Riconversione. Oggi Si Può.

Riconversione. Oggi si può.

di Laura Greco per A Sud

 

Quando si parla di riconversione si pensa quasi sempre ad interventi che trasformano processi produttivi in senso ecologico. In realtà riconversione oggi vuol dire molte cose. Innanzitutto, come diceva Alexander Langer,  la riconversione ha a che fare con una sorta di conversione, nell’accezione anche spirituale che questo termine evoca.

La conversione  ha a che fare con “il nostro stile di vita, i nostri consumi, il modo in cui lavoriamo, il fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare,  il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente”.

Riguarda pertanto un cambiamento radicale del modello sociale ed economico. Una trasformazione verso un nuovo paradigma fondato sulla giustizia sociale ed ambientale, che supera il concetto di sviluppo sostenibile e coniuga tutti gli aspetti della vita. Solo partendo da queste considerazioni possiamo pensare alla riconversione come l’orizzonte imprescindibile verso il quale proiettare il nostro futuro.

Tuttavia riconvertire il sistema non è cosa semplice. Innanzitutto riconvertire significa pensare a processi produttivi e allo stesso tempo a sistemi di consumo, che se non cambiano di pari passo, difficilmente produrranno il cambiamento che speriamo.

 

IL CONSUMO

Agire sui consumi non significa soltanto cambiare stili di vita a livello individuale. Tutti noi abbiamo abitudini ormai eco-compatibili ma che se non vengono messe a sistema, almeno in una dimensione comunitaria, difficilmente produrranno il cambiamento. Mettere un pannello fotovoltaico, o fare la raccolta differenziata, non cambia il sistema delle cose se ENEL rimane l’unico gestore e l’incenerimento l’unica politica di gestione dei rifiuti. Condividere consumi e  pratiche mettendole in comune (attraverso la costituzione di GAS, la creazione di orti urbani, ecc…) aggregando pertanto la domanda, può modificare sostanzialmente il sistema di produzione dominante.

In questo senso, non solo il pubblico ma l’esercizio comunitario e il mutualismo stanno alla base della riconversione del modello. In questo sono attori fondamentali le reti di economia solidale, che puntano alla territorializzazione delle produzioni e dei consumi, accorciando la distanza tra produttore e consumatore.

 

LA PRODUZIONE

Riconvertire le produzioni ha anche fare con tre aspetti sostanziali, quello economico ed occupazionale, quello ambientale e quello sociale.

 

L’aspetto economico ed occupazionale

Riconvertire non significa come qualcuno soprattutto a Taranto vuole farci credere, chiudere le fabbriche e lasciare a casa i lavoratori. Riconvertire significa definire politiche economiche che rispettino i diritti dei lavoratori, della loro salute e della loro qualità della vita.  Per fare questo bisogna creare le condizioni affinchè modi di produzione insostenibili da un punto di vista ambientale e sociale, improntati su logiche industrialiste e fordiste, siano convertiti in altro, potenziando settori si sviluppo coerenti con le potenzialità di un territorio ad esempio, ragionando su una economia del benessere e non del sacrificio.

Per convertire le produzioni d’altro canto, oltre ad avere chiare le potenzialità di sviluppo economico di una data area e alla compatibilità ambientale delle attività, è necessario avviare processi di riqualificazione professionale in grado di costruire “i nuovi mestieri della riconversione”,  facendoli uscire dalla logica green-economista del greenjob, ma avviando anche forme di recupero di vecchi saperi in grado di ri-immettere nel mercato delle professionalità. Chi ha detto che il calzolaio non serve più? Il falegname? Il fabbro? L’operatore del turismo responsabile? Il contadino?

 

L’aspetto ambientale

Per sfuggire dal pericolo della green economy capitalista e tenere assieme diritti e lavoro, dobbiamo declinare la transizione ecologica in ogni fase della filiera produttiva, tenendo pertanto insieme la riconversione del processo e del prodotto.

Semplificando al massimo, una filiera produttiva generalmente presenta quattro fasi: il consumo, la produzione, la distribuzione, lo smaltimento. Se è vero che un prodotto può considerarsi “ecologicamente sostenibile”, non possiamo sempre dire lo stesso del processo, che in ogni sua fase può presentare gravi contraddizioni ambientali ( in primis l’approvvigionamento della materia prima!).

Per affrontare seriamente la grave crisi ambientale del nostro tempo, si deve innanzitutto affrontare la questione delle de-localizzazioni delle produzioni e la riconversione dell’intero processo di filiera, ponendo dei vincoli alle imprese e controllando la fasi dei processi, senza dover assistere al sacrifico di popolazioni e territori.

Le zone sacrificate alle esternalità negative dei processi di produzione sono veri e propri fenomeno di razzismo ambientale del nostro tempo. Questo avviene de-localizzando nei sud del mondo ma anche vicino a noi. Oggi ad esempio Civitavecchia è una vera e propria zona sacrificata, che a breve probabilmente vedremo esplodere come una nuova Taranto.

 

L’aspetto sociale

Altro tema fondamentale nel ragionamento è l’aspetto sociale, che ha a che fare con la necessità di avviare processi di partecipazione che parlino alla popolazione, costruendo spazi di discussione pubblici in cui definire con tutti gli attori le politiche di sviluppo di un dato territorio.

Oltre a questo, per coniugare davvero alla giustizia sociale quella ambientale, è necessario affrontare il tema della gestione e dell’organizzazione del lavoro, della precarizzazione dei diritti e della democratizzazione dei processi decisionali.

Una riconversione giusta deve tener conto del protagonismo del settore sindacale che deve fare proprio ed elaborare insieme agli altri attori coinvolti, un modello di riconversione possibile.

Una riconversione giusta deve affrontare la questione dell’“occupazione senza padroni”.

Le Officine Zero (Ex RSi) a Roma, oggi sono una dimostrazione di questo. Di come riconvertire non sia un’azione calata dall’alto ma venga dalla necessità di lavoratori, studenti, cittadini, di vedere le ex fabbriche della Vagon Lits divenire altro, continuando a creare occupazione e rispettando gli equilibri ambientali.

Esistono ormai molti esempi di fabbriche recuperate ed iniziative di autogestione in Italia che vanno in questo senso. A tutto ciò è necessario dare dignità e protagonismo in modo da provare a stimolare il processo di un nuovo cooperativismo che può nascere sull’onda di queste esperienze, che partendo dalle suggestioni dell’esperienze argentine, trovi una sua declinazione nazionale e aggiunga la componente ambientale come fattor imprescindibile per lo sviluppo di una economia sana.

Pochi giorni fa un’altra occupazione a Roma, quella degli spazi Ex Cotral sull’Appia, è stata esempio di come un’iniziativa dal basso, portata avanti da associazioni, movimenti, piccole cooperative, abbia delineato un progetto di riconversione sociale ed ambientale, di rigenerazione e riqualificazione urbana che oltre creare occupazione, potrà risolvere un annoso problema della nostra città: quello dei rifiuti e della raccolta differenziata. L’Area infatti vorrebbe essere adibita a Zona di selezione e valorizzazione della frazione secca della raccolta differenziata, sottraendo così alla discarica i rifiuti, recuperando le materie e chiudendo il ciclo.

Poiché green non vuol dire giusto, da un punto di vista ambientale la riconversione dovrebbe misurare il grado di giustizia ambientale e sociale presente tanto nel processo come nel prodotto.

Può essere importante ad esempio l’applicazione di indici ed indicatori ( dell’IGS, ad esempio, INDICE di GIUSTA SOSTENIBILITA’) come misuratore dell’efficacia delle iniziative di riconversione, siano esse di processo o di prodotto. L’IGS misura: la compatibilità ambientale, l’equità sociale e la giustizia inter e intra-generazionale. Indicatori ed indici elaborati dal basso, con l’aiuto di esperti che possono essere strumenti decisivi nella definizione della qualità ed efficacia del processo da mettere in atto.

Tutto ciò può e deve avvenire con urgenza ma attraverso un ragionato percorso di transizione graduale, che non metta a rischio l’occupazione ma, anzi, ne aumenti le opportunità.

Come direbbe sempre Langer, attraverso “utopie concrete” che mettono insieme l’idea della trasformazione radicale alla coerenza e alla concretezza delle situazioni che man mano andiamo ad incontrare.