San Sago. Nella Valle Del Noce, Storia Di Un Fiume Avvelenato

San Sago. Nella Valle del Noce, storia di un fiume avvelenato

fiume inquinato[di Alessia Manzi su Communianet]

 

A San Sago, frazione montana del comune di Tortora (Cs), a causa dello smaltimento illecito dei rifiuti, si è registrato un pesante danno all’ambiente e alla salute. In difesa del territorio, domenica 29 giugno, alle ore 9.30 cittadini, associazioni e comitati, sindaci manifesteranno davanti agli impianti non ancora sequestrati affinchè il fiume Noce venga tutelato.

 

Ad attraversare il Fondo Valle del Noce pare quasi di addentrarsi in una sorta di paradiso terrestre tra colline, boschi, montagne e il fiume Noce che nasce dal Monte Sirino, e attraversando l’intero Parco Val D’Agri- Lagonegrese sfocia giù in Calabria, nelle acque del Mar Tirreno tra Maratea, punta di diamante del turismo lucano, e la Riviera dei Cedri. Viaggiando sulla Statale 18, nodo stradale che collega la Basilicata alla Calabria, oltre il verde dei rilievi montuosi e la visione di paesaggi quasi incontaminati, con un occhio attento si potrebbe notare un lungo canale in plastica verde che scende dalla cima di un monte. Poco più sotto, un’insegna indica gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Mai, però, si potrebbe immaginare che San Sago, contrada di Tortora, primo comune calabrese della costa tirrenica settentrionale, potesse nascondere una vera e propria bomba ecologica. Probabilmente già esplosa.

 

 

Giugno 2010. La giunta comunale convoca un consiglio straordinario con un unico punto all’ordine del giorno: il via libera che il commissario prefettizio, Eufemia Tarsia, ha rilasciato alla ditta pugliese “LA RECUPERI S.R.L.”, impresa che si occupa dell’impianto di compostaggio, affinchè possa ampliare lo stesso costruendo un capannone della grandezza di 8 mila metri quadri ( 300 metri in larghezza, 10 in altezza). Un fabbricato enorme e in totale contrasto con la morfologia del territorio, che altera gli animi della popolazione e della giunta comunale, mentre Debora Plastina, amministratrice delegata della ditta, è convinta dell’aumento occupazionale e delle migliorie che la struttura potrebbe apportare alla qualità di vita degli abitanti della zona; da tempo a disagio per gli odori emanati dal depuratore e dal sito di compostaggio, in cui si lavora materiale organico.

 

 

Abitanti e sindaco non ci stanno, dunque. Non siamo in un film a lieto fine e il diritto alla salute, il rispetto per l’ambiente valgono mille volte più delle solite fasulle promesse buttate li pensando di riuscire a corrompere e ad ingannare chi, da anni, sa bene come le parole vengano dette con fin troppa facilità.
“Sto capannone non s’adda fare”.
E su questo è d’accordo anche l’Autorità di Bacino della Basilicata, favorevole al potenziamento dell’area attraverso la promozione turistica piuttosto. Oltre alla protesta di chi vive e vuole salvaguardare quel territorio il Comune di Tortora comincia una battaglia contro il TAR, portata avanti a suon di ricorsi in seguito alla revoca della delibera per la costruzione del capannone da parte dell’ente comunale; contestato per il mancato preavviso di tre mesi a “La Recuperi s.r.l.”. In campo giudiziario però, l’attrito prosegue, e a seguito di dubbi e perplessità sollevate dagli abitanti del luogo, che tra le varie rimostranze reclamano anche il passaggio di tir carichi di immondizia a notte fonda, gli inquirenti iniziano ad indagare. Ma non è la prima volta che su San Sago si avanzano sospetti per una presunta cattiva gestione degli impianti. Per provare a capire questa complicata vicenda perciò, tocca tornare indietro nel passato.

 

 

1992. L’amministrazione comunale di Tortora autorizza la costruzione di un impianto per il trattamento dei rifiuti liquidi speciali non pericolosi, gestito dalle stesse ditte addette all’amministrazione dei siti di smaltimento reflui e e del trasporto immondizia (negli anni saranno sempre le stesse; cambieranno nome, ma mai sostanza). Nel 2001, un camion di rifiuti speciali viene scoperto mentre versa il carico direttamente in un appezzamento terriero nei pressi del fiume Noce. Un episodio grave con cui si avviò l’inchiesta che condusse alla“operazione ECONOX” del 2002, in cui vennero coinvolte la Campania e il Lazio. Il sequestro delle vasche di depurazione mostrò una discarica a cielo aperto per rifiuti pericolosi provenienti dalle due regioni coinvolte, con conseguente requisizione di circa 40 automezzi. Successivamente le vasche sono state dissequestrate, ma nel 2008 la Procura di Paola appone nuovamente i sigilli sull’impianto, ove vengono rinvenuti 473 metri cubi di rifiuti pericolosi risalenti al 2005.

 

 

Torniamo a tempi più recenti. Stessa situazione, stesso ritornello.
L’impianto di depurazione è di nuovo al centro delle indagini dopo che il primo cittadino tortorese, Lamboglia, nel settembre 2011, risolve il contratto che la precedente giunta Silvestri aveva stipulato con la “ECOLOGICA 2008 S.R.L.”: l’azienda si impegnava a versare all’ente un canone annuale di 12. 500 euro, compresi l’obbligo di manutenere le vasche di depurazione. Controlli mai eseguiti, pagamenti mai pervenuti. Nel 2012, insieme ad altri dieci imputati, è indagato l’ex amministratore unico della “ECOLOGICA 2008”; assolto per insufficienza di prove. Deturpazione ambientale, associazione a delinquere, disastro colposo, truffa e traffico illecito di rifiuti sono reati che, secondo il GUP Carmine De Rose, non possono essere contestati anche per il contraddittorio nella prova. Nuove indagini si aprono appena due anni dopo, nel 2010, e si orientano sui comuni di Trecchina, Maratea e Tortora amministrazioni che si dichiarano parte civile al successivo processo in cui associazione a delinquere ( per lo smaltimento illecito di rifiuti solidi di stoccaggio provenienti dalla Calabria, dalla Campania e dalla Basilicata.), truffa ad ente pubblico, falso ideologico in atto pubblico, danneggiamento con circostanze aggravanti, deturpazione e distruzione delle bellezze naturali saranno i reati ipotizzati dall’accusa.
Qualche tempo dopo, in un articolo de “Il Mattino di Napoli” datato 8 febbraio 2011 il giornalista Gigi Di Fiore, citando fonti giudiziarie, racconta come le amministrazioni comunali campane spediscano tir di percolato proprio nelle montagne tortoresi; aumentando i profitti di privati senza scrupoli che in questo modo dimezzano i costi sullo smaltimento. Il sito di depurazione è si autorizzato a ricevere rifiuti da fuori regione, ma non di certo “quei tipi di rifiuti”: percolato, rifiuti dell’Eni di Viggiano, amianto, scarti edilizi, e qualcuno mormora di probabili fanghi dell’Ilva, gettati nel torrente Pizinno, affluente del fiume Noce, insieme a liquami non depurati poi trascinati in fondo al mare alterando le aree marine protette.
I veleni non vengono solo importati ma addirittura prodotti “in casa”: come? Con il compost formato da terreno vegetale misto a sangue animale, segatura, plastica, percolato, varie sostanze nocive e rifiuti; poi depositato come concime sui terreni coltivati in prossimità delle sponde del fiume.
Perchè l’attività agricola, in queste zone, è ampiamente sviluppata: lo stesso Piano Regolatore Generale Comunale fa rientrare l’area nella ZONA E3, quindi ad uso agricolo. Ma improvvisamente la destinazione cambia, e terre una volta destinate all’agricoltura diventano di uso industriale. Come può mai cambiare così repentinamente la destinazione d’uso se fino a poco tempo prima, proprio per tutelare la particolare morfologia del territorio, erano permessi soltanto interventi di restauro e ristrutturazione di eventuali fabbricati già esistenti? Come si può mai favorire un insediamento produttivo che modifica l’ambiente, favorisce i guadagni dello speculatore di turno e completa un ciclo di rifiuti, anche pericoloso, senza tener conto del colpo subito dalla salute di chi abita in quelle zone?

 

 

E l’acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi.
La chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi.
Uccelli che volano a stenti, malati di morte,
Il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.

 

Dell’aumento delle leucemie, della devastazione ambientale, della preoccupazione di imprenditori e commercianti della Valle del Noce che nell’ennesimo ampliamento del sito di stoccaggio vedono una rischiosa minaccia per il turismo, e quindi per l’economia locale, pare che la Regione non nutra alcun interesse. L’assessore all’ambiente Pugliano, come da tradizione di una politica perennemente piegata alle mosse speculative, nonostante vi sia il veto delle direttive europee e la VIA (valutazione impatto ambientale), che rileva l’incompatibilità del capannone, decide di approvare il progetto per l’edificazione del capannone.
Una decisione fuori da ogni logica. Il perimetro su cui dovrebbe sorgere il fabbricato dista solo 300 metri dal Sito di Importanza Comunitaria, ossia Area SIC Valle del Noce istituita con i decreti ministeriali 2007, 2008 e 2009; in cui vivono specie protette come il cervone, la lontra, il moscardino, la tartaruga greca protette dalla direttiva CE Habitat. Perchè favorire chi devasta i nostri territori e non incrementare alcuna attività turistica? Siamo in un luogo altamente attrattivo: trekking, mountain bike, passeggiate lungo il fiume, quante attività sportive o di altro tipo si potrebbe invece incentivare?Troppe domande senza risposta. Troppi conti che non tornano.

 

 

Bisognerà aspettare il 2013 per cominciare a vedere i primi passi delle istituzioni, che sequestrano in maniera preventiva il sito di compostaggio per invasione dell’area demaniale e ne bloccano l’attività, mentre il servizio provinciale della Disciplina Rifiuti e Ambiente dispone la cancellazione della ditta dal registro apposito e revoca l’autorizzazione per la costruzione del capannone. Nel frattempo, a distanza di pochi mesi dalla manifestazione di luglio per la difesa del fiume Noce indetta non solo per chiedere lo spostamento degli impianti di depurazione e di stoccaggio, come già domandato da una petizione, ma anche di effettuare un controllo sulla centrale Enel per sospetta tremolite nell’acqua fluviale.
Finalmente, a dicembre dello scorso anno, la Procura della Repubblica di Paola sequestra in via preventiva anche il depuratore; risultato di indagini che andavano avanti da due anni. Nel periodo di investigazione si mette al vaglio la documentazione della “ECOLOGICA 2008 S.R.L.”e si accerta che, tra il 2009 e il 2013, gli scarti reflui avevano superato i limiti giornalieri imposti e che diversi erano stati i rifiuti liquidi, misti ad altri di tipo nocivo, provenienti da Calabria, Puglia e Campani venivano deviati nel torrente Pizinno utilizzando tubature volanti senza adoperare le vasche di depurazione. Oltre ad 8.500 metri cubi di percolato non depurato liberato nelle acque tra dicembre 2012 e gennaio 2013, mentre le istituzioni e la stessa ARPACAL restavano in silenzio.
Cifre, anni, indagini: ma il danno alla salute e all’ambiente, di gran lunga maggiore a quello già quantificato se pensiamo agli impianti di irrigazione e agli abbeveratoi per i pascoli, come potrà mai essere misurato?
Un processo, quello sul depuratore, che si chiude confermando le seguenti ipotesi di reato: danneggiamento, deturpazione delle bellezze ambientali e mancato rispetto dei criteri di autorizzazione, disastro ambientali a carico dei tre indagati, cioè amministratore e tecnici della società che gestiva l’impianto di depurazione. Il sindaco ha poi ordinato, con propria ordinanza, la chiusura del sito di depurazione affinchè si possa salvaguardare il più possibile l’ambiente dall’inquinamento che lo ha colpito. Per risolvere le criticità presenti nella struttura il Gip De Rose ha permesso un dissequestro temporaneo, ma dopo torneranno i sigilli.

 

 

Una vicenda lunga, intricata, ancora irrisolta. Domenica 29 giugno, alle 9. 30, è stata indetta una nuova manifestazione davanti agli impianti non sequestrati della contrada di San Sago, avente l’obiettivo di chiedere la revoca dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e di mostrare le bellezze da tutelare presenti lungo il fiume. Una dimostrazione necessaria, specie se pensiamo all’alto tasso di tumori che si sta registrando ultimamente nei nostri paesi dove troppe sono le persone che ci hanno lasciato per favorire i profitti dei pochi; mentre sempre più indispensabile una presa di coscienza collettiva che rivendichi una gestione dei rifiuti alternativa e partecipata dal basso.

 

Articolo pubblicato su communianet.org, 29 Giugno 2014