Risposta A Briatore: La Puglia Piace “nature”

Risposta a Briatore: la Puglia piace “nature”

di Rita Cantalino per A Sud

Caro signor Briatore, in questi giorni ci ha deliziati con una sua uscita circa la necessità di adeguare il turismo pugliese ai super ricchi, di modo che arrivino e spendano più soldi. Il problema della Puglia sarebbe dunque che lascia troppo spazio alla propria incantevole bellezza naturale e poco invece ne dedica alle esigenze di chi cerca il lusso, di chi ha soldi da spendere e ne vuole sperperare per godersi una bella vacanza.

Per chi conosce quel territorio, leggere certe dichiarazioni fa un certo effetto. È come se due realtà si sovrapponessero, due mondi paralleli, che non si incontreranno mai: per questo è utile prendere in prestito la sua dichiarazione per fare in modo che quelle due realtà provino, almeno, a guardarsi da lontano.

Proviamo a farlo, facendo una rapida rassegna di quelli che sono i problemi della Puglia per tutto un pezzo di mondo che negli hotel di lusso non ci metterà mai piede.

Il petrolchimico Enichen di Manfredonia, per esempio. Costruiti negli anni ‘60, gli impianti hanno smesso di funzionare nel ‘93 e sono ancora in piedi. Il sito è di interesse strategico nazionale per le bonifiche, visto che è responsabile della contaminazione ambientale di tutto l’ecosistema costiero con numerosi incidenti nel corso degli anni del suo funzionamento. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è responsabile dell’eccesso di mortalità tumorale di tutta la zona circostante. Ma non è il solo.

Potremmo parlare ad esempio della Fibronit di Bari o dell’Ilva di Taranto. La prima era un’azienda di produzione di manufatti in fibrocemento che ha messo i suoi operai e i tre quartieri che circondano gli impianti in costante esposizione all’amianto per cinquant’anni, generando la morte di dodici operai, la contaminazione delle falde acquifere e tenendo ancora, ad attività cessata da trent’anni, in grave pericolo le vite di 80000 persone. È un sito da bonificare che non si può bonificare, perché occorrerebbe abbattere capannoni costruiti in amianto, generando un danno incalcolabile. Del mostro tarantino, invece, la storia forse è un po’ più nota, ma non è male rinfrescarsi un po’ la memoria. Gli stabilimenti della più grande acciaieria d’Europa avvelenano la città dagli anni ‘60, non avendo mai rispettato alcuna norma antinquinamento né di sicurezza sui luoghi di lavoro. L’Ilva è responsabile di inquinamento atmosferico, contaminazione di acque, suoli e falde acquifere, dell’altissimo tasso di tumori e di mortalità infantile nella città tarantina al punto che ventisette dirigenti sono stati condannati per omicidio colposo. E sta ancora là, in piedi e funzionante, perché la sua chiusura metterebbe in ginocchio l’economia della città.

Questo tuttavia non è l’unico “problema” di Taranto, visto che la raffineria Eni esistente dal ‘64 è stata inserita tra i siti di interesse strategico nazionale per le bonifiche essendo responsabile di “insostenibile inquinamento” ed essendo ritenuta un “pericolo per la salute delle collettività”. Questo mostro ha collezionato una costellazione di incidenti: nel 2006, nel 2007, due  nel 2008, uno nel 2009, e due rispettivamente nel 2010 e nel 2012. Nonostante ciò, e nonostante un’inchiesta del Parlamento Europeo tuttora in corso, quando la Eni ha presentato il progetto Tempa Rossa, che prevede l’ampliamento degli impianti per un sito di stoccaggio di greggio, nel 2012 il governo ha dato il consenso.

Altri “problemi” possono essere considerati quelli brindisini. Nella città ci sono ben due centrali a carbone, pericolosissime per l’ambiente. La prima, la Federico II, provoca fino a 44 morti l’anno per neoplasmi per la dispersione delle polveri, visto che il carbone viene stoccato in un carbonile scoperto. La seconda, la Edipower, ha avvelenato la città a Nord dalla fine degli anni ‘70 fino a qualche anno fa, quando l’attività è cessata non per l’intervento della magistratura ma per la crisi economica. È un sito ancora in attesa di ambientalizzazione, responsabile di inquinamento atmosferico, dei suoli e delle falde acquifere, nonché di aver esposto ed esporre attualmente la popolazione a radiazioni che potrebbero generare conseguenze incalcolabili al momento. Oltre a tumori di vario genere e malformazioni cardiache neonatali.

Ma i ricchi vogliono andare al mare, godersi le splendide coste pugliesi per le quali servirebbero degli alberghi di lusso. Si immagini un bell’albergo di lusso alle Tremiti, dove la popolazione per anni ha dovuto combattere contro la Petrolceltic che voleva a tutti i costi installare impianti di estrazione di petrolio a ridosso della costa (ad appena sette e quattro km) con il favore dei governi, nonostante le proteste e la bocciatura di tutti gli enti locali. Oppure sulle coste di Bari e Brindisi, dove la Global Petroleum ha presentato progetti per cercare petrolio in quattro zone, attraverso una tecnica che devasta l’ecosistema marino e genera rischi di contaminazione delle acque e dei suoli, oltre che malattie dovute a danni ambientali. Lo sapeva che nei fondali di quella zona sono mappati 20000 ordigni bellici risalenti al ‘43 e al ‘90, ma ne sono stimati almeno un milione di cui non si conosce l’ubicazione? Immagini l’esplosione e i giochi d’acqua quando una delle bolle d’aria che genera quella tecnica imploderà accanto a una bomba? Sarebbe meraviglioso vederla dalla finestra di un bel resort, e c’è da immaginare sia per questo che il Ministero dell’Ambiente ha dato parere favorevole al progetto e ora si attende solo la valutazione d’impatto ambientale.

Ma tanto per le opere in Puglia c’è sempre tempo: l’importante è stanziare i fondi, poi per il completamento non c’è alcuna fretta. Come per esempio è stato per l’ampliamento della SS275 a Santa Maria di Leuca, una zona meravigliosa. Il progetto è nato nel ‘94 per potenziare la fiorente zona industriale e, nonostante la crisi che l’ha affossata a partire dal 2000, nel 2004 è stato inspiegabilmente ripreso. Il danno paesaggistico dei lavori è incalcolabile: si perderebbero 230 ettari di territorio, 15000 uliveti, moltissimi trulli e pajane e sarebbero espropriate moltissime attività produttive, per un progetto che è già costato cinque milioni di euro per la progettazione, elaborata da una ditta la Progettazioni Salentine s.r.l. che non aveva i requisiti necessari, come ha stabilito il Consiglio di Stato, e che costerà 288 milioni di euro di fondi pubblici. Ma tanto al Salento bastano i resort di lusso per risollevarsi, e c’è da esser certi che basteranno anche quando l’eradicazione degli ulivi dovuti al presunto batterio Xylella e la diffusione di pesticidi metterà in ginocchio l’economia della zona e a rischio la salute di umani e animali.

A proposito di turismo di lusso salentino, nella meravigliosa località di San Foca, nel comune leccese di Meledugno, si sta tentando da anni di far sfociare un gasdotto (il Tap) che dovrebbe far arrivare alle coste pugliesi il gas dell’Azerbaijan da distribuire in tutta l’Europa. Parliamo di una follia che devasterebbe i banchi di corallo e le grotte carsiche della zona, ammazzerebbe la biodiversità e di cui non esiste valutazione di impatto sanitario documentata. Che, ovviamente, ha incassato l’ok del Ministero dell’Ambiente.

Questo lunghissimo elenco, caro Briatore, per dire una cosa molto semplice: non è vero che il problema della Puglia è la natura che toglie spazio e divertimento ai ricchi. Al contrario, per chi la conosce davvero, per chi la vive e ci vive, il problema della Puglia sono proprio certi ricchi, che si arricchiscono devastandone le bellezze e togliendo sempre di più a quella natura per lei troppo invadente. Il problema della Puglia è che tanti, ma proprio tanti, ricchi, hanno già fatto il suo ragionamento negli anni: togliere spazio alla natura per appropriarsi indebitamente di quello che quella terra aveva da offrire. Non ha, quindi, proposto nulla a cui non avessero già pensato negli anni, non si è inventato proprio niente di nuovo.