Telecom Italia Tra Le Peggiori Imprese Dell’anno

Telecom Italia tra le peggiori imprese dell’anno

telecomDal 2005 la critica per la mancanza di trasparenza del forum di Davos si è trasformata in una vera e propria campagna di denuncia delle corporations. A questo scopo è stato inventato questo «premio», assegnato a novembre e consegnato proprio a Davos in occasione del forum economico di gennaio. La giuria composta da esperti di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dell’ambiente dopo aver valutato i vari casi di denuncia internazionali e le «nominations», cerca con l’assegnazione degli Award attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su quella che è ormai sempre più una crisi della democrazia. La prima a ricevere il premio fu nel 2005 la svizzera Nestlè, per violazione dei diritti umani. Quest’anno tra i possibili vincitori c’è la nostra Telecom per il suo comportamento con la Bolivia.

Nei primi giorni di aprile del 2007 il governo boliviano di Evo Morales annuncia l’intenzione di rinegoziare i termini della privatizzazione che nel 1995 colpì l’impresa pubblica di telecomunicazioni Entel, acquisita dall’italiana Stet, oggi Telecom Italia. Alla richiesta del governo boliviano di riacquisire parte delle azioni precedentemente svendute, la Telecom ha reagito appellandosi al Ciadi in modo da proteggere i propri interessi a scapito dei diritti dei boliviani. Il Ciadi, infatti, scoraggia i paesi o le comunità, attraverso multe di centinaia di milioni di dollari, dal danneggiare i profitti delle multinazionali.

Il 23 aprile del 2007 il governo boliviano trasferisce il 47 per cento delle azioni di Entel al Ministero delle opere pubbliche e inizia una negoziazione con Eti Entel [Telecom] per comprare il 4 per cento delle azioni restanti per poter detenere una quota del 51 per cento della proprietà dell’impresa. La Telecom attraverso la sua controllata Eti, registrata in Olanda, accusa la Bolivia di mettere in discussione i suoi profitti. Il 2 maggio 2007 la Bolivia esce dal Ciadi, non riconoscendone la giurisdizione, e lancia una campagna internazionale per chiederne l’abolizione.

Il 12 ottobre del 2007, nel giorno della «scoperta» delle Americhe, Eti presenta una domanda al Ciadi contro la Bolivia. Il 31 ottobre Ana Palacio, ex ministra del governo Aznar in Spagna, e segretaria generale del Ciadi, registra il caso Eti e inizia l’arbitraggio contro la Bolivia, che decide di non partecipare. Il caso Telecom contro la Bolivia è emblematico da molti punti di vista. Innanzitutto dimostra che gli accordi commerciali e le attuali istituzioni finanziarie garantiscono gli investimenti stranieri a discapito di qualsiasi decisione presa da un parlamento o da un governo, anche quando questa decisione viene presa per tutelare i diritti dei propri cittadini, annullando così il senso stesso della democrazia rappresentativa. Il Ciadi poi è un organo completamente non democratico, dove ci sono due «giudici» su tre nominati dalla Bm e dalla multinazionale che promuove l’arbitraggio, assicurando così una maggioranza che stride con l’idea del diritto e della giustizia. Infine la Telecom dichiara di aver migliorato il servizio in questi anni quando in realtà deve alla Bolivia più di 100 milioni di dollari per imposte non pagate e per evasione delle rimesse nel momento della privatizzazione. Non solo: appare davvero come una furbata l’idea di appellarsi al trattato bilaterale di protezione degli investimenti firmato tra Paesi Bassi e Bolivia utilizzando un’impresa fantasma come Eti, controllata Telecom. Un altro gesto che dimostra l’etica di Telecom, e il vero volto di un modello sempre più aggressivo capace di difendere le sue corporations ed i suoi guadagni in ogni modo e ad ogni costo.

Il Tribunale permanente dei popoli a Lima nel maggio 2008 ha riconosciuto le gravi irresponsabilità dell’impresa italiana in seguito alle denunce portate avanti tra l’Italia e la Bolivia. C’è quindi eventualmente da scommettere che quest’anno la «nomination» possa tradursi in una vittoria per Telecom, premiata come peggiore impresa al mondo.

In realtà l’azienda dovrebbe risarcire anche gli italiani per il danno di immagine che sta causando e causerà al nostro paese. Potrebbe essere un’idea per una campagna, ovviamente, di comunicazione.

 

di Giuseppe De Marzo – Associazione A Sud
[pubblicato su Carta il 22 Ottobre 2008]