quasi tutti i procuratori della Rete – sono invisi a molta gente. Politici, industriali, funzionari pubblici. Per Gomez «è parte del lavoro. Metà del tempo la impiego nelle cause che portiamo avanti, l’altra metà a difendermi dalle accuse e dai tentativi di destituzione che subisco».
L’obiettivo di lungo termine è arrivare all’istituzione di una istanza internazionale penale che giudichi sui crimini ambientali. Per istituirla occorre però modificare il trattato di Roma, attraverso la firma favorevole di oltre 70 paesi. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno quindici anni. «È per questo che dobbiamo continuare a costruire il cammino, da subito».

 

Alleghiamo di seguito l’articolo sulla visita del Procuratore a Napoli in occasione di una giornata organizzata dal Coordinamento Regionale Rifiuti Campania (CORERI), pubblicato sul Giornale di Napoli del 25/10

Rifiuti, Napoli da Terzo Mondo

Non posso credere che tutto ci stia accadondo a Napoli. Questa situazione è da Terzo mondo». Si apre con questa dichiarazione del procuratore argentino Antonio Gomez l’incontro del coordinamento regionale sui rifiuti (Coreri), presso la Società di studi politici di piazza Santa Maria degli Angeli. Le parole di Gomez arrivano come un pugno allo stomaco dei presenti, curiosi di ascoltare le impressioni del procuratore dopo una mattinata passata nelle terre dell’hinterland campano. «Oggi ho scoperto due cose ailarmanti. La prima è che la preoccupazione della popolazione non è adeguata al rischio che corre. La seconda è che in Italia non esiste una legge dai contorni definiti contro i crimini ambientali. Sono qui per creare un ponte tra Argentina ed Italia che possa essere il primo passo verso una lotta concreta contro i reati ambientali. Una lotta che può essere vinta – prosegue il procuratore – solo con la creazione di una Corte penale internazionale». «In Argentina abbiamo condannato a tre anni
di reclusione persone che facevano quello ho visto fare oggi: mischiare i rifiuti senza alcun criterio. La corte internazionale priverebbe dell’impunità, di cui godono ora, tanti imprenditori che operano in assoluta libertà. Ma affinché la proposta al Parlamento europeo venga accolta, occorre che in Italia si definisca precisamente il reato ambientale e soprattutto che i napoletani appoggino il progetto». Una scelta obbligata visti i dati allarmanti diffusi durante l’incontro. Il professor Giuseppe Comella, ex direttore del dipartimento di Medicina interna presso l’Istituto nazionale di ricerca sul cancro Pascale di Napoli, mostra l’aumento vertiginoso delle discariche nella provincia di Napoli e Caserta. Secondo uno studio della Protezione Civile del 2001, le discariche a Caserta erano 140, mentre a Napoli solo 86. Dai rilievi dell’Arpac del 2008 le cose sono molto diverse: Caserta passa ad 815, e Napoli a 1.186. «Un aumento senza precedenti – dice Comella – che determina un conseguente incremento di malattie nei nascituri e tumori negli adulti». Sempre secondo i dati forniti da Comella (tutti raccolti da studi scientifici accertati), sarebbe dimostrato che nei Comuni con un maggior numero di discariche – quelli definiti gruppo 5 c’è il 19% in più di possibilità di contrarre il tumore al fegato rispetto a quelli “del gruppo 1”. Un’incidenza che passa addirittura all’83% quando parliamo di malformazioni del sistema nervoso centrale e al 9% quando si calcola la mortalità generale. Un’emergenza straordinaria, della quale ci dimentichiamo appena sparisce la spazzatura in strada. Antonio Marfella, tossicologo del Pascale , aggiunge altri drammatici dati a quelli forniti da Comella. «Nel 2008 a Napoli ci sono stati 135 sforamenti delle polveri sottili. Nel 2009, fino al 15 Ottobre, gli sforamenti registrati sono 178. Se consideriamo che Napoli non ha fabbriche, appare evidente che c’è qualcosa che non va. E non può essere solo colpa del traffico». La responsabilità sarebbe infatti degli incendi notturni appiccati per bruciare illegalmente i rifiuti, con le evidenti ripercussioni sulla salute. «Ad oggi si è giunti alla conclusione – aggiunge Antonio Marfella – che chiunque nasca a Napoli ha due anni di vita in meno rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

di Salvatore Garzillo