«Sono Un Rifugiato Climatico»

«Sono un rifugiato climatico»

download[Di Alberto Zoratti su comune-info.it] A.F. vive sull’isola di Kiribati e ha chiesto al Tribunale per l’immigrazione di Auckland, Nuova Zelanda, lo status di rifugiato climatico. Milioni di persone potrebbero seguirlo: solo negli Usa 1.400 città stanno per finire sott’acqua. Verso la conferenza Onu sul clima.

 

Si sa solo che ha trentasette anni e che vive sull’isola di Kiribati, poco più di ottocenti chilometri quadrati nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Ha scelto di non rivelare il suo nome, A.F., ma ha deciso di lasciare la sua terra. Destinazione Nuova Zelanda, dove è approdato con la famiglia sei anni or sono. Sei anni di duro lavoro ma anche di tentativi, per ora falliti, di ottenere lo status di rifugiato. Richiesta sempre rifiutata dal Tribunale per l’immigrazione di Auckland perchè le motivazioni non sarebbero ammissibili: cambiamento climatico.

 

Kiribati è parte dell’arcipelago polinesiano, a cui appartengono anche isole fino a pochi anni fa sconosciute come Tuvalu, ma finite nell’onore delle cronache per il destino che l’attuale modello di sviluppo sta imponendo loro: finire sott’acqua. Furono le lacrime di Ian Fry, delegato alla COP15 di Copenhagen del 2009 dell’Aosis, il gruppo informale che raggruppa gli Stati Insulari, a rivelare ai più ciò che era banale agli occhi di pochi: il cambiamento climatico non è questione di percentuali o di stechiometria, nè di banale braccio di ferro politico od economico. E’ la vita quotidiana di milioni di persone, è il rischio di vedere comunità devastate per un clima che sta cambiando e per un tempo che sta impazzendo. Questione di decenni ed una parte cospicua degli atolli corallini finirà a far compagnia ai pesci tropicali, e con questa i sogni e le aspettative di milioni di persone. Legambiente stima che siano sei milioni all’anno le persone costrette a lasciare il proprio territorio per eventi climatici estremi.

 

1.400 città Usa sott’acqua

 

Una parte di questo popolo in cammino fuggirà da coste ed isole rese impraticabili da fenomeni che con il passare degli anni saranno sempre più pesanti. Lo rivelano diversi gruppi di ricerca, come il Potsdam Institute for Climate Impact Research che diversi mesi fa ha pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences un articolo (The multimillennial sea-level commitment of global warming) che svela come le previsioni di innalzamento dei mari possano essere sottostimate rispetto al reale effetto del climate change. Più di due metri entro i prossimi decenni fino alla fine del secolo, grazie al contributo del ghiaccio antartico e della Groenlandia che andrebbe a sommarsi all’espansione termica degli oceani. Un fenomeno che riguarderà tutti, anche quei Paesi che si annoverano tra i “privilegiati”. Una ricerca del Climate Central, con sede a Princeton, racconta che oltre millequattrocento città statunitensi finiranno a bagno, tra cui New York con una parte di Manhattan sott’acqua.

 

Tutto questo emerge a poco più di un mese dalla prossima Conferenza delle Parti Onu sul cambiamento climatico, che si terrà a Varsavia nel prossimo novembre. E che si sta organizzando nel pieno delle polemiche, considerato che in contemporanea si terrà l’International Coal & Climate Summit, rilanciato dalla World Coal Association (Wca) la principale organizzazione di lobbying dell’industria del carbone, per rilanciare il “clean coal” proprio in occasione della Cop. Un’azione di lobbying appoggiata persino dal ministero polacco dell’economia e dal vicepremier Janusz Piechociński.

 

La Polonia contro qualsiasi riduzione

 

La Polonia, il Paese più clima-scettico d’Europa, che si sta opponendo a qualsiasi target di riduzione delle emissioni di CO2 prima del 2015 e si prepara ad ospitare la Conferenza sul clima insieme alle principali industrie della brown economy. Cosa possa uscire da un tale minestrone non è difficile capirlo. La concentrazione della CO2 ha oramai superato le 400 parti per milione, un passo da quei 450 che abbasserebbero al 50 per cento le probabilità di riuscire a stoppare l’aumento medio dei temperatura oltre i 2°C.

 

A.F., uomo senza nome dalla lontana Auckland, ripresenterà ricorso il 16 ottobre per vedersi riconosciuto il suo diritto di senza terra: piccolo tentativo di un uomo qualunque davanti ad un futuro che rischia di diventare senza speranza.