Rifiuti D’Italia

Rifiuti d’Italia

[di Rosy Battaglia e Cittadini reattivi su Wired] Quanto ci costa la mancanza di trasparenza sui rifiuti in Italia in termini economici, ambientali e sanitari?

13 miliardi di euro ogni anno. Quanto una manovra finanziaria. È questo il costo del giro d’affari, sulla gestione dei rifiuti in Italia, calcolato da Wired e Cittadini Reattivi, a partire dalle stime fornite dall’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) nel rapporto Rifiuti Urbani 2015. Cifre solo indicative e al ribasso, su cui si staglia una grande opacità della pubblica amministrazione, terreno fertile per criminalità organizzata e corruzione accertate da 314 inchieste giudiziarie con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende coinvolte in tutte le regioni d’Italia, secondo il rapporto Ecomafia 2016.

Una vera e propria truffa ai danni dei cittadini, perché la monnezza è oro, ma non per i cittadini che riciclano per esempio, come attestano il dossier dell’Antitrust e dell’associazione Comuni Virtuosi e come ricostruiamo nell’inchiesta Rifiuti d’Italia. Nel 2014 solo 390 milioni di euro sono rientrati nelle casse dei comuni e dei consorzi di filiera da Conai, a fronte di un valore di 1,9 miliardi di euro di rifiuti differenziati. Come a dire che la bolletta potrebbe costarci molto meno cara. Ma diventa, pure, un prezzo drammatico per la collettività, se potessimo quantificare l’impatto ambientale e il danno sanitario, determinati dalla cattiva messa in esercizio di discariche e inceneritori, che sono incalcolabili. In violazione all’articolo 13 della direttiva europea 2008/98, che ingiunge “la gestione dei rifiuti sia effettuata senza danneggiare la salute umana, senza recare pregiudizio all’ambiente”.

Sappiamo solo che, come ci ha confermato la Direzione generale Ambiente della Commissione europea, rispondendo alla nostra richiesta di accesso alle informazioni, pubblicandone l’elenco, sono 155 le discariche di rifiuti urbani e speciali fuori legge in cui si sono smaltiti rifiuti indifferenziati tal quali, causando emissioni di liquami, gas nocivi e percolato. Solo 30 sono a norma in tutta Italia, secondo i dati di Ispra. E secondo le stime del ministero dell’ambiente ci vorrebbero almeno 290 milioni di euro per la bonifica e messa in sicurezza. Per tutto ciò, tra il 2015 e il 2016, arriveremo a pagare oltre 110 milioni di euro, circa 300 mila euro al giorno. Soldi che lo stato italiano anticipa, ma che dovrebbero essere rifondati da chi ha inquinato, a partire dalla lobby dei proprietari delle discariche, con la corresponsabilità degli enti di controllo e della pubblica amministrazione che non hanno accertato, per tempo, il danno ambientale. Quindi, la soluzione resta l’incenerimento, come prefigurato dal decreto del 10 agosto 2016 che pubblicato in Gazzetta ufficiale il 5 ottobre, ratifica quanto previsto dall’articolo 35 del cosiddetto Sblocca Italia, con la costruzione di otto nuovi impianti? Magari fosse così semplice. Molte regioni non hanno ancora approvato i piani definitivi per la gestione del ciclo dei rifiuti. E anche per questo siamo sotto procedura di infrazione dell’Unione europea. Fino a quando “non sarà stata costruita la necessaria capacità di trattamento dei rifiuti per tre categorie di impianti, discariche, termovalorizzatori e impianti di trattamento dei rifiuti organici” ci ha scritto la commissione, pagheremo 120mila euro al giorno.

Intanto, dati alla mano, se lo smaltimento in discarica è stato deleterio per il nostro territorio, la cattiva gestione di un inceneritore su due la dice lunga sul mancato rispetto generale nel nostro paese di norme ambientali e di tutela della salute per i cittadini e chiarisce perché una parte dell’opinione pubblica avversi questi impianti. Eppure, nonostante 28 inceneritori su 40 abbiano avuto problemi di emissioni fuori norma, inchieste della magistratura e mancate autorizzazioni degli enti di controllo, la produzione di energia attraverso i rifiuti, gestita spesso dalle multiutility a partecipazione pubblica è stata sostenuta con contributi statali pari a 224 milioni di euro, secondo gli ultimi dati del Gse del 2015.

Quanti rifiuti produciamo? Secondo i dati elaborati dall’Environment Data Center on Waste di Eurostat, pubblicati a marzo 2016, nel 2014 ogni italiano ha prodotto, mediamente, 488 chili di rifiuti. Di questi, 127 chili tra carta, plastica, metalli vengono recuperati e insieme a 80 chili di rifiuti biodegradabili, che vanno in compostaggio o in impianti di digestione anaerobica, alimentando la filiera del riciclo, raggiungendo il 42% in totale. Ma ancora, ben 154 chilogrammi, il 32% dei nostri scarti, finiscono in discarica, contro i 94 kg/pro capite che, mediamente, vengono inviati a incenerimento per recupero energetico, pari al 19% del totale.

E infine, 33 chilogrammi spariscono dalle statistiche ufficiali.

Quindi, su oltre 29 milioni di rifiuti urbani prodotti nel 2014 in Italia, più di 15 milioni sono ancora stati gestiti in modo indifferenziato e quasi 3 milioni di questi sono finiti in discarica tal quali violando ancora la direttiva Ue 1999/31/CE e le ultime circolari ministeriali che stabiliscono come obbligatorio un “trattamento adeguato, comprensivo di stabilizzazione della frazione organica dei rifiuti stessi prima della messa in discarica”. Il fatidico passaggio al trattamento meccanico biologico, salito alle cronache con l’ennesima crisi rifiuti romana, il cosiddetto Tmb, procedimento meccanico che dovrebbe separare la componente organica, i nostri scarti di cibo e vegetali per intenderci, dalla frazione secca che se non differenziata contiene, alla rinfusa, vetro, plastica, carta e metalli.

L’emergenza rifiuti italiana è, perciò, per diversi motivi, cronica e ci costa cara. Come il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti ha confermato nell’intervista a Wired, continuiamo a pagare multe salate all’Unione europea: “È necessario che le regioni che sono indietro elevino la percentuale di raccolta differenziata e che comunque si diminuisca la produzione di rifiuti. Le infrazioni europee ci preoccupano, ma sia chiaro che siamo più preoccupati delle conseguenze per i cittadini e per l’ambiente di tonnellate e tonnellate di rifiuti mandati ogni giorno in discarica”. Intanto, mentre le cronache hanno riportato alla luce la persistente crisi romana e laziale, mentre le ecoballe napoletane si allontanano verso il Portogallo e la Campania cerca di uscire dall’emergenza rifiuti, con la raccolta differenziata e l’utilizzo del contestato inceneritore di Acerra, (il secondo impianto più grande d’Italia dopo quello di Brescia), l’Italia per le varie violazioni delle direttive, dalla mancanza dei piani regionali dei rifiuti alle elevate emissioni di PM10, versa nelle casse della Ue, in totale, ben 303 mila euro al giorno, oltre 110 milioni di euro l’anno. 

Miti di sfatare. Sfatiamo, però, un mito: non siamo certo i più virtuosi in Europa, ma neppure i peggiori. Secondo le statistiche di Eurostat, ogni europeo ha generato 475 chili di rifiuti nel 2014, solo il 44% di essi è stato riciclato o compostato. Il restante 56% è finito in discarica (per il 28%) o incenerito (27%). Non siamo neppure tra coloro che inceneriscono di più e produciamo più rifiuti. In cima alla classifica sta la Danimarca, per esempio, che ha prodotto ben 758 kg pro capite, ne ha mandato oltre il 53% ad incenerimento. “All’opposto c’è la Slovenia che ha adottato il modello Zerowaste ed è lo stato europeo con la minore quantità di rifiuti residui senza ricorrere alla combustione: solo 102 kg pro capite nel 2014. Lubiana, dopo aver dismesso il progetto di un mega inceneritore, è divenuta la prima capitale europea ad aver dichiarato l’obiettivo Rifiuti Zero”, sottolinea Enzo Favoino, responsabile scientifico di ZeroWaste Europe. Buone pratiche virtuose che proprio la civilissima capitale green d’Europa, Copenaghen, potrebbe invidiarci. Mentre i sostenitori dell’incenerimento in Italia la pongono
a modello, nel Resource and Waste Management Plan 2018, il piano per la gestione dei rifiuti della città che conta circa 570mila abitanti, si trova scritto nero su bianco che la sfida dei prossimi anni sarà quella di “generare meno rifiuti, aumentare il riutilizzo diretto, riciclare di più e bruciare meno”. Anche perché, nel 2014 la raccolta differenziata nella capitale danese era ancora ferma al 34%.

Il record di Parma e Milano, i comuni ricicloni e la riduzione dei rifiuti.

In realtà, analizzando i dati sulla raccolta differenziata in Italia, resi noti dal rapporto Ispra Rifiuti Urbani 2015, (rielaborati da Wired grazie all’apertura in open data da parte di Openpolis e il successivo rilascio in formato aperto di Ispra), sono stati almeno 2.245 su 7.724, i comuni ricicloni che nel 2014 hanno superato il fatidico 65%. Tra le migliori città in testa Pordenone, Treviso, ma anche Salerno, Acerra, Mantova, Benevento, Pozzuoli.

Dati però già vecchi e in rapido miglioramento. La città di Parma, con oltre il 72% di raccolta differenziata, raggiunto nel 2015, è la prima città capoluogo ad aver superato il muro del 65%. “Al di là della presenza dell’inceneritore, il dato oggettivo è che sono stati aboliti i cassonetti stradali, si è passati al porta a porta e nel giro di due anni una città di quasi 200 mila abitanti ha quasi raddoppiato la percentuale di raccolta differenziata”, sottolinea Marco Boschini di Comuni Virtuosi, che a Parma ci vive pure. Porta a porta che ha trasformato anche Milano in città virtuosa. “Con la raccolta separata della frazione umida è la città europea metropolitana con la migliore performance di raccolta, oltre il 50%”.

E secondo il rapporto Comuni Ricicloni 2016 di Legambiente, su 1.520 comuni che superano il 65% di raccolta differenziata, almeno 525 producono meno di 75 chilogrammi annui per abitante di rifiuto secco indifferenziato, (pari al 7% del totale nazionale), per una popolazione che sfiora i 3 milioni di cittadini. “Una buona pratica nazionale che ci mette all’avanguardia in tutta Europa – sostiene l’esperto Enzo Favoino – che non è l’unica, pensando alla città di Treviso produce 350 kg pro capite annui di rifiuti, ne ricicla oltre l’85% grazie al consorzio Contarina e ne invia a discarica solo 50”.

Economia circolare: le materie prime non sono inesauribili. Certo è che con la futura scarsità delle risorse, il prezzo delle materie prime aumenterà.

Ce lo dice anche l’Europa che, con il pacchetto di misure sull’economia circolare, andrà a impegnare finanziamenti per oltre 650 milioni di euro provenienti da Horizon 2020 e per 5,5 miliardi di euro dai fondi strutturali. Riciclo, riuso, ridurre drasticamente il conferimento in discarica, anzi scoraggiarlo, riutilizzare le materie prime e incentivare prodotti ecologici e a basso impatto, sono azioni che porteranno almeno 180mila posti di lavoro diretti nell’Unione europea entro il 2030, che andrebbero ad aggiungersi agli oltre 400mila che, secondo le stime, sarebbero già disponibili se si attuasse la legislazione sui rifiuti in vigore. Con un risparmio di materie prime, tra il 10% e il 40%. Contribuendo, nel contempo, a ridurre del 40% i gas serra, obiettivo che l’Ue si è impegnata a raggiungere entro il 2030 e che equivarrebbe all’abbattimento di 62 Mt (megatonnellate) di anidride carbonica l’anno.

Secondo l’indagine conoscitiva sui rifiuti solidi urbani realizzata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato avviata nel 2014 e pubblicata a febbraio 2016, i cittadini italiani potrebbero risparmiare notevolmente in bolletta con “meno discariche e più raccolta differenziata”. Ma per fare ciò, ribadisce l’Antitrust, l’industria deve sopportare l’intero costo della gestione della parte riferibile agli imballaggi della frazione differenziata dei rifiuti urbani. Così come succede, secondo il rapporto Ocse, The State of Play, in Austria, Belgio, Germania Repubblica Ceca e Paesi Bassi, mentre in Francia il contributo dei produttori ammonta al 75% di tale costo. In Italia, invece non è così si va da un rimborso ai comuni che varia dal 20 al 35%. Nel 2014, infatti, solo 390 milioni di euro sono rientrati nelle casse dei comuni e dei consorzi di filiera da Conai, a fronte di un valore di 1,9 miliardi di euro di rifiuti differenziati.

Numeri che si trovano nel nostro dossier aperto dal 2013 in continuo aggiornamento – ribadisce Marco Boschini portavoce dell’associazione Comuni Virtuosi a Wired – quasi tutta la politica si appella a inceneritori e discariche per risolvere il problema rifiuti, quando in realtà la soluzione è sotto i nostri occhi. Sebbene la raccolta differenziata sia aumentata negli anni, e con essa quindi l’impegno di cittadini ed amministratori locali, così come i costi complessivi di gestione, in realtà a pagare l’80% del costo delle operazioni di gestione siamo tutti noi con la tariffa rifiuti”. Mentre chi ricicla di più dovrebbe essere premiato.

Se l’inchiesta dell’Antitrust e il dossier dei Comuni Virtuosi aprono il vaso di Pandora sui numeri e sul vero costo della gestione dei rifiuti in Italia, è certo che a seconda del ciclo prescelto, se indifferenziato o differenziato, andiamo ad alimentare due filiere completamente diverse. L’immondizia nel cassonetto, in genere è la delega in toto alle amministrazioni per la raccolta, la gestione e lo smaltimento. La raccolta differenziata richiede il coinvolgimento attivo dei cittadini che alimentano così direttamente il flusso per il recupero, il riuso e il riciclo.

Quanto spendiamo in bolletta. Ogni cittadino italiano nel 2014 ha speso mediamente in bolletta 213,95 euro, secondo l’elaborazione del Rapporto Rifiuti Urbani (Ispra 2015). Solo per i contratti di servizio per lo smaltimento le grandi città spendono centinaia di milioni di euro: il comune di Napoli nel 2015 ne ha spesi 232.752.001, Milano ne ha spesi 350.236.714, Parma 34.717.121, Palermo 118.548.431, Roma 796.838.964, come è possibile verificare su SoldiPubblici.it.

Allora, quanto ci costa davvero la gestione dei rifiuti? Analizzando la nostra bolletta e comparandola con quelle di amici e parenti in altre città d’Italia, si potrà facilmente verificare che varia da comune a comune, da regione a regione, come documenta Openbilanci. Variazioni imputabili a una serie infinita di fattori, a partire da quale sia stato il tipo di flusso privilegiato nella gestione dei rifiuti nella propria comunità, da chi è stato incaricato di gestire il servizio, se una società partecipata o un consorzio. E anche dal tipo di tariffazione prescelto dall’amministrazione locale. Temi in cui la mancanza di trasparenza ha attivato le indagini di Anac e Antitrust. Tra i cittadini che più hanno subito le inefficienze del sistema, con per di più forti ricadute ambientali e sanitarie, gli abitanti di Roma, come raccontiamo in Rifiuti d’Italia. Nonostante abbiano differenziato il 37,3% dei rifiuti nel 2014 e la raccolta differenziata abbia toccato il 41,2% nel 2015, hanno pagato ancora la gestione in discarica (destinazione per l’81,6%) e il trattamento meccanico biologico al 18,4%, spendendo 249,92 euro all’anno. Ben il 14% in più della media nazionale secondo quanto rilevato da Ispra.

Pagare per quanto produciamo. Ispra ha dedicato, infatti, due interi capitoli del rapporto Rifiuti Urbani 2015 per analizzare, attraverso i dati raccolti, il censimento annuale sul sistema tariffario, con lo scopo di monitorare il passaggio dal tributo comunale sui rifiuti e sui servizi, la cosiddetta Tari normalizzata, istituita dal primo gennaio 2014, alla tariffazione puntuale detta Pay as You Throw, vale a dire “paghi quanto produci”. “Eppure sono passati quasi vent’anni dal decreto legislativo 22 del 1997 – ricorda a Wired, Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – manca ancora il regolamento attuativo, nel frattempo non è un caso che dei 525 comuni italiani Rifiuti free, ben 255 abbiano adottato volontariamente il sistema di tariffazione puntuale”. E i tempi di approvazione non sono ancora certi come lo stesso Gianluca Galletti ci ha confermato: “Il ministero dell’Ambiente ha redatto lo schema di regolamento e ha avviato l’istruttoria, nell’ambito della quale sono stati ascoltati gli operatori pubblici e privati del settore. Sullo schema è stato chiesto il parere dell’Ispra. Dopo questo passaggio, il testo sarà inviato, come previsto, al ministero dell’Economia per l’acquisizione del parere, e successivamente alla Conferenza Stato-città”.

La tariffa puntuale. Se a Roma si paga di più per un servizio inefficiente, spetta a Parma la palma d’oro per la prima città capoluogo con il record di raccolta differenziata e l’applicazione della tariffa puntuale, già riconosciuta come best practice internazionale. “I cittadini pagano in modo commisurato alla produzione di rifiuti: meno ne producono più risparmiano in bolletta”, conferma a Wired, Gabriele Folli, l’assessore all’ambiente di Parma.

Nel giro di due anni la raccolta differenziata è passata dal 47,8% al 72,75% del 2015. Non solo abbiamo affamato l’inceneritore ma abbiamo abbassato ancora il costo della bolletta per 92mila famiglie [190mila abitanti, ndr] passando dai 188,15 euro pro capite/anno a 182,52 euro nel 2015”.

Rimanendo anche al disotto della media nazionale di 213,95 euro calcolata da Ispra, ricavata da un campione di 1.892 comuni di cui solo 102 a tariffazione puntuale con 171,69 euro/abitante per anno al nord, 233,56 euro/abitante per anno al centro, 164,08 euro/abitante per anno al Sud. Già, come si trova scritto nel rapporto Rifiuti Urbani 2015, “l’aumento della raccolta differenziata nei comuni che hanno introdotto la tariffa puntuale si traduce in una diminuzione dei costi per i cittadini”. Dove c’è tracciabilità e trasparenza si risparmia.

Bruciare rifiuti costa di più, anche con gli incentivi. Se i costi di gestione aumentano in base alla quantità di rifiuti prodotta, il tipo di ciclo scelto e con il numero degli abitanti, è interessante rilevare, anche dalla lettura dei dati Ispra, come il non ricorso all’incenerimento convenga alle famiglie italiane, così come l’aumento della raccolta differenziata e una minore produzione di rifiuti pro capite. Ovvietà? Seppure con un campione limitato a 102 comuni del nord Italia, in Piemonte, quelli analizzati a tariffazione puntuale, dimezzano il costo pro capite nazionale per il servizio rifiuti arrivando a quota 140,33/abitante per anno nel 2014, con una percentuale di raccolta differenziata al 68,6% (e una parte destinata all’incenerimento).

In Friuli Venezia Giulia con l’80,3% differenziata e nessun costo imputabile per l’incenerimento, il costo scende a soli 94,33 euro/abitante per anno. Nel campione di comuni dell’Emilia Romagna esaminato da Ispra, la gestione del ciclo con incenerimento, discariche e la raccolta differenziata al 57% si è rivelato, invece, il più caro in assoluto con 199,27 euro per abitante/anno.

Tutto ciò nonostante, finora, gli impianti di incenerimento a recupero energetico siano ampiamente stati sostenuti economicamente dagli incentivi per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, dal sistema Cip 6 a quello dei certificati verdi e bianchi.

Secondo gli ultimi dati del Gse, solo nel 2015, su 1.063 milioni di euro, ancora il 23% è andato a sostenere la produzione di energia attraverso i rifiuti, pari a 224 milioni di euro. Da segnalare, invece, in controtendenza, l’ultimo decreto del 23 giugno 2016 per la produzione di energia elettrica da impianti a fonti rinnovabili, diversi dal fotovoltaico, entrati in esercizio dal 1° gennaio 2013, che andrà a sostenere gli impianti per il recupero di gas di discarica e biogas proveniente dai rifiuti non differenziati, come lo stesso ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, ha ribadito a Wired. “Tra le rinnovabili incentivate dal decreto, è compresa la frazione biodegradabile dei rifiuti. Il beneficio è riconosciuto se questa è utilizzata per la produzione di energia in nuovi impianti di incenerimento o recupero energetico e fino al limite di potenza complessivo di 50MW, per questo è previsto un impegno annuale di 10 milioni di euro, che corrisponde a circa il 2,5% delle risorse finanziarie destinate con il decreto a tutte le rinnovabili”.

L’Organizzazione mondiale della sanità lo aveva già ribadito due anni fa nelle sue linee guida per migliorare la qualità dell’aria e con un nuova campagna contro il killer invisibile: l’inquinamento atmosferico. Tra le prime tre priorità, dopo una gestione sostenibile dei trasporti, la riduzione delle emissioni di industrie e centrali, l’Oms mette la corretta gestione dei rifiuti. A partire dal controllo e forte limitazione dei gas emessi dalle discariche, inceneritori e roghi tossici. “Ci sono alternative possibili e a basso costo all’incenerimento dei rifiuti solidi – dice l’Oms – quando è inevitabile, allora le tecnologie di combustione devono essere attuate con severi controlli delle emissioni”.

E lo aveva messo nero su bianco il ministero della Salute, insieme allo stesso Istituto superiore di sanità che smentisce se stesso nelle conclusioni del progetto Sorveglianza epidemiologica sullo stato di salute della popolazione residente intorno agli impianti di trattamento rifiuti a partire dall’Emilia Romagna e la Terra dei Fuochi: solo con la raccolta differenziata al 70%, la riduzione del 10% dei rifiuti prodotti, compostaggio e divieto di conferimento in discarica dei rifiuti indifferenziata, vivremmo più a lungo e meglio.

Se nei dati della commissione europea risultano 155, sulla carta, secondo i dati Ispra, sono 172 discariche autorizzate di rifiuti solidi urbani attive. Solo 30 di esse rispettano le norme comunitarie, ricevendo frazione secca e opportunamente trattata, e sono ancora centinaia le situazioni critiche al nord come al sud. E se lo smaltimento in discarica del tal quale è deleterio per salute e ambiente, non si possono assolutamente escludere ricadute sulla qualità della vita per le popolazioni che vivono intorno agli inceneritori.

Tra terre dei fuochi e colline dei veleni. Dalla Terra dei fuochi in Campania, oggetto anche di un decreto di urgenza nel 2014 dove, come recita l’Iss, “l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e alla combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani” è corrisposta l’aumentata mortalità e incidenza di tumori negli adulti e un eccesso di tumori per i bambini. A cui si aggiungono i quasi sei milioni di tonnellate di ecoballe, frutto della passata emergenza rifiuti, a fronte della quale la Commissione europea ha sanzionato la Repubblica italiana, per cui ora è iniziato lo smaltimento verso il Portogallo, e il più grande inceneritore del Sud Italia, quello di Acerra, avviato senza le dovute autorizzazioni ambientali.

Alla Terra dei fuochi del Nord, la provincia di Brescia, dove sono interrati quasi 60 milioni di metri cubi di rifiuti e veleni in discariche autorizzate e fantasma, nel quadrilatero che si estende nell’alta pianura pedemontana tra Iseo, Orzinuovi, Desenzano e Calvisano, e dove è situato l’inceneritore più grande d’Europa che, secondo il piano dello Sblocca Italia, dovrebbe arrivare a bruciare quasi un milione di tonnellate di rifiuti urbani e speciali l’anno.

Alla discarica di Conversano in Puglia, da poco messa sotto sequestro dal giudice per le indagini preliminari. Mentre è in corso il processo di primo grado per disastro ambientale che vede sul banco degli imputati gli amministratori della Lombardi Ecologia, e tra le parti civili il Ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, la città di Bari, nove comuni, Legambiente e Wwf, “il percolato ha intaccato le falde acquifere e ci sono emissioni gassose fuori controllo” racconta a Wired, il testimone oculare Domenico Lestingi, ex operaio che lavorava proprio all’interramento dei rifiuti. Ribellatosi, ha denunciato gli illeciti della gestione dell’azienda, perdendo il lavoro “ma riconquistando la dignità”.

Non è esente la Liguria, in chiaro stato di emergenza, situazione denunciata anche da Marco Grondacci, giurista ambientale spezzino. “Con una raccolta differenziata media al 35,9%, la regione Liguria aveva tentato di prorogare ulteriormente la corretta applicazione della normativa Ue in materia di pretrattamento rifiuti prima del collocamento in discarica, ma è stata condannata un anno fa dalla Corte Costituzionale”.

No a nuove fonti inquinanti nelle aree a poco ricambio atmosferico. “La piana di Terni, così come la pianura padana, quella fiorentina o in quella di Bolzano, è un’area con fortissimi problemi di ricambio atmosferico, con elevate concentrazioni di micropolveri, non possono essere installate nuove sorgenti emissive” raccomanda il direttore di Arpa Umbria, Walter Ganapini, già assessore all’ambiente nella Campania dell’emergenza rifiuti e membro onorario del comitato scientifico dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea). Proprio lo scorso maggio il sindaco di Terni ha emesso un’ordinanza per bloccare l’inceneritore di biomasse che bruciava pulper da cartiera con un tasso di umidità, nichel, arsenico e cromo oltre i limiti consentiti dalla legge, emettendo diossine e furani, come accertato da Usl, tecnici Arpa e Noe. “Se lo Iarc ha classificato l’aria che respiriamo satura di micropolveri come Pm10 e il Pm 2.5 cancerogena occorre ripensare ad una strategia pubblica per migliorare la qualità della vita dei cittadini”. Anche per questo regione Umbria e Arpa hanno espresso parere negativo al piano di Valutazione ambientale strategica del ministro dell’Ambiente che vorrebbe promuovere la costruzione, degli otto previsti, di almeno due inceneritori in centro Italia.

L’innegabile impatto degli inceneritori sulla salute. “Un inceneritore dotato delle migliori tecnologie a oggi disponibili ed esercito al meglio – di nuovo il richiamo alle tecnologie e alla modalità di gestione non è incidentale – emette particolato, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e metalli in misura di molto inferiore agli attuali valori limite di emissione”, scriveva Benedetto Terracini, responsabile del comitato scientifico del rapporto Moniter 2011, Monitoraggio degli inceneritori nel territorio dell’Emilia Romagna.

Proprio il professor Terracini si è trovato, però, a dover affrontare una campagna negazionista sull’impatto sanitario degli impianti di combustione dei rifiuti. Come quella messa in atto dalla Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (Siti) e sostenuta anche da una nota dell’Istituto superiore di sanità, che ha individuato il “termovalorizzatore come ‘strumento adeguato a contrastare’ l’emergenza rifiuti e capace ‘di garantire l’assenza di rischio sanitario per i cittadini che vivono nelle zone limitrofe’”. Affermazioni diffuse all’opinione pubblica, proprio a ridosso del varo del decreto sugli inceneritori in agosto, contenente sette verità scientifiche secondo le quali le discariche inquinano più degli inceneritori. Tacendo i risultati di studi proprio come Moniter, voluto dalla Regione Emilia Romagna, che ha analizzato l’impatto sulla salute dei cittadini emiliani che vivono intorno agli inceneritori. Forzatura che lo ha chiamato in campo.

Pur non entrando nel merito del tipo di impiantistica a minore impatto ambientale, il padre dell’epidemiologia italiana Terracini ci ha ribadito: “C’è stato un travisamento dei risultati scientifici da parte degli igienisti sulle conclusioni di Moniter. Conclusioni che sono state redatte con moltissima attenzione. Come comitato scientifico e gruppo operativo le abbiamo curate parola per parola in perfetto accordo: se i risultati sono stati complessivamente rassicuranti, abbiamo rilevato un’evidenza sulle popolazioni che vivono intorno agli inceneritori dell’Emilia, con l’eccesso di esiti sfavorevoli sulla gravidanza, dall’aumento dei parti pretermine agli aborti spontanei. Risultati pubblicati anche sulle riviste scientifiche internazionali”. Per questo Terracini ha chiesto ufficialmente sia alla Siti che al presidente dell’Istituto superiore di sanità, la smentita di tali dichiarazioni.

Ma quali sono i costi per la collettività in termini anche solo di aumentata ospedalizzazione e peggioramento di qualità della vita? Non ci sono, a oggi, studi di economia sanitaria in Italia su questo argomento che quantificano la perdita di salute pubblica. Quello che sappiamo è che inceneritori di vecchia generazione sono ancora attivi. E quelli di seconda o terza generazione, come Brescia, Torino, Acerra, Parma, oltre che a non essere esenti da incidenti, inchieste, mancate autorizzazioni, hanno dimensioni e capacità da cinque a dieci volte più grandi dei vecchi impianti.“Quindi pur emettendo concentrazioni minori di inquinanti producono volumi maggiori che soprattutto in area urbana e industrializzata si sommano alle altre fonti emissive”, conferma Fabrizio Bianchi dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa.

L’impatto sulla salute dei cittadini. Finora gli studi e le rassegne sul tema inceneritori e salute, come documenta la rivista scientifica Epidemiologia e prevenzione, hanno riportato indicazioni di rilevanza per alcune cause tumorali, per malattie cardiache e respiratorie e per alcuni esiti avversi della riproduzione come la ricorrenza di aborti spontanei. Oggi sono disponibili diversi studi epidemiologici che hanno purtroppo rivelato l’impatto di impianti chiusi tra il 2013 e il 2015, come quello di Vercelli e Tolentino nelle Marche, o ancora attivi come quello di Arezzo e Busto Arsizio, già a partire dalla ricadute delle micropolveri come Pm10, Pm2,5 e dell’ossido di azoto. Lo studio epidemiologico curato dal Dipartimento di epidemiologia e salute ambientale dell’Arpa Piemonte, pubblicato nel 2015, all’indomani della chiusura dell’inceneritore di Vercelli, attivo dall’inizio degli anni ’70, ha accertato il 60% in più di rischio di mortalità in eccesso rispetto alla popolazione non esposta ai fumi dell’inceneritore. Con picchi per il tumore del colon-retto (più 400%) e del polmone (più 180%). Altre cause di mortalità in eccesso riscontrate riguardano la depressione (rischio aumentato dell’80% e più), l’ipertensione (più 190%), le malattie ischemiche del cuore (più 90%) e le bronco pneumopatie cronico-ostruttive negli uomini (più 50%).

Ad Arezzo, un altro studio epidemiologico, che rientra nel progetto di monitoraggio internazionale HIA21 Valutazione partecipata degli impatti sanitari, ambientali e socioeconomici derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani, coordinato dall’Unità di epidemiologia ambientale, dall’Ifc-Cnr di Pisa in collaborazione con l’Asl di Arezzo, ha riscontrato nella coorte di residenti dal 2001 al 2010, grazie alla ricostruzione delle esposizioni ambientali per mezzo di stime di concentrazione del Pm10, eccessi per le malattie cardiovascolari nella classe più esposta del 18%, per le malattie urinarie del 13%. Così come un aumento della mortalità sia per malattie cardiovascolari che per malattie respiratorie acute nelle donne fino al 154% in più dei non esposti.

Nelle Marche, Arpa ha realizzato uno studio di coorte sull’esposizione a inquinamento da Pm10, sulla popolazione residente dell’impianto di incenerimento Cosmari di Tolentino (MC) spento nel 2013. Lo studio ha evidenziato un rischio aumentato di ricovero ospedaliero per tutte le cause (più 15%); rischi aumentati di ricovero per tutte le cause (più 14%). Lo studio ha evidenziato che la popolazione generale esposta a Pm10 tra 0,035-0,075 µg ha un rischio superiore di 2,4 volte di ricovero per le infezioni respiratorie acute, polmonite e influenza rispetto a quella non esposta.

Tra gli ultimi rapporti pubblicati, c’è quello realizzato sugli effetti dell’inceneritore Accam di Busto Arsizio, un impianto per età e tipologia molto simile a quello di Vercelli, con alti livelli di ossido di azoto emessi, la cui chiusura è prevista per il 2017. Lo studio ha identificato i ricoveri per patologie cardiovascolari associati all’esposizione, stimando che circa 60 soggetti sono stati ricoverati almeno una volta per queste patologie nei tre anni di osservazione dello studio, tra il 2012 ed il 2014. Un ricoverato all’anno ogni mille persone con esposizione residenziale a ossidi di azoto superiore a 0,2 µg/m3.

Occorre poi ricordare che è nociva per la salute anche l’esposizione ai gas di fermentazione, come l’acido solfridico, emessi dalle discariche non a norma, prodotti dalla componente umida, non separata dal rifiuto secco, causa accertata di tumori al polmone negli adulti e dell’incremento fino al 10,6% delle infezioni acute alle vie respiratorie dei bambini da zero a 14 anni. Lo dice lo studio del Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio, pubblicato lo scorso maggio sull’International Journal of Epidemiology, che ha analizzato lo stato di salute di 242.409 persone che hanno vissuto vicino a Malagrotta e le altre discariche laziali dal 1 gennaio 1996 al 31 dicembre 2012.

A fronte di tutto ciò, è chiaro che la complessità della gestione dei rifiuti, richiederebbe maggiore trasparenza e accessibilità alle informazioni sia per quanto riguarda le emissioni, le loro ricadute sulla salute dei cittadini, i costi per la collettività e per l’ambiente. Ma anche e soprattutto, rispetto ai flussi dello smaltimento dei rifiuti speciali in Italia e all’estero, che sono 4 volte superiori a quelli urbani, 130,6 milioni di tonnellate provenienti dal circuito industriale e produttivo, a fronte di 30 milioni di tonnellate, ogni anno.

Chi amministra i dati sui rifiuti. “L’articolo 29 del nuovo collegato ambientale introduce delle modifiche all’attività di vigilanza sulla gestione dei rifiuti. In particolare sono stati aboliti gli osservatori rifiuti e le funzioni di vigilanza, con il nuovo articolo 206 bis del Testo Unico dell’ambiente sono trasferite al ministero dell’ambiente ed Ispra”, chiarisce Marco Grondacci, giurista esperto di problemi riguardanti bonifiche e rifiuti. “Mentre le regioni non devono pubblicare solo i piani regionali ma anche il loro stato di attuazione, dalla produzione totale e pro capite dei rifiuti solidi urbani suddivisa per ambito territoriale ottimale, se costituito, ovvero per ogni comune, come dice il nuovo articolo 199 del Testo Unico dell’ambiente”.

Movimentazioni che devono essere eseguite per legge tramite il Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud) che a oggi rimangono, ancora, per lo più inaccessibili all’opinione pubblica. Come emerso dal dossier di Comuni Virtuosi, il passaggio di informazioni tra Anci e Conai non è trasparente. Difficile in questa situazione comprendere la qualità dei dati sulla raccolta differenziata resi recentemente anche in formato aperto da Ispra, oltre le elaborazioni di Openpolis, Legambiente e Comuni Ricicloni. Mentre per il flusso dei rifiuti che va in discarica o agli inceneritori sono disponibili solo dati aggregati. Ai cittadini non resta che chiederli, attraverso richieste di accesso agli atti o sollecitare le amministrazioni alla trasparenza, con l’accesso civico previsto sia dal decreto 33/2013 che dalla legge 97/2016 che entrerà in vigore da dicembre 2016, nonostante l’Italia abbia recepito, già dal 2005, la Convenzione di Ahrus che riconosce il diritto di conoscere le informazioni ambientali.

Eppure basterebbero poche centinaia di migliaia di euro per informatizzare l’intero processo, così come abbiamo fatto in Campania”, ci ha confermato l’ingegnere Carlo Di Domenico, ideatore di MySir, piattaforma web realizzata dalla Microambiente, azienda campana che sta anche alla base dei dati aggiornati in tempo reale www.comuniricicloni.it.

Con le nuove tecnologie possiamo tracciare ogni flusso: un sistema in grado di creare la struttura ora utilizzata dai comuni (MudComuni) e aziende (MudTelematico). Sia per creare i file da inviare alla banca dati regionale, al sistema Anci-Conai, al centro di coordinamento Raee”. Fino a stabilire a che ore si movimenta un mezzo di trasporto, chi è l’autista del camion, a che ora arriverà all’impianto e con quale autorizzazione ha viaggiato”.

Un sistema che diffuso in tutta Italia permetterebbe trasparenza e risparmio.

E che ci porrebbe all’avanguardia rispetto all’Europa”.

Il traffico nazionale e internazionale di rifiuti e le ecomafie. In ogni caso al tempo del web 2.0, non è più possibile fermare il bisogno di conoscenza civico in ogni parte del mondo. L’aumentata sensibilità ambientale aveva portato nei mesi scorsi ventimila cittadini del Marocco a sottoscrivere una petizione su Change.org per impedire che le ecoballe made in Italy venissero bruciate nei cementifici di Casablanca. Rifiuti che ora hanno preso la strada del Portogallo.

Non si esce però dall’emergenza favorendo il traffico transfrontaliero anche dei rifiuti urbani“, ha ribadito Alessandro Bratti, presidente della Commissione sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, alla presentazione del rapporto Ecomafia. Proprio secondo i dati elaborati da Legambiente, le attività organizzate di traffico illecito dei rifiuti sono state oggetto al 31 maggio 2016 di ben 314 inchieste con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende coinvolte in tutte le regioni d’Italia, a cui si aggiungono 35 Stati esteri (14 europei, 7 asiatici, 12 africani e uno dell’America Latina), per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli. Solo nelle ultime 12 inchieste di quest’ultimo anno e mezzo (gennaio 2015-maggio 2016) le tonnellate sequestrate sono state 3,5 milioni, più o meno l’equivalente di 141mila tir.

Succede dappertutto, a Nord come al Sud. Basti pensare all’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e del Nucleo investigativo del Corpo forestale dello stato di Modena che ha rivelato “l’attività organizzata per il traffico di rifiuti, false attestazioni e truffa aggravata ai danni della regione Emilia Romagna”. I cittadini facevano la raccolta differenziata, mentre l’azienda incaricata da Hera, la Akron di Imola, nel 2015 assorbita dalla partecipata, “mediante una sistematica e cosciente violazione della normativa gestiva illecitamente più di 125mila tonnellate di rifiuti urbani e speciali”.

Franco De Roberti, il procuratore nazionale antimafia, lo ha ricordato alla presentazione del rapporto Ecomafia 2016: “Le mafie giocano un ruolo importante sui reati ambientali ma secondo noi sono per lo più reati ascrivibili alla criminalità d’impresa in tema di rifiuti e lesioni all’ambiente”. E proprio dall’analisi dei flussi dei rifiuti illecitamente gestiti emerge che, al contrario che in passato, vanno dal sud verso nord e all’estero. “Il perché lo scopriremo solo analizzando le indagini in corso, certo tra le cause possibili sono la gestione oligopolistica dei rifiuti e lo spostamento di chi ha maturato il know out sullo smaltimento illecito dal Sud Italia al Nord”.

La tracciabilità contro l’illegalità. E che il miglioramento della tracciabilità sia alla base del contrasto delle illegalità ambientali nella filiera dei rifiuti lo hanno ribadito congiuntamente il Corpo forestale dello stato, Legambiente e l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, nelle linee guida del progetto europeo di monitoraggio europeo Civic. Antonio Pergolizzi, responsabile scientifico del progetto è chiaro: “Oltre che estendere tra i paesi membri Ue, il delitto di traffico organizzato di rifiuti (secondo l’art. 260 Dlgs 152/2006), introdurre incentivi alla raccolta differenziata e alla differenziazione all’origine dei rifiuti (urbani e speciali), occorre il miglioramento della tracciabilità, anche facendo ricorso ai più innovativi strumenti tecnologici e di investigazione”. Così come l’adozione di misure fiscali ed economiche per incentivare il recupero di materia, valorizzando al massimo il green public procurement, gli acquisti verdi nella Pubblica amministrazione.

La prevenzione dei rifiuti, la rigenerazione, la riparazione e il riciclaggio possono generare risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro, ossia l’8% del fatturato annuo, riducendo nel contempo l’emissione di gas serra del 2-4%, come stimato dalla Valutazione d’impatto della Commissione europea già nel luglio 2014. Secondo quanto emerso nella terza edizione del Forum Rifiuti, sarebbero invece 199mila, secondo una stima prudenziale, i nuovi posti di lavoro creati in Italia dall’economia circolare, al netto dei posti persi a causa del superamento del modello produttivo precedente.

Sulla gestione rifiuti abbiamo avviato una serie di attività di vigilanza che riguardano varie regioni, nate dagli esposti di cittadini e associazioni. Ne abbiamo una in corso sulla Sicilia, ne abbiamo in Puglia. Poi una serie di vicende che hanno riguardato fatti specifici come il termovalorizzatore di Parma e l’impianto di compostaggio a Salerno”, ci ha confermato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

Anac sta vagliando anche il mancato rispetto delle norme in materia di appalti sulla gestione dei rifiuti. “Abbiamo verificato come la normativa sia carente. Tutto ciò da luogo a fenomeni di opacità nella scelta dei concorrenti – ha sottolineato Cantone – anche se dobbiamo ancora attuare uno specifico monitoraggio in materia di trasparenza”.

Intervento che si renderà necessario, vista la vistosa mancanza di limpidità che affligge tutto il sistema. Se le ecomafie hanno compreso per prime quanto i rifiuti possano essere un vero affare, resta ora a tutte le istituzioni locali, regionali e nazionali, comprendere, come possano diventare, se ben gestiti, una preziosa risorsa per la collettività. Ma per fare, questo davvero, ci vorrà molta trasparenza.

Che fare?

La risposta di Galletti

Buone pratiche