Un Forum Per Salvare Il Territorio

Un forum per salvare il territorio

download (1)[Di Alberto Castagnola su Comune-info] Pubblichiamo un resoconto dell’incontro Zero suolo, zero paese, promosso dal Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio e da Salviamo il Paesaggio, con il sostegno di Slow Food. Per fermare il consumo di suolo e sperimentare modi diversi di tutelarlo, valorizzarlo e condividerlo si muove una rete sempre più estesa e determinata, invisibile ai grandi media e ai palazzinari.

 

 

 

l titolo del seminario era attraente, il luogo dove si svolgeva un po’ meno, ma il contenuto si è rivelato molto, ma molto superiore al previsto. Il 25 ottobre, presso il Cnel, diciotto esperti si sono confrontati, con relazioni e power point molto approfonditi e curati sui molteplici aspetti del consumo di suolo, elemento essenziale della vita sul pianeta, sempre più spesso distrutto da speculazione edilizia, spinta all’urbanizzazione, grandi e piccole opere pubbliche.

 

Già dalle due prime relazioni, volutamente propedeutiche, è emersa la vitalità e la complessità dello strato più superficiale della Terra, abitato da almeno 20.000 organismi viventi ogni metro cubo e fondamentale per la circolazione  dell’aria e dell’acqua e per l’eliminazione dell’anidride carbonica, oltre che per tutte le produzioni agricole. E poi i dati dei danni arrecati dal cemento e dall’asfalto, almeno 70 ettari al giorno sottratti nella sola Italia agli scambi naturali e coperti in modo irrimediabile senza prospettive di recupero. Secondo i dati più aggiornati dell’Ispra il consumo di suolo è di 8 mq al secondo, che significa che ogni mesi mesi viene cementificata un area pari a quella del Comune di Napoli e ogni anno una superficie pari a quella dei Comuni di Milano e Firenze sommati insieme, però le stime variano molto perché esistono almeno dieci modi di effettuare le rilevazioni e i criteri non sono stati ancora integrati. Comunque, il dato più impressionante è quello del confronto temporale, relativo al consumo di suolo annuo che dagli anni ‘50, circa 8000 metri quadrati, è passato a oltre 20.500 mq nel 2010.

 

I relatori successivi hanno fornito ulteriori elementi di conoscenza, sempre ben dettagliati e documentati. Bernardino Romano, Università dell’Aquila, che dal 2006 sta elaborando i dati della cartografia dell’Igm, per il periodo tra il dopoguerra e il 2000: “Le informazioni che stanno emergendo configurano un quadro dai connotati anche in parte inattesi, mostrando differenze geografiche, di regia amministrativa o di carenza di controllo talvolta molto nette”. Secondo Makudila Mbuta (Centro Studi Slow Food), vengono sempre trascurati i rapporti esistenti tra biodiversità e disponibilità di suolo e quindi non vengono salvaguardate le estensioni destinate alla coltivazione di alimenti, che ogni popolazione dovrebbe invece considerare un patrimonio nazionale assolutamente fondamentale sia per la qualità del cibo che per evitare la dipendenza dall’estero veicolata e imposta da multinazionali  e paesi dominanti.

 

Per Tommaso Ceccarelli, del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (Cra-Cma), “L’impermeabilizzazione è considerato il processo più grave di degrado delle terre in Europa e non solo. Trend crescenti di consumo del suolo a causa dell’urbanizzazione aggravano il fenomeno, con impatti negativi a vari livelli (riduzione della capacità produttiva agricola e delle funzioni di regolazione idraulica dei suoli, effetti negativi nel bilancio del carbonio e della qualità del paesaggio, ecc.)”. Di particolare interesse l’intervento di un geografo della Ca’ Foscari di Venezia, Francesco Vallerani, che ha approfondito i rapporti tra “paesaggio ferito e disagio esistenziale: verso il declino della qualità della vita”, sottolineando l’importanza delle alterazioni che colpiscono lo stato d’animo degli abitanti che vedono lo stravolgimento dei loro scenari quotidiani. Sono sempre più strette le relazioni tra l’emergenza dei problemi ambientali e la crescente diffusione di disagio e angoscia che colpiscono le popolazioni residenti in contesti minacciati o degradati.

 

L’approccio da lui utilizzato è “quello della geografia umanistica, molto sensibile all’analisi degli elementi emozionali che governano il ruolo della soggettività nella costruzione del rapporto con il territorio. Quando i luoghi subiscono lesioni è la comunità degli abitanti che vede alterato il suo rapporto identitario con il paesaggio e così il “trauma geografico” si trasforma in trauma psicologico”.

 

Infine, vorrei citare la relazione di Gioia Gibelli, della Siep, Società Italiana Ecologia del Paesaggio, molto interessante per il taglio economico delle sue analisi e per l’impostazione nettamente politica delle sue valutazioni. Dalla sintesi del suo intervento:”Le discussioni sul consumo di suolo sono aperte ameno dalla fine degli anni ’90, quando il fenomeno della cementificazione iniziava a mostrare in modo chiaro i suoi potenziali distruttivi. Molte sono state, nel frattempo, le metodologie messe a punto per valutare il consumo di suolo, meno sono stati i contributi per capire fino in fondo le conseguenze ambientali, paesaggistiche ed economiche della perdita della risorsa, il cu valore cambia a seconda dei luoghi e delle vulnerabilità locali. La ragione per cui nulla è stato fatto per frenare un processo devastante, è insita nel fatto che si sono inventate regole, fiscali in primis, tali per cui consumare suolo conveniva a tutti”.

 

“E’ evidente che fino a quando la fiscalità continuerà a premiare chi consuma risorse non rinnovabili l’economia si servirà di queste per crescere. Quindi è necessario un ripensamento profondo sul senso della fiscalità che porti a nuovi scenari in cui chi produce servizi ambientali non solo sia defiscalizzato, ma anche ricompensato degnamente per i servizi erogati. Al contrario, chi consuma risorse non rinnovabili dovrebbe, quanto meno, pagare in misura equa il danno prodotto ai beni comuni sottratti, anche perché la cementificazione ha aumentato enormemente i costi complessivi di gestione e di manutenzione del territorio pagati da tutti i cittadini. Costi che non possiamo più permetterci. A questo proposito, è necessario mettere a punto metodologie che permettano di “far bene i conti” dato che, in parecchi casi, il recupero di suoli da aree impermeabilizzate può essere, nel tempo, più sostenibile ambientalmente ed economicamente rispetto alla conservazione del cemento e delle infrastrutture che l’urbanizzazione richiede”.

 

Ora non resta che attendere la pubblicazione completa di tutte le relazioni e contribuire alla diffusione delle iniziative della campagna; per tutto ciò il sito da consultare è: www.salviamoilpaesaggio.it