“Femminismo In Basso A Sinistra”

“Femminismo in basso a sinistra”

zapata femministaLo zapatismo ha incluso dal suo inizio la lotta delle donne per la rivendicazione dei loro diritti, l’enfasi nella loro partecipazione attiva ed il rilievo dato al loro contributo. Mi ricordo quando ho letto il suo primo bollettino, poco prima della sua presentazione pubblica. Era il dicembre del 1993, nell’UNAM.

Camminavo al tramonto lungo una delle strade principali. Nell’oscurità un’ombra mi si avvicina silenziosamente. Mi tende un foglio e nonostante fossi un po’ impaurita da questa vicinanza fisica e silenziosa, tendo la mano e lo raccolgo. Da allora lo tengo riposto gelosamente nel mio archivio: E’ un tesoro storico per me. Nella prima apparizione pubblica del neo-zapatismo le donne femministe erano già presenti. Le due pagine interne del breve bollettino, includevano la legge rivoluzionaria delle donne.

A leggerla allora sono rimasta di stucco. Una guerriglia che si propone la giustizia verso le donne come segno della sua identità primaria?
Un movimento indigeno che esigeva ciò che noi chiedevamo da anni alle orecchie sorde della società e delle istituzioni?
Lo zapatismo è oggi la risposta più definitiva, la proposta più completa alle lotte mondiali di resistenza. Resistenza e lotta contro le ambizioni che stanno esaurendo il pianeta. Quelli che lo negano e lo rinegano, sono quelli che non hanno mai capito a fondo le sue proposte radicali verso un’altra forma di fare politica, un’altra maniera di governare, un’altro modo di vivere, dove le donne hanno diritto alla stessa dignità e rispetto degli uomini.
E’ un’altra maniera di concretizzare e risolvere le carenze e i desideri di tutti i depredati, e tra questi i popoli indigeni. Senza lo zapatismo vivo e propositivo la nostra speranza svanirebbe, e forse soprattutto la mia come donna e come messicana.
Da tempo gli zapatisti, attraverso il loro portavoce, denunciavano la mancanza di organizzazione nella lotta femminile.
La voce di una comandante, durante il foro alternativo della OMC a Cancun nel 2003, lo esprimeva così:

“Sorelle donne indigene e contadine, vi vogliamo dire che dobbiamo organizzarci per lottare contro il neoliberismo che ci umilia, che ci sfrutta, che ci vuol fare scomparire in quanto indigene…e in quanto donne”. Il suo grido svegliava la coscienza di tutte noi. Bisogna lottare a fianco degli uomini per la creazione di un altro mondo che certamente è possibile. La comandante ha proseguito con una impressionante lucidità, caratterizzata da una sintassi “tzotzil”:
“Vogliamo anche dire agli uomini di rispettare i nostri diritti di donne…ma non lo chiediamo come favore. Obbligheremo gli uomini a rispettarci”. Alla forza e alla tenacia si è poi aggiunto un velo di tristezza quando ha detto: “perché molte volte le violenze che ricevono le donne non sono solo del ricco sfruttatore. Le provocano anche gli uomini poveri come noi…i nostri mariti, i nostri fratelli e figli, i nostri compagni di lotta, quelli che lavorano e che collaborano con noi”. (“Messaggio della Comandante Esther alla Mobilitazione”, La Jornada, Mercoledì 10 Settembre 2003)

Lo zapatismo è una proposta innovatrice, una promessa che si sta compiendo totalmente, una forza che ammette tra i suoi ranghi le tante lotte per la giustizia dei nullatenenti che si mobilizzano oggi nel mondo. La conseguenza è l’unione, nella lotta per la dignità, il rispetto e la giustizia, tra le rivendicazioni dei popoli indigeni e quelle femministe del nostro grande movimento intergalattico delle donne.
Le e gli zapatisti lo stanno ottenendo ed il loro movimento è quello che da maggiori speranze per le femministe che sono in basso a sinistra.

La partecipazione delle donne è imprescindibile a livello mondiale nella costruzione di un nuovo mondo…dove entrino tutti i mondi. Ma la partecipazione ha l’obbligo di ampliarsi, per includerci in tutti i livelli organizzativi e decisionali.

Le donne zapatiste ci hanno dato il loro esempio con i loro contributi e le loro proposte nelle pratiche quotidiane e della gestione politica. Cito la Comandante Hortensia:
“Vogliamo dire che noi donne indigene zapatiste stiamo cercando di partecipare a tutti i livelli di lotta, stiamo cercando di alzarci e di svegliarci dai nostri dolori e dalla nostra morte, perché noi donne siamo quelle che più abbiamo sofferto le grandi ingiustizie dell’umiliazione, perché noi donne siamo quelle che meno opportunità abbiamo avuto per vivere dignitosamente, non abbiamo avuto mai diritto a nessun tipo di assistenza”.
(Cronicas intergalacticas EZLN, Planeta Tierra, Messico, 1996, p. 19)
Tutto ciò si potrebbe espimere attraverso termini complessi e accademici. Ma preferisco lasciare la parola alle mie lucide colleghe zapatiste. Le loro parole semplici e allo stesso tempo profonde ce lo spiegano. Le donne soffrono in maniera diversa dagli uomini le loro stesse condizioni. La povertà, l’umiliazione, l’abuso e la disciminazione per il fatto di essere indigeni, in questo regime patriarcale, toccano maggiormente le donne. Semplicemente perché siamo donne biologicamente e nulla più. Non ho l’intenzione di gettarmi in teorie femministe complesse che sistematizzano queste differenze. Qui non centrano. Non c’è posto per loro qui, la compagna zapatista lo ha espresso con lucidezza. Lo esprime anche come portavoce di tutto il movimento. Non è la sua voce individuale come donna zapatista, ma quella di una comandante che esprime la collettività zapatista.
(Parole di benvenuto del comando generale del EZLN nella voce della comandante Hortensia, 1996)Per questo sono innamorata dello zapatismo. Per la ricerca permanente di una partecipazione, del rispetto e della dignità delle donne. E anche perché include nelle sue posizioni e richieste il rispetto ed il recupero delle configurazioni indigene mesoamericane. Configurazioni ancestrali ma anche contemporanee, che possono esserci molto utili per ispirarci a forgiare questo nuovo mondo che desideriamo. Queste sono alcune delle riflessioni che ci hanno unito ad Andres Aubry.

Il rispetto ed il recupero selettivo delle configurazioni ancestrali indigene -come le decisioni ottenute attraverso il consenso o la concettualizzazione del dualismo maschio/femmina (tra le altre)- ed il desiderio di credere e creare una società non sessista, non sono due progetti diversi, non sono posizionati gerarchicamente: A seconda di come si intendono, sono due progetti interconnessi dove- appellandoci alla teoria della “posizionalità sistematizzata” dall’afroamericana Bell Hooks- uno non prevarica l’altro. Non causa distrazione appoggiare uno rispetto all’altro, (del resto Wallerstain ci dice che succedeva già nella storia dei movimenti sociali prima del ’68). Sono interconnesse, importanti in egual misura. Camminare alla pari, camminare parallelamente, usando una metafora preferita dalle zapatiste per definire la loro relazione ideale con gli uomini.
Questo mio amore per le proposte zapatiste, è un amore e un’ammirazione che attraversa epoche e non solo anni, e si costruisce con la tolleranza all’incompiuto, alle intenzioni fallite, alla buona volontà di correggere gli sbagli. “Manca ciò che manca”. E qui che albergano le speranze che le spinte delle zapatiste, per loro stesse e senza la tutela del femminismo egemonico, compiano i propri diritti ed allo stesso tempo quelli di tutte le donne organizzate. Per questo e per le loro conquiste, sono il nostro esempio.

I movimenti delle donne-in basso a sinistra-mondiali

Il movimento delle donne del secolo XXI, sembra aver preso la rotta dell’appropriazione della cittadinanza piena, costituendosi come soggetto del futuro. Esperienza, visioni e proposte di chi ha in comune la decisione di lottare contro il neoliberismo (“sistema mondo” come direbbe Wallerstein) e forgiare l’utopia di un mondo diverso. Siamo in un processo di rottura con l’autoreferenza e di captazione di confluenze ed articolazioni innovatrici. In questo senso, la diversità ed il prluralismo espresso dalle donne, spesso nel Foro Sociale Mondiale, sono un contributo per espandere le prospettive e far si che l’agenda comune sia alla fine realizzabile.
Le donne delle basi del popolo del mondo hanno dato contributi molto significativi alle lotte anti-sistematiche. Basti ricordare i collettivi femminili nei paesi come l’India, dove ci sono centinaia di gruppi organizzati, Bangladesh, Turchia, Iran, Filippine, Brasile, Ecuador e molti altri paesi (con i quali io ho avuto il privilegio di collaborare). Si sdoppiano e moltiplicano, cambiando la faccia dei movimenti antisistematici. Cercano dalle loro località la costruzione di un nuovo sistema, di un nuovo mondo. Stanno generando un processo di ri-concettualizzazione, dove la loro partecipazione non sia considerata marginale ma essenziale. Concettualizzazioni e pratiche che hanno a che vedere con lo sviluppo di una nuova analisi alle problematiche che colpiscono le collettività umane, come la militarizzazione, il mercantilismo, le discriminazioni di varia natura, le migrazioni forzate e “scelte”. All’ordine del giorno ci sono le congiunture tra la critica al neo-liberismo ed al patriarcato. A partire da questa concezione si sono proposte nuove attività e strategie come quelle di raggiungere alleanze con gli altri movimenti e di abbracciare altre problematiche. Sono un contributo per espandere le prospettive- e non per sostituirne altre- e far si che l’agenda comune sia finalmente realizzabile.
Come tutti i desideri di cambiamento, i contenuti di queste riflessioni esprimono anche una visione critica di certe contraddizioni ed usanze patriarcali che non riescono a scomparire. Specialmente quella di etichettare le questioni di genere come un fatto tipico femminile, considerandolo, molte volte, secondario, mentre il movimento delle donne si sta affannando a pensare e proporre alternative che riguardino tutti, producendo analisi e proposte di ordine integrale.

 

Vari movimenti, reti, organizzazioni, hanno rafforzato spazi di dibattito ed interscambio con proposte pratiche e strategiche. Sono le energie di cambiamento che caratterizzano le lotte sociali contemporanee. Basti riferirsi qui solamente ad alcuni movimenti e reti internazionali -in basso a sinistra- come la Marcia Mondiale delle Donne, La Rete delle Donne Trasformando l’Economia, l’Alleanza Continentale delle Donne Indigene, che cercano di stabilire assi trasversali.

Il concetto di genere, creato dalle femministe nel secolo passato, è legato alla messa in evidenza delle relazioni di dominio e di disuguaglianza strutturale tra i sessi- indipendentemente da come il corpo ed il sesso siano percepiti e definiti nei diversi universi culturali. Queste manifestazioni di dominazione raggiungono tutte le sfere della vita sociale, politica e quotidiana in maniera tale che la loro presenza fa parte dei compromessi etici imprescindibili delle società (basti ricordare gli orrori patiti dalle donne-per questioni sessuali- ad Atenco, nella Appo di Oaxaca, ed in occasione di altri fatti terribili a seguito dei quali il Sub nel suo “Donne: Istruzioni per il montaggio?” Esprime solidarietà come porta voce dell’EZLN) e anche dei movimenti impegnati nella creazione di alternative. Per questo, lo zapatismo, saggiamente, è merso incorporando questo compromesso etico.

Riconosciamo che- non solamente in Messico ma a livello mondiale- la presenza delle donne indigene nelle file del EZ ha legittimato la partecipazione politica e attiva femminile. Ci ha aiutato, senza essercelo programmato, a recuperare e a riaffermare un senso politico ampio delle lotte femministe. Ha fatto fare un balzo in avanti a molte organizzazioni nella lotta contro il sistema mondo. Ci ha aiutato- come collettivo femminile- a scioglierci dal femminismo che vede solo la subordinazione in relazione agli uomini e lascia di lato le molte subordinazioni quotidiane e violente che ci impone il capitalismo barbaro e selvaggio, che distrugge non solo il pianeta ma tutte le possibilità di sopravvivenza umana in armonia e giustizia. In basso a sinistra c’è il cuore, in basso a sinistra ci sono le donne…

Sylvia Marcos
San Cristóbal de las Casas Chiapas
Foro con la Otra Campania EZLN
Diciembre 13, 2007

 

Post Scriptum ( nello stile di Durito)

 

Speriamo di non essere solamente noi a riconoscere questi contributi ma che tutti i sociologi acquisiscano una visione di genere nelle loro analisi e non mantengano nascosta la nostra partecipazione particolare e differenziata. E’ importante che inizino a considerare che la metà del mondo- quello costituito dalle donne- sopporta le barbarie del sistema in maniera acutizzata, differenziata ed allo stesso tempo somigliante. E che riconoscano i contributi delle nostre lotte.

Sylvia Marcos è una sociologa che dagli anni 60 si colloca nell’ambito dell’antipsichiatria e delle posizioni psichiatriche antisituzionali. Insieme a Ronald Laing, David Cooper, Franco Basaglia, Thomaz Zazz e Carlos Monsiváis ha promosso un gruppo denominato Rete Alternativa alla Psichiatria in America Latina.