Perù: Sciopero Nazionale E Rimpasto Governativo

Perù: sciopero nazionale e rimpasto governativo

 

Dopo le proteste degli scorsi mesi, culminate nel massacro di Bagua, il popolo peruviano ha voluto scendere nuovamente nelle strade per manifestare contro la criminalizzazione della protesta sociale messa in atto dal governo di Garcìa, la politica economica neoliberista, suggellata dal TLC con gli Usa che ha provocato lo scoppio della protesta indigena e la situazione di crescente marginalità e povertà nelle campagne. Non a caso, una delle zone maggiormente interessate dallo sciopero nazionale dei giorni scorsi è stata Madre de Dios, situata nel sud del paese: scarsamente popolata, si tratta di una delle aree con maggiore concentrazione di biodiversità in tutto il paese.

Su tutto questo cade come una scure la nomina, come nuovo capo del governo peruviano – dopo le dimissioni di Yehude Simon – di Javier Velásquez Quesquén. Si tratta del terzo rimpasto dalla vittoria di Garcìa alle elezioni presidenziali del 2006. Personaggio controverso e non particolarmente amato, Velasquez non lascia molte speranze su quelli che saranno gli indirizzi dela nuova compagine governativa.

Da un articolo uscito sul quotidiano spagnolo El Paìs: “Simon è sempre stato un personaggio piuttosto distante dal partito di Garcìa, con fama di essere un uomo conciliante e disposto al dialogo, oltre che esplicitamente intenzionato a presentarsi come candidato alle elezioni presidenziali del 2011. Velasquez è un militante del partito aprista, disciplinato difensore del governo e un sostenitore “incondizionato” del presidente. La sua nomina a capo del governo rappresenta il ritorno del partito di governo a capo dell’Esecutivo (…) il neo-presidente del Consiglio dei Ministri, prima della recente nomina a capo del Consiglio dei Ministri, era presidente del Congresso, vale a dire una delle strutture istituzionali meno popolari del paese, con percentuali di popolarità appena superiori al 10%, stando agli ultimi sondaggi, soprattutto a causa di presunti episodi di corruzione. Lo stesso Velasquez è stato recentemente oggetto di accuse per presunte condotte illecite durante gli anni in cui era presidente del Congresso”.

Il movimento indigeno e le forze sociali non hanno accolto favorevolmente la nomina di Velasquez, considerato a tutti gli effetti un uomo di fiducia di Garcìa. Ancora da El Paìs: “Come era prevedibile, l’opposizione ha accolto la nomina di Velasquez con scetticismo. “Sarà un governo di scontri e repressione” ha affermato Mario Huamàn, segretario generale della Confederación General de Trabajadores de Perú (CGTP). Carlos Tapia, portavoce del partito nazionalista di Ollanta Humala ha espresso la ferma opinione che, con Velasquez, “si impone la linea dura di governo”. Anche le comunità indigene si dicono contrarie alla nomina decisa da Garcìa: “il governo sarà semplicemente la corte alanista e questo non ci dà alcuna fiducia” ha dichiarato Daysi Zapata, presidentessa dell’Aidesep, l’associazione che rappresenta la maggioranza delle comunità indigene dell’Amazzonia peruviana.

“Si tratta di una pessima notizia” ha commentato il giornalista e ex-ministro degli Interni durante la presidenza di Alejandro Toledo, Fernando Rospigliosi, in un articolo uscito sul quotidiano La República. “In primo luogo, si tratta di un politico con scarsissime capacità. In secondo luogo, Velasquez è esattamente l’opposto di quanto Alan Garcìa ha detto durante la campagna elettorale. E infine, non è in grado di apportare neanche una quota minima di popolarità al governo, cosa di cui Garcìa necessita urgentemente dopo il pesante calo di consensi a causa delle proteste indigene contro le leggi a favore delle multinazionali”. Rospigliosi ipotizza che Velasquez “sarà un ministro-segretario, ossequioso ai dettami del presidente. Dal momento che non ha alcun peso e deve tutto a Garcìa, si rivelerà incapace di dire no”.

I motivi dello sciopero nazionale, promosso dalla Piattaforma Nazionale per la Vita e la Sovranità, sono gli stessi che hanno animato la protesta dei mesi passati: fine della criminalizzazione della protesta sociale, rispetto dei diritti dei popoli indigeni, deroga dei decreti legislativi varati dal governo in favore delle multinazionali e del TLC con gli Stati Uniti alla cui implementazione sono destinate le misure legislative, ratifica della Convenzione 169 dell’ILO, miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne e rispetto del diritto alla terra delle comunità indigene e contadine (in particolare quelle che vivono in territori non registrati presso gli uffici pubblici) e, in generale, un cambiamento radicale nella vita politica e sociale del Perù.

Le intenzioni di Garcìa, a giudicare dalla recente nomina di Velasquez, non sembrano promettere cambiamenti di rotta significativi. E soprattutto lasciano seri dubbi sulla volontà del governo di perseguire i responsabili della repressione dello scorso giugno, come richiesto dalle associazioni indigene e, in particolare, dall’AIDESEP.

E’ di nuovo il neoliberismo sul banco degli imputati. E questa volta è l’Amazzonia a chiedere giustizia. Garcìa ha espresso chiaramente le intenzioni del governo: basta rimpasti e basta crisi.

Dipende da cosa cambierà o non cambierà, d’ora in avanti, in Perù.

Fonti:

www.elpais.com

www.annalisamelandri.it