Processo Polo Chimico, Solvay Torna A Puntare Il Dito Contro Ausimont E Gli Enti

Processo polo chimico, Solvay torna a puntare il dito contro Ausimont e gli enti

sentenza[di Irene Navaro su Alessandria News]

 

L’avvocato Bolognesi (difesa Carimati, Solvay) punta il dito contro Ausimont e gli enti: “Solvay non era a conoscenza dello stato di inquinamento delle falde, tenuto nascosto da Ausimont con un piano di caratterizzazione basato su un modello concettuale errato”. Torna la teoria del complotto contro la società belga: “tenere nascosta la verità ha fatto comodo a molti”

 

 

ALESSANDRIA – Solvay, imputata insieme ad Ausimont nel processo che si sta svolgendo davanti alla Corte d’Assise di Alessandria per avvelenamento delle acque e omessa bonifica, non era a conoscenza dello stato di inquinamento della falda.  C’era chi, secondo il difensore di Giorgio Carimati,responsabile della funzione di controllo ambientale per il gruppo, avvocato Dario Bolognesi, invece, lo sapeva ed ha taciuto. Insomma, dopo l’avvocato Santa Maria, anche il collega Bolognesi torna sulla “teoria del complotto” contro Solvay, che acquisì il sito nel 2002, ordito da Ausimont, dalla società di consulenza ambientale Enser con la “complicità” degli enti. Solvay, e Carimati, in particolare, sarebbero stati, secondo la difesa, il capro espiatorio per un inquinamento prodotto nei decenni precedenti da altri.
 

Bolognesi definisce, in apertura dell’arringa, la posizione del suo assistito, Giorgio Carimati, responsabile tecnico ambiente e sicurezza per il gruppo Solvay. “Aveva un ruolo di indirizzo, ma non una responsabilità decisionale funzionale sui singoli stabilimenti”, dice.  Fu Carimati, però, ad insistere per la sostituzione della società di consulenza Enser con Acquale ed Enviror. Fu Ausimont, secondo Bolognesi, a consegnare una fotografia dello stato di inquinamento del sito di Spinetta non veritiera, nel 2001, basata su un modello idrogeologico errato, (la separazione tra la falda superficiale e quella profonda) e fu invece Solvay a mettere in dubbio quel modello nel 2004 affidando una nuova consulenza. Sempre secondo la difesa, “Solvay chiese più volte di poter avviare la bonifica di emergenza, ma parlare di emergenza non andava bene, perchè avrebbe significato ammettere la responsabilità di chi già sapeva”.
 

In conferenza dei servizi Solvay propose la realizzazione di una barriera idraulica che fu realizzata nel 2007, ma si rilevò insufficiente a “ripulire” l’acqua contaminata. “Se ce la avessero fatta fare prima, avremmo guadagnato due anni di tempo”, dice. “Insussistente”, quindi, l’accusa di inquinamento doloso, ancorché dolo eventuale, ossia il perseguimento di un comportamento accettando il rischio dello stesso. “Infondato” l’impianto accusatorio del pubblico ministero Riccardo Ghio che” non ha dimostrato quando si sarebbe consumato il reato nel periodo contestato, tra il 2002 e il 2008.

 
Dal 2002 non si è verificato alcun avvelenamento di acque destinate al consumo umano e nemmeno una estensione della contaminazione, la quale risale al secolo scorso. Gli effetti dell’alto piezometrico sono rimasti contenuti all’interno dell’area dello stabilimento. I fatti dimostrano che Solvay si è impegnata ad impedire l’estensione della contaminazione storica preesistente e che, contrariamente a quanto affermato dal Pubblico Ministero, ha tenuto negli anni un comportamento caratterizzato da linearità e correttezza ed è l’unica ad averlo fatto, dice ancora l’avvocato della difesa Bolognesi.
 

L’avvocato ricostruisce la vicenda, dal suo punto di vista: “Solvay dal 2004, grazie a complesse e costose indagini, acquisisce progressivamente la conoscenza delle reali problematiche ambientali del sito, taciute nel piano della caratterizzazione del 2001, e comunica alla conferenza dei servizi tutti gli elementi conoscitivi rilevanti e certi via via acquisiti. Al contempo la società effettua interventi concreti e costosi finalizzati ad impedire l’estensione di una contaminazione risalente al passato e propone di effettuare una messa in sicurezza che è stata attuata con anni di ritardo non certo a causa di Solvay; a partire dal 2004, Solvay si impegna nelle difficili attività volte all’individuazione delle perdite della rete idrica industriale che si dipana interrata per oltre 50 chilometri, al fine di pervenire all’eliminazione dell’alto piezometrico; perdite causate dallecarenze della manutenzione risalenti al passato; infine Solvay svolge ulteriori indagini che conducono ad accertare l’erroneità del Modello Concettuale su cui si basava il Piano della Caratterizzazione del 2001, che affermava la separazione della falda superficiale da quella profonda e la scarsa portata della prima: l’esito di tali attività ha condotto a formulare il nuovo modello concettuale che sta alla base degli ulteriori interventi di bonifica attuati negli anni successivi”. Quindi, sostiene Dario Bolognesi, il fatto non sussiste e comunque non è attribuibile a dolo o negligenze del suo assistito Giorgio Carimati.
 
Con la prossima udienza, lunedì 1 dicembre, si dovrebbero concludere le arringhe degli avvocati della difesa. Poi toccherà agli avvocati dei responsabili civili (Ausimont e Solvay), quindi le repliche dell’accusa.

 

 

*Articolo pubblicato su alessandrianews.it, titolo originale: “Processo polo chimico, Solvay torna a puntare il dito contro Ausimont e gli enti”, 25 novembre 2014
 
 

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