Telecom Contro Bolivia
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Telecom contro Bolivia

Il blocco dei conti dell’impresa nazionale boliviana Entel ed una probabile richiesta di indennizzo superiore ai 500 milioni di dollari. Questo il costo del peccato «capitale» commesso dal governo del presidente Evo Morales con la decisione di nazionalizzare l’impresa di telecomunicazioni controllata da Telecom Italia. Inaccettabile per la multinazionale italiana l’idea che la Bolivia recuperi il controllo di un’impresa come Entel in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni. Così come l’idea che un presidente indigeno di un paese impoverito del sud del mondo decida, nel giorno della festa dei lavoratori, di continuare a restituire al suo paese quella sovranità perduta da secoli, nazionalizzando varie imprese tra cui Entel.

La Telecom – avvalendosi dell’accordo bilaterale Bolivia- Olanda [paese in cui per ragioni fiscali è registrato il ramo di Telecom Italia che controlla Entel] – ha chiesto alla Corte dello stato di New York di bloccare i conti correnti di Entel, come risposta intimidatoria alla nazionalizzazione annunciata il primo maggio scorso dal governo di Evo Morales.

Un’azione portata avanti nonostante il governo boliviano si fosse mostrato disponibile a pagare circa 100 milioni di dollari per le quote recuperate di Entel, in modo da risarcire «il giusto» alla Telecom. Tutto ciò a fronte di 82 milioni di dollari di tasse non ancora pagate, secondo il governo boliviano, da parte dell’impresa italiana.

Sconcertante invece la risposta della Telecom che si è tradotta in un vero e proprio «embargo» dettato da un’impresa attraverso una Corte, che non trova precedenti. Dalle voci che circolano, sembrerebbe che la richiesta di indennizzo per il mancato profitto che Telecom avanzerà al tribunale privato interno della Banca mondiale, il Ciadi [Centro Internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti internazionali], sia di oltre cinquecento milioni di dollari. Questo scatena un’altra questione, facendo luce sulle misure totalmente antidemocratiche portate avanti dalle multinazionali e dagli organismi finanziari internazionali.

Il Ciadi, infatti, funziona come deterrente per qualsiasi tentativo da parte di governi dei sud del mondo che volessero mettere in discussione gli investimenti delle grandi transnazionali. Ogni tentativo di recuperare i settori strategici privatizzati o a rischio di privatizzazioni incontrerebbe sulla sua strada un ostacolo costruito ad hoc dalla Bm in comune accordo con gli avvocati delle multinazionali. Tutto, pur di garantire non solo i profitti a venire ma addirittura il blocco preventivo di chi vi si voglia opporre. Il governo di Evo Morales è stato il primo a rompere questo meccanismo abbandonando il Ciadi già nel maggio del 2007 e sfidando le leggi del capitale finanziario e delle transnazionali con la sua politica di nazionalizzazioni e di recupero del controllo dei servizi pubblici. Garantire l’accesso ed il controllo dei beni comuni in mani pubbliche e comunitarie equivale però a un peccato capitale inaccettabile, tanto da scatenare un’azione «legale» da parte della Telecom che dimostra ancora una volta come il capitalismo italiano non abbia davvero più nulla da invidiare a quello statunitense.

Il Tpp, Tribunale permanente dei popoli, chiamato dai movimenti e la società civile a giudicare il comportamento – tra gli altri – dell’impresa italiana per il caso in questione ha emesso un verdetto di condanna. Una condanna che pur priva di valenza giuridica ha se un enorme valore sul piano morale. Considerando l’attuale situazione politica italiana e la quasi inesistente opposizione al governo Berlusconi, non rimane che ai movimenti il gravoso compito di dimostrare alla Bolivia ed al mondo che il nostro non è un paese di avvoltoi e che l’indignazione e la solidarietà sono parole ancora piene di senso nel vocabolario italiano.