Segnali Controversi Di Un Improbabile Ritorno Al Carbone

Segnali controversi di un improbabile ritorno al carbone

carbone[di Daniela Patruccoecologiapolitica]

 

E’ opinione diffusa che la crescente richiesta di energia sarà soddisfatta in futuro con il ricorso massiccio al carbone. Paradossalmente il combustibile della prima rivoluzione industriale sembra godere di una seconda giovinezza, per una concomitanza di fattori, tra cui il miraggio di un minor inquinamento del carbone grazie alle nuove tecnologie, la riduzione del costo del carbone connessa alla forte esportazione dagli Stati Uniti e l’incidente di Fukushima che ha accelerato la ripresa del carbone in alcuni stati, come la Germania. Anche a causa delle emissioni troppo inquinanti del carbone, gli Stati Uniti stanno infatti optando per una produzione di energia elettrica attraverso il gas, estratto con la tecnica della perforazione idraulica (fracking) delle rocce.

 

Secondo le proiezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA, Outlook 2013) la domanda mondiale di carbone aumenterà del 17% al 2035,  con i due terzi della crescita entro il 2020, ma con una diminuzione nei paesi OCSE.  In prospettiva dunque non è affatto scontato il crescente ricorso al carbone, in Europa e in Occidente, tanto più che nel 2013 sia la Banca Mondiale sia la Banca Europea degli investimenti hanno dichiarato la loro indisponibilità a finanziare il carbone “nei paesi sviluppati”. Una scelta che c’entra, forse, con la presenza di una cittadinanza attiva che – sempre più determinata nell’opporsi a progetti non condivisi e attenta a promuovere la tutela della salute e dell’ambiente – nella migliore delle ipotesi minaccia la certezze dei tempi di realizzazione dei nuovi impianti.

 

Sopravvive “un ampio parco di vecchie centrali alimentate a carbone che hanno ormai raggiunto il termine della loro vita”, come ha scritto la Commissione Europea in una Comunicazione al Parlamento europeo sul futuro della cattura e dello stoccaggio della CO2 (CCS) in Europa. Le centrali europee sono vecchie e tuttavia – secondo gli scienziati del clima che si sono espressi in occasione della recente Conferenza sul Clima di Varsavia (2013) – anche quelle “più efficienti emettono per unità di elettricità più di quindici volte la quantità di CO2 emessa dagli impianti di energia rinnovabile e più del doppio degli impianti a gas più efficienti”.

 

Secondo gli scienziati la vera possibilità per evitare pericolosi cambiamenti climatici consiste nel “lasciare la maggior parte delle riserve fossili sotto terra”. Alternative? L’unica condizione per considerare “a bassa intensità di carbonio” la produzione di energia da carbone – dicono – è l’impiego di tecnologia (CCS – carbon and capture storage). Ma nonostante i programmi e gli sforzi compiuti dall’UE questa tecnologia stenta a decollare, secondo le proiezioni IEA solo l’1% delle centrali elettriche alimentate da combustibili fossili sarà dotato al 2035 di sistemi CCS  e anche i progetti sperimentali finanziati stanno chiudendo. All’inizio del 2012 il progetto EEPR “Jaenschwalde” è stato chiuso in Germania e i progetti dei Paesi Bassi, Spagna, Gran Bretagna e Polonia incontrano diverse criticità relativamente ai costi e per l’opposizione delle comunità locali.

 

In Italia sono tredici le centrali a carbone attualmente funzionanti con cui copriamo il 13,7% del fabbisogno energetico nazionale. Otto gestite da Enel, due da A2A (utility di Milano e Brescia) e le restanti da Edipower, E.ON Italia e Tirreno Power, sono per lo più obsolete come le colleghe europee. E sarebbero almeno quattro i progetti per nuovi impianti a carbone, con un incremento sulla carta di quasi il 40% che porterebbe a 17 il numero di centrali. Nuova potenza che si aggiungerebbe ai 118 GW complessivamente installati – alimentati a gas, carbone, rinnovabili e alternative, più del doppio dei 53 GW di domanda massima (Terna, 2012). Progetti che tuttavia stentano a decollare.

 

Enel ha rinunciato al finanziamento europeo per il CCS a Porto Tolle (RO), poco prima che il Ministero dell’Ambiente respingesse la Valutazione d’Impatto Ambientale per la conversione a carbone della centrale già coinvolta in un processo che ha registrato condanne per disastro ambientale alla precedente gestione. La svizzera Repower ha dovuto abbandonare il progetto della nuova centrale a Saline Joniche (RC), su invito del governo del Cantone dei Grigioni, dopo le proteste e un referendum indetto dai cittadini svizzeri. Potrebbe subentrare Hera ma in una lettera inviata ai Sindaci dell’Emilia Romagna (szionisti di Hera) le associazioni ambientaliste e il Comitato Acqua Bene Comune scrivono che  “se l’Emilia Romagna si è opposta alla confinante centrale a carbone di Porto Tolle sul Delta Veneto, non è accettabile che la principale azienda a controllo pubblico della Regione sia coinvolta in progetti similmente dannosi in altre regioni d’Italia”. Il progetto ha già avuto l’approvazione del Ministero dell’Ambiente sebbene i Comuni calabresi e la stessa Regione abbiano dato parere negativo. Un milione e trecentomila euro sono stati stanziati con il decreto “Destinazione Italia” per finanziare  la conversione della centrale Enel del Sulcis in Sardegna, una sperimentazione del CCS unita al tentativo di tenere in vita una miniera che produce carbone di qualità e efficienza infime.  A Rossano Calabro infine, è fermo il quarto progetto di conversione a carbone, di Enel.

 

Le proiezioni delle agenzie internazionali e le decisioni delle Banche, la situazione di impasse che registrano i nuovi progetti, le evidenze scientifiche che correlano l‘impatto del carbone sulla salute, le stime dei costi dell’impatto ambientale e sanitario a cura dell’Unione Europea e le più recenti dichiarazioni degli scienziati del clima sembrano far pensare che almeno in Europa il carbone non sia destinato alla rinascita. Nonostante ciò sull’home page del sito di Assocarboni il suo Presidente scrive che il carbone è associato a una lunga serie di valori “Certezza degli approvvigionamenti, basso costo dell’energia, maggiore occupazione, sicurezza nella movimentazione e rispetto dell’ambiente…”.

 

E invece è proprio la difficoltà a definire e rispettare le norme ambientali – sia per impianti già operanti sia in fase progettuale – che le centrali e i progetti sono quasi tutti interessati da vertenze. Che partono dai procedimenti autorizzativi, proseguono con le discutibili modalità di esercizio e l’inefficace sistema di controlli, per finire nelle aule dei tribunali.

 

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*Articolo pubblicato su ecologiapolitica, 29 maggio 2014