Porto Alegre Dieci Anni Dopo

Porto Alegre dieci anni dopo

Giuseppe De Marzo A Sud [pubblicato su Carta.org il 15 Gennaio 2010] Sono passati dieci anni dal primo forum sociale mondiale svoltosi a Porto Alegre. Iniziò così, un po’ in sordina, il lavoro di costruzione di un altro mondo possibile. Pochi gli “addetti” ai lavori che credevano fosse possibile stimolare un processo di trasformazione sociale e politico a partire da un luogo privo di “potere” e di organi “direzionali”, tipici delle forme classiche della politica.

Come al solito hanno avuto torto gli addetti ai lavori e gli strateghi della politica “seria”, come dicono loro. Noi non abbiamo vinto, ma di certo avevamo ragione ed il processo avviato con il forum sociale mondiale si è dimostrato la più grande novità politica dalla caduta del muro in poi. Chi annunciava la fine della storia si sbagliava, e di molto. Il peccato originale si chiama crisi.

Il fallimento del modello unico è stato allargato e sostenuto proprio dai processi generati attraverso la costruzione di reti e iniziative spinte e portate avanti attraverso i forum sociali mondiali. Molti dei nuovi governi progressisti latinoamericani sono nati a partire dalle riflessioni che emergevano nei forum. La “narrazione” di un’altra politica ha ispirato e guidato l’azione di trasformazione di questi nuovi governi, sino ad entrare in alcuni casi nelle pagine del nuovo contratto sociale, come nel caso boliviano ed ecuadoriano.

Il Forum Sociale Mondiale ha messo al centro della sua agenda la necessità per tutti e tutte di cambiare radicalmente le fondamenta dell’idea della modernità e del progresso introiettati dalla stessa sinistra internazionale. Una gigantesca opera di ridefinizione di confini e di costruzione di linguaggi, declinati in un vocabolario polifonico e policromatico. Una democrazia deliberativa opposta ad una “democradura” sempre più asfissiante nelle forme ed ingiusta nella sostanza.

Non abbiamo vinto, dicevo, ma avevamo ed abbiamo sicuramente la ragione dal nostro lato, sia essa misurata dalla scienza o dal buon senso.. In questi ultimi due mesi la ragione è diventata assordante, di fronte ai fallimenti roboanti della governane globale riunita in chiese diverse, impegnate a recitare un mantra ormai privo del potere della seduzione. Mi riferisco al vertice sulla crisi alimentare della FAO, a quello dell’OMC, all’incontro Cina Usa ed infine a quello di Copenaghen sul clima.

Davanti alle crisi strutturali nelle quali siamo immersi tutti e tutte, è difficile abboccare a promesse di crescita e benessere. Disoccupazione, crisi ecologica, riduzione dei diritti ed imbarbarimento sociale sono il vero volto delle promesse mancate di questi ultimi due decenni.

L’ultimo fallimento, quello di Copenaghen, è sicuramente il più imbarazzante. Come se nel fortino che pensavamo inespugnabile, scoprissimo che i padroni non solo sono scappati con la cassa ma hanno anche deciso di minare il perimetro e dare fuoco alla casa nel tentativo di disperdere le tracce.

Dinanzi al mutismo autismo della politica, verificata ormai la lucida “astensione dalla vita” delle forze della sinistra europea, non ci rimane altro che “ritornare” a noi stessi, ricordandoci quanto utili ed efficaci possano essere le nostre stesse idee. Per questo insieme a reti sociali, comunità, sindacati ed organizzazioni impegnate in questo percorso di cambiamento, il 27 gennaio prossimo a Porto Alegre non celebreremo solo i dieci anni dal primo forum mondiale sociale tenutosi in Brasile ma proveremo a ragionare su come riusciamo ad affrontare la crisi ecologica costruendo maggiore partecipazione, interdipendenza e mutualismo tra le esperienze non solo di lotta ma di sviluppo della democrazia che già esistono a livello globale.

Sarà un momento importante perché il tempo è finito. La nostra generazione è la prima a convivere con il “futuro” il proprio presente. Ma se da un lato sappiamo che non ci saranno tempi supplementari ne risse per distribuire colpe altrui, dalla nostra abbiamo passione e ideali (ingredienti ritenuti da molti ormai scomparsi); così come abbiamo nel nostro campo diverse vittorie parziali ottenute con il potere della gente e con un’idea ampia della democrazia, che si sostenta di una proposta politica fondata sul “buen vivir” e sul necessario ed ineludibile diritto alla felicità. È perché ancora sappiamo percepirlo, il diritto alla felicità, che non siamo sconfitti nel nostro immaginario e possiamo pensare di ricostruire questo mondo.

Se così non fosse opteremmo, come molti, per una dignitosa e lenta agonia, magari con potenti antidolorifici così da ignorare il dolore. Invece chi il dolore è ancora in grado di sentirlo su di se come sugli altri, è in grado anche di immaginare e costruire un mondo diverso ed un diritto alla felicità.

Una democrazia della terra capace di salvare tutto il pianeta e non una sua parte può garantire la vita e la riproduzione delle condizione della vita, dentro una relazione altra con tutti i viventi e fuori dallo schema unidirezionale della crescita e del progresso così come l’abbiamo sinora conosciuto.

Di questo e di come continuare ad annodare i fili, costruendo i nessi discuteremo il prossimo 27 gennaio, evitando di farci dettare l’agenda da chi il mondo e la vita li mandano in fiamme. Non è da loro, né da chi ha sparso la malattia, che potranno venire ricette o suggerimenti. Anche per questo la discussione di Porto Alegre sarà importante, cercando di stabilire un’agenda comune di azione sul piano globale per salvare ciò che non è nostro ma che abbiamo il dovere di amministrare: il Pianeta Terra.

 

Giuseppe De Marzo

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