STOP TTIP: Prima Che Sia Troppo Tardi

STOP TTIP: prima che sia troppo tardi

ttip2[a cura di Monica Di Sisto su Ilgranellodisabbia*]

L’opposizione al TTIP cresce in tutta Europa, ed ha provocato un primo risultato pratico: la Commissione,infatti, ha dovuto bloccare il negoziato ed aprire, per tre settimane, una pubblicaconsultazione online sul Meccanismo di protezione degli investimenti (ISDS).

 

È questo uno degli aspetti del TTIP che più preoccupa decisori pubblici e cittadini europei perché permetterebbe agli investitori di chiedere risarcimenti ai Governi che implementassero politiche dannose per i loro interessi presenti, passati e futuri. Il tutto non passando dai tribunali ordinari – come stanno già ampiamente facendo oggi – ma regolando il contenzioso in un organismo separato che risponde alle sole regole del trattato, in mano a un selezionato numero di società legali internazionali.

 

Questa possibilità spaventa non soltanto i movimenti, ma anche l’attento Governo tedesco: la segretaria di Stato presso il ministero dell’Economia e dell’Energia, Brigitte Zypries, audita il 12 marzo scorso alla Camera Bassa, aveva spiegato che il Governo federale è contrario all’approvazione di un TTIP che preveda l’introduzione del meccanismo; l’affermazione di Zypries è stata solo parzialmente corretta da un comunicato ufficiale del ministero che ha precisato che la Germania sarà favorevole anche all’ISDS, qualora esso si apra a quegli investitori che abbiano già superato i gradi di giudizio previsti dalla giustizia ordinaria. Una possibilità che fa sorridere. «Dalla prospettiva del Governo federale», ha spiegato la Zypries «gli investitori statunitensi hanno già in Europa una protezione legale sufficiente nei tribunali ordinari».

 

Quale tipo di economia questi investimenti andranno a foraggiare emerge con inquietante chiarezza dagli entusiasmi sul TTIP dimostrati dalle duepiù grandi organizzazioni europee di produttori (Copa) e cooperative agricole (Cogeca). Ad oggi, hanno spiegato i presidenti della prima, Albert Jan Maat, e della seconda, Christian Pees, i produttori europei hanno dovuto aderire, per inserirsi nellecatene della grande distribuzione, a standard che vanno ben oltre il livello di tutela e qualità richiesto dalle regole perché i consumatori europei li hanno richiesti.

 

Copa e Cogeca hanno inoltre dovuto subire – a fronte del semi-bando europeo degli Ogm, dellacarne statunitense agli ormoni e del pollo igienizzato col cloro – il bando statunitense della carne bovina europea dopo la crisi della mucca pazza, e l’iper-regolamentazione dell’olio d’oliva e del latte. Dunque la prospettiva di abbassare un po’ il conflitto di normative e standard, a spese della sicurezza e della salute di tutti noi, fa sorridere le loro tasche e li fa guardare al TTIP con favore. Per far crescere il consenso in quella parte dell’Europa che ancora adesso resiste all’idea e può affondare il processo, il commissario europeo al Commercio De Gucht sta affrontando una marcia forzata di incontri con le imprese e le istituzioni competenti.

 

In Francia, ad esempio, ha sventolato la possibilità per gli esportatori di abiti e di tessile nazionale – che oggi pagano rispettivamente tariffe del 30% e 40% sul valore delle merci per vendere i loro prodotti negli Usa – di vedere quei livelli drasticamente ridotti. Stessa cosa ha detto per i produttori di latte, che arrivano a vedersi imporre fino al 139%. Peccato che non ha precisato né fino a quale livello si prevede di scendere, né cosa succederà quando i prodotti statunitensi arriveranno più agilmente sulle nostre tavole o nei nostri armadi, né quali saranno i comparti produttivi europei a farne le spese.

 

La propaganda sostiene di favorire le piccole e medie imprese che però, guarda caso, non esportano, dunque non beneficerebbero di eventuali nuovi spazi commerciali in Usa, ma subirebbero una drastica concorrenza da parte delle multinazionali statunitensi, capaci, ad esempio, di vendere cibo a prezzi stracciati. Senza contare che il Congresso Usa non ne vuole sapere di aprire il proprio mercato ai nostri prodotti, soprattutto alimentari e tessili: il leader della maggioranza in Senato, Harry Reids, ha infatti annunciato che il presidente Obama non godrà del loro via libera per affrontare il TTIP in procedura accelerata (fast track), in cui egli avrebbe potuto negoziare in piena autonomia lasciando al Senato il solo voto finale “prendere o lasciare”.

 

Notizia che ha fatto chiedere a Detlef Wetzel, leader del più potente sindacato metalmeccanico europeo (la IG Metal tedesca), uno stop immediato ai negoziati da parte europea descrivendoli come “pericolosi”, soprattutto per l’inadempienza da parte USA rispetto agli impegni assunti in materia di diritti del lavoro. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ratificato soltanto 14 delle 190 Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, registrando un livello di promozione di questi diritti tra i più bassi del mondo.  Gli Usa hanno ratificato soltanto due delle otto convenzioni fondamentali che si occupano di lavoro forzato, lavoro minorile, libertà di associazione e discriminazione. Non hanno ratificato, per di più, le convenzioni 87 e 98, fondamentali per assicurare la libertà d’associazione sindacale.

 

Business Europe – la lobby industriale europea – ha ribadito, invece, che inserire il meccanismo di protezione degli investimenti all’interno del TTIP è una priorità irrinunciabile per la Commissione visto che le imprese europee hanno già oltre 1,42 miliardi di dollari di investimenti negli Usa rispetto ai quali si cercano garanzie.

 

Come se tutti questi punti non fossero problematici, c’è da aggiungere che continueremo a parlare per sentito dire per ancora molto, troppo tempo: né i parlamentari europei, infatti, né i Paesi membri vedranno uno straccio di testo – lo ha ammesso De Gucht in un’audizione della commissione parlamentare INTA – fino a che sia Usa che Ue non avranno messo tutte le loro richieste e offerte nero su bianco in un testo a fronte di valore legale (bracketed texts). E che anche in quel momento, stando a quanto si sa da fonte statunitense, i documenti verranno messi a disposizione con meccanismi di “sale di lettura” in cui non sarà possibile nemmeno ai negoziatori prendere appunti né portarne via copie con sé.

 

L’Appuntamento, dunque, è a Washington a fine maggio, e di nuovo a Bruxelles a giugno o luglio, quando ci saranno i prossimi incontri a livello tecnico, per capire se le fondate preoccupazioni che si moltiplicano avranno avuto la meglio sulla propaganda sviluppista.

 

 

Leggi anche

 

*Articolo pubblicato su Il granello di sabbia, n. 12 maggio 2014