Perù: Crisi E Cambiamento Climatico Opportunità Di Sviluppo Per Amazzonia

Perù: crisi e cambiamento climatico opportunità di sviluppo per Amazzonia

cambioclimaSecondo il Premio Nobel per l’Economia 2008, lo statunitense Paul Krugman, la recessione mondiale ha assunto una dimensione storica comparabile solo alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e significherà una svolta epocale nella storia dell’umanità. Questa crisi e quella causata dal cambio climatico, evento che gli scienziati in accordo tra loro segnalano come quello che segnerà il destino dell’uomo sul pianeta Terra, rappresentano per il Paese, e in particolare per l’Amazzonia Peruviana, avvenimenti di grave impatto, le cui implicazioni stanno sì comportando sfide, ma anche l’opportunità di costruire un modello di sviluppo umano e, pertanto, sostenibile.

Il Perù è sempre stato uno dei Paesi delle opportunità mancate. Quando c’è stato il boom economico del guano, tra il 1849 ed il 1873, eravamo diventati una potenza economica. Il fisco era arrivato ad accumulare più di cento milioni di sterline (GBP). Subito dopo abbiamo avuto il caucciù e la farina di pesce, che hanno garantito al Paese altri periodi di ricchezza.

In effetti, nel periodo che va dalla fine del XIX alla prima decade del XX secolo, la maggiore esportazione peruviana era il caucciù, estratto nei boschi amazzonici per mano di operai, principalmente indigeni, che lavoravano in uno stato di semi-schiavitù. Uno Stato debole e quasi sempre assente ed un modello economico basato sull’estrazione, che non ha mai puntato al medio e al lungo termine, hanno portato alla dilapidazione delle ingenti risorse generate dal mercato del caucciù, mediante l’importazione di beni di lusso.

Né lo stato né gli estrattori hanno mai proposto un progetto di diversificazione della produzione o di lavorazione industriale delle materie prime, durante il periodo delle ‘vacche grasse’.

A causa di questa tendenza ereditaria a basarsi su progetti a breve termine, a causa di questa mancanza di attitudine a prevedere e guardare al futuro, quando gli inglesi, in vista della Prima Guerra Mondiale nel 1914, misero sul mercato mondiale più di quattordici milioni di tonnellate di caucciù prodotto nelle colonie dell’Asia con semi rubati nell’Amazzonia, in piantagioni  che sfruttavano mano d’opera a basso costo, e di conseguenza ad un prezzo inferiore, l’attività di mono-esportazione è collassata e l’Amazzonia sudamericana, principalmente Brasile e Perù, è sprofondata in una crisi che si è prolungata per decadi.

La crisi economica mondiale e il cambio climatico stanno avendo un forte impatto sull’Amazzonia al giorno d’oggi. I mercati che acquistano le nostre principali materie prime, in particolare legno, castagna e altri prodotti non lavorati hanno diminuito, se non semplicemente cancellato, le importazioni. L’effetto conseguente è un incremento della disoccupazione in una regione dove gli indicatori socio-economici di popolazione, povertà, denutrizione ed erosione degli ecosistemi naturali sono in perpetua crescita.

Nonostante ciò l’economia peruviana è cresciuta nell’ultimo quinquennio. Con indici che oscillano tra l’8 e il 9%, tra i più alti dell’America Latina, grazie alla domanda, principalmente di minerali, di Stati Uniti, Europa e delle economie emergenti come la Cina e l’India.

Nell’Amazzonia Peruviana fino ad un anno fa il pie tablar (unità di misurazione del volume utilizzato in Nord America per il legname) del mogano, “l’oro rosso dell’Amazzonia”, si pagava 10 soles.  Altre specie come il cedro e la legna dura avevano buon prezzo e domanda estera. Sotto l’impulso della domanda e dell’offerta a buon mercato è aumentata l’attività estrattiva rivolta al mercato nazionale e all’esportazione, provocando l’incremento dei disboscamenti illegali. Il 90% della legna per il consumo nazionale e l’esportazione proviene da aree non autorizzate.

Ancora una volta, come era accaduto per il ciclo del caucciù, lo Stato assente non ha contribuito tecnicamente né economicamente alla costruzione di un sistema forestale sostenibile e moderno basato sulle concessioni forestali. In più alcuni estrattori, al fine di trarre il massimo profitto da questa “gallina dalle uova d’oro” del bosco, non solo non hanno convertito parte dei guadagni nella strutturazione di un processo con cui si iniziasse a praticare la lavorazione della legna per ottenere valore aggiunto, ma hanno perfino eluso, con pratiche irregolari, i precari sistemi di controllo e supervisione del bosco, spesso sfruttando la complicità del proprio Stato. Per questo motivo, ora che in seguito alle condizioni imposte dal TLC in accordo con gli Stati Uniti si impongono sistemi di controllo più rigorosi, con pene carcerarie per chi commette delitto ambientale, la rete di illegalità montata nelle ultime decadi si sgretola, facendo collassare le imprese e lasciando nella disoccupazione migliaia di tagliaboschi, legali e illegali.

É necessario prendere coscienza di queste lezioni impartiteci dalla storia nel contesto della crisi attuale, che, in modo radicale e profondo, ci obbliga a riformulare e riprogettare le nostre visioni, percezioni, schemi e filosofie nei riguardi del presente e del futuro dell’Amazzonia.

Le leggi formulate e approvate dall’implementazione del TLC in accordo con gli  Stati Uniti, soprattutto la legge 29316 inerente le patenti genetiche e la legge 29317 che regola lo sfruttamento dei boschi amazzonici, apportano profondi cambiamenti nell’approccio alla mega-diversità amazzonica e a conoscenze e saperi dei popoli indigeni.

Prima della crisi si credeva di poter contare sull’utilizzo degli idrocarburi come una delle maggiori fonti per lo sviluppo dell’Amazzonia. Fino ad oggi sono stati lottizzati da una decina di imprese più di cinquecentomila chilometri di territorio amazzonico peruviano. Molti di questi lotti erano stati sigillati negli anni settanta del secolo passato, quando il prezzo del petrolio si quotava in dieci dollari al barile. A questo prezzo il petrolio amazzonico non aveva valore commerciale perché è un petrolio pesante la cui raffinazione implica costi addizionali.

Con il prezzo attuale del barile di petrolio, che oscilla tra i 44 e i 45 dollari, il petrolio amazzonico rischia di perdere di nuovo il proprio valore commerciale. A questo bisogna aggiungere la pressioni internazionali sempre maggiori, perché si sostituisca il combustibile fossile con energie alternative, a causa degli effetti che sta avendo sul cambio climatico e del suo prevedibile esaurimento. E non è tutto; l’utilizzo di petrolio e gas nella conca amazzonica ha un impatto irreversibile sugli ecosistemi tropicali ed è la causa di una delle peggiori contaminazioni di fiumi, laghi e ruscelli, e costituisce un grave rischio per quella che sarà l’offerta di acqua potabile nel secolo XXI.

Come alternativa all’uso dell’energia fossile, causa delle maggiori emissioni di gas che contribuiscono alla formazione del cosiddetto effetto serra, è stata avanzata la proposta di sostituire i biocombustibili, e molti hanno visto nell’Amazzonia la terra ideale per lo sviluppo di questa attività. La politica di apertura delle terre dell’Amazzonia mira principalmente alla produzione di biocombustibili.

Tuttavia, studi effettuati da esperti delle Nazioni Unite riportano che se anche si riuscisse ad ottenere una massima produzione di biocombustibili, cosa che comporterebbe l’occupazione ed il disboscamento di milioni di ettari di bosco tropicale ed il consumo di ingenti risorse di acqua, ogni giorno più scarse, si potrebbero sostituire solo il 4% degli ottantacinque milioni di barili di petrolio consumati quotidianamente nel 2008. Inoltre la promozione di biocombustibili è stata una delle cause dell’inflazione mondiale sui prezzi dei prodotti alimentari. I seimila miliardi di dollari che l’Amministrazione Bush ha stanziato per i produttori di biocombustibili, hanno provocato un’ingente diminuzione sul mercato degli alimentari di mais, riso e semi oleosi.

Nel nuovo scenario, in nome della concezione tradizionale di “maderizar” il bosco (e cioè che il bosco sia sfruttato solo come produttore di legna), il piano di sfruttamento delle terre tropicali per l’agricoltura precaria e migratoria  deve essere riformulato, e le grandi monocolture adibite alla produzione di beni di lusso e biodiesel sottoposte ad una approfondita analisi. La nozione e la concezione dell’“aprovechamento en pie” nasce come una nuova visione del bosco e della natura, una concezione sostenibile, redditizia, sociale e in accordo con la necessità di conservare la vita sopra la Terra. Tra il 1821 ed il 1990 sono state emesse diciottomila leggi per lo sviluppo dell’Amazzonia; norme contraddittorie ed al servizio del centralismo. Leggi che mai avrebbero potuto fare di questo Stato storicamente assente che abbiamo in Amazzonia, uno Stato promotore dello sviluppo, moderno, che consolidi un patto sociale che renda possibile la risoluzione dei grandi problemi che oggi sono presenti in Amazzonia.

La recessione mondiale e il cambio climatico hanno convertito l’Amazzonia, dove le risorse vitali sono l’acqua, l’energia, gli alimenti ed i boschi, e che da sempre si occupa di fornire ossigeno e altri servizi fondamentali per la stabilità ecologica del pianeta, in uno dei maggiori territori strategici dell’economia globale. Come nei secoli XVI, XVII e XVIII, l’Amazzonia torna ad essere l’utopia. É necessario, però, che ci si impegni a sfruttare questa ricchezza rinnovabile in maniera sostenibile, con gli strumenti messi a disposizione da scienza e tecnologia, i valori della cultura, l’educazione. Basandosi sulle conoscenze e sull’oscuro sapere indigeno, e sulle straordinarie capacità di adattamento del popolo amazzonico alle radicali trasformazioni che il riscaldamento globale sta provocando sulla Terra.

Si apre, inoltre, un’opportunità storica per l’elaborazione, promulgazione ed attuazione di una Legge Quadro di Sviluppo Sostenibile, che dia all’Amazzonia una visione del futuro e renda possibile la conversione nella FONTE DI REDDITO STRATEGICA DEL PERÙ NEL XXI SECOLO.

 

di Róger Rumrrill
www.ecoportal.net

 

Traduzione di Enrico Poli