Perù: Chiudere La Breccia Dell’esclusione E Della Disuguaglianza

Perù: chiudere la breccia dell’esclusione e della disuguaglianza

Intervista a Padre Marco Arana Zegarra – Padre Marco Arana Zegarra non esclude di partecipare come candidato alle presidenziali del 2011. La sua candidatura è appoggiata dalle comunità indigene, dai movimenti ecologisti e da altri settori sociali danneggiati dall’escludente, corrotto e deturpatore modello neoliberista, sviluppato in Perù da più di vent’anni.

La sua esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle comunità di agricoltori e indigene di Cajarmarca, danneggiate dallo sfruttamento delle multinazionali minerarie, legittimano  la sua leadership sociale. Inoltre possiede una formazione accademica come sociologo e ha la cattedra in Gestione e Politiche Pubbliche all’Università Cattolica. 

Fondatore della ONG Gruppo di Informazione e Intervento per lo Sviluppo Sostenibile (Grufides), Padre Arana, che ha 46 anni, è appoggiato dal movimento Terra e Libertà, espressione politica dei movimenti sociali che aspira ad essere riconosciuto come partito politico per così poter partecipare alle elezioni provinciali e regionali del prossimo anno oltre che alle presidenziali del 2011.

In quest’intervista, Marco Arana ci parla della situazione politica del Perù dopo il massacro di Bagua, dove hanno perso la vita 10 indigeni e 24 poliziotti, di come la crisi economica e i trattati di libero commercio stiano danneggiando il paese, della criminalizzazione delle lotte sociali, degli obiettivi del movimento Terra e Libertà e dalla sua posizione rispetto allo sfruttamento minerario e alle multinazionali.

Potrebbe raccontarci qual’è la situazione che si vive in Perù dopo gli avvenimenti di Bagua?

Il governo di García ha dichiarato che gli indigeni peruviani non avevano il diritto di protestare poiché non sono cittadini di prima categoria. Il governo peruviano, quindi non solo ha aggredito le comunità ma non riconosce loro né il diritto di protesta né lo status di cittadini. Queste dichiarazioni aprono un panorama di scontro che è necessario evitare affinché non ci sia ancora più violenza e affinché si raggiungano soluzioni democratiche e rispettose.

Il massacro di Bagua non ha quindi portato a nessuna forma di dialogo, di riconciliazione, di rispetto delle proposte indigene?

No. Tutti speravamo che questo potesse succedere, pero il premier, quando ha chiesto scusa per ciò che era successo, ha dichiarato che dietro a quell’episodio c’era una cospirazione internazionale e che gli indigeni erano manipolati. Lui stesso ha dichiarato che coloro con cui può avviare forme di dialogo sono i leader di ogni etnia e non i loro rappresentanti. Inoltre ha pubblicamente dichiarato nel Congresso  che questo è come fare un passo indietro e per poi farne due in avanti. Quindi, da questo punto di vista, l’apertura al dialogo è più che altro un guadagnare tempo, però senza che questo porti a qualcosa di vantaggioso rispetto alle richieste dei popoli indigeni.

Il presidente della Repubblica ha scritto un articolo dove rappresenta il paese come polarizzato, indicando che alla base di queste proteste c’è una minoranza di peruviani, 50.000, e che gli altri, invece, appoggiano il sistema neoliberista. Quel che bisogna fare è combattere questa minoranza, ha dichiarato. Lo ha detto letteralmente con queste parole e lo ha scritto. Quindi il panorama che si presenta in questo paese desta ancora molta preoccupazione per il rischio di violazione dei diritti delle comunità  e dei popoli indigeni.
Con questo intende dire che potrebbe aprirsi un nuovo periodo di criminalizzazione della lotta sociale?

Quello che accadrà sarà l’acutizzarsi della criminalizzazione delle proteste. Il Presidente della Repubblica ha convocato tutti gli ambasciatori presenti in Perù per parlare della necessità di sviluppare una strategia contro la cospirazione delle ONG al fine di recuperare l’immagine del Perù. Non ammette, quindi, che le cause del massacro sono le sue politiche di colonizzazione della foresta, di non riconoscimento dei diritti dei popoli amazzonici. Non ammette che le sue leggi violano il Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e che i popoli avevano il diritto di difendere il loro territorio. Continua a presentare la teoria secondo la quale dietro a tutto questo c’è una cospirazione internazionale. Nel Congresso si discute una legge che propone un maggior controllo delle ONG dato che starebbero appunto dietro a queste proteste. Questo riguarderebbe solo le ONG che difendono i diritti umani, dei popoli indigeni e ambientali.

Passando ad un’altra questione, potrebbe raccontarci come si sta applicando in Perù il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti?

In realtà l’informazione pubblica disponibile è molto poca. Capita spesso che i cittadini non conoscano quali possano essere le conseguenze del TLC. Ciononostante, cominciano a vedersi già alcuni effetti. E alcuni dei primi soggetti a sentirne gli effetti sono i popoli amazzonici e le comunità contadine, visto che una delle condizioni dettate dal TLC è il libero accesso alla terra. Quindi, parte del pacchetto di norme che i fratelli dell’Amazzonia contestavano ha a che vedere con la facilitazione dell’entrata delle multinazionali nei territori indigeni o delle comunità di contadini. In secondo luogo, un altro settore che sta sentendo profondamente gli effetti del TLC, è l’industria tessile. Era un’industria importante nel paese, ma che per la protezione dei prezzi del cotone negli USA (i prezzi del cotone sono molto bassi), gli agricoltori peruviani non hanno potuto competere. In questo momento si sta tenendo uno sciopero dei coltivatori di cotone, che chiedono allo stato di dare sussidi per il cotone peruviano e l’industria tessile. Il complesso tessile di Gamarra, a Lima, sta soffrendo diversi danni, e potrebbe non farcela. L’altro settore particolarmente colpito è quello dell’industria di calzature. Il Perù aveva due poli importanti dell’industria delle calzature, Arequipa y Trujillo. Questi stanno sostanzialmente o chiudendo o rischiando di chiudere. I fabbricanti di calzature stesse, stanno importando dal Brasile o dalla Cina a prezzi molto bassi. Tutto ciò rappresenta un grande pericolo per questi settori  industriali che erano riusciti a raggiungere un certo livello di riconoscimento e di stabilità economica.
Il Perù ha raggiunto alti livelli del PIL. Quali conseguenze sta avendo la crisi?

La crescita del PIL è dipesa in gran parte delle esportazioni minerarie. Con la caduta dei prezzi dei minerali e poi con la crisi finanziaria internazionale, si è verificata una considerevole caduta del PIL. Si stima che potrebbe cadere fino a meno del 3%. Si cominciano a vedere segni di recessione dell’economia, nonostante il Presidente Garcia abbia dichiarato che l’economia peruviana è salva di fronte alla crisi finanziaria. A testimonianza di ciò, secondo il Presidente, vi è il fatto che i salari continuano a non subire variazioni.
Nemmeno esiste un dibattito sul salario minimo. Ci sono settori che cominciano a licenziare persone. Ad esempio nel settore minerario, soprattutto in quello dello stagno e del rame. Quindi gli effetti della crisi cominciano a sentirsi pesantemente, e come ben si sa, in tempi di crisi, coloro che vengono maggiormente danneggiati sono i settori più vulnerabili. Gli altri settori, quelli che sono stati beneficiati dalla crescita economica, mantengono ancora un margine di manovra. Il Perù ha indirizzato capitali in alcune attività, beneficiando le banche e il settore minerario, che ora hanno un margine di manovra. Ma se la crisi si prolunga la situazione potrebbe peggiorare.

In risposta a questo modello sviluppato in Perù, si è formato il movimento Terra e Libertà. Potrebbe raccontarci quali sono gli obiettivi di questo movimento politico?

Uno dei più grandi problemi dei movimenti popolari e delle organizzazioni per la difesa dei diritti in Perù è stata la crisi e il collasso della sinistra dagli anni ottanta. Questo è accaduto da una parte per l’attacco violento del neoliberalismo e per la crisi dei partiti presente in tutta l’America Latina a causa dei dogmatismi, i settarismi, l’incapacità di collaborazione. Dall’altra parte per i regimi autoritari e repressivi. Ricordiamo che il Governo di Fujimori ha assassinato diversi leader del movimento sindacale e della sinistra. Inoltre, il Sendero Luminoso ha provocato una rottura tra i partiti di sinistra. In altri casi un cambiamento di diverse realtà politiche che sono passate nelle fila del terrorismo e in altri il discredito della sinistra, associata a forme politiche violente. Quindi, tutti questi fattori hanno contribuito a screditare la politica, a far sì che la sinistra non riuscisse a proporsi come alternativa al potere. In questo contesto, i gravi problemi che vive il paese vengono portati nelle strade non dai partiti politici ma dai movimenti popolari, dal movimento indigeno, dal movimento delle comunità di agricoltori, dai sindacati, dai fronti di difesa, dagli organismi per la difesa dei diritti umani. Ciononostante, questo movimento è fortemente frammentato, senza una rappresentanza politica che lo presenti come opzione politica. In questo contesto, in cui molti leader di queste organizzazioni, così come un gruppo di leader di gruppi contadini, di attivisti ambientalisti, di intellettuali di sinistra, hanno espresso la necessità di una forza politica, abbiamo deciso di creare il movimento politico Terra e Libertà che vuole partecipare alle elezioni provinciali e regionali del prossimo anno, oltre che a quelle presidenziali del 2011.  Per questo stiamo raccogliendo le firme. In Perù c’è una legge molto restrittiva per le nuove e piccole organizzazioni: sono necessarie 145.000 firme da tutto il paese, bisogna creare comitati distrettuali, provinciali e regionali, bisogna indicare i punti programmatici di convergenza. Il Movimento Terra e Libertà sta definendo la sua proposta programmatica.   

Qual’è la sua linea politica?

La proposta programmatica a vari punti fondamentali. Il principale riguarda la giustizia sociale. In Perù la crescita economica e la politica neoliberista ha aggravato i problemi relativi all’esclusione sociale e alla disuguaglianza. Questa breccia bisogna chiuderla. Per farlo bisogna migliorare la distribuzione del reddito, promuovere l’investimento non nelle grandi miniere, ma nelle piccole e medie imprese, tornare a sviluppare attività economiche sostenibili, come l’ecoturismo, l’agricoltura, il biocommercio, ecc. con maggiori livelli di partecipazione. Il secondo punto importante riguarda i diritti ecologici e i diritti sociali e culturali. Riteniamo che non si possa promuovere un modello di sviluppo che distrugge gli ecosistemi e che danneggia le comunità, i popoli che tradizionalmente abitano l’Amazzonia e le Ande del Perù. In questo senso crediamo che lo sviluppo economicamente sostenibile si debba accompagnare a un paese plurinazionale che riconosca non solo l’esistenza delle nazioni ma ance che faciliti il miglioramento e la legittimazione della rappresentanza e della partecipazione politica delle minoranze etniche del paese. In questo modo sono loro stesse che partecipano ai processi decisionali del governo e non come avviene ora che altri prendono decisioni per loro.

Un terzo punto riguarda il tema della decentralizzazione. Il Perù è un paese molto centralizzato. Tutte le decisioni vengono prese nella capitale, nella Costa, senza comprendere le dinamiche caratterizzanti il resto del paese. Bisogna municipalizzare la pianificazione dello sviluppo e creare a questo livello processi di partecipazione più ampi. Un’altra delle tematiche che riteniamo estremamente importante è la lotta alla corruzione. Questa crescita economica è stata accompagnata dalla corruzione dei grandi gruppi del potere economico a scapito di uno stato piccolo, fragile e molto debole. Inoltre, crediamo che un’altra tematiche importanti sia la difesa dei diritti umani, la difesa dei diritti di coloro che hanno tendenze sessuali diverse; consideriamo che l’agenda fondamentale debba basarsi su  una trasformazione profonda del paese e delle sue istituzioni politiche.

Rispetto allo sfruttamento minerario, che è il tema principale, quali sono i vostri programmi?

In relazione all’attività mineraria, in primo luogo, riteniamo che si debba migliorare la normativa ambientale esistente. Ci sono molte zone dove l’attività mineraria è terminata da diversi decenni. In questi luoghi si devono migliorare i controlli ambientali per monitorare  la salute dei lavoratori, la salute della comunità, la qualità della acqua, dell’aria e del suolo. Questo non sta avvenendo. In secondo luogo, si deve controllare l’espansione dell’attività mineraria. Questi progetti non possono continuare a crescere in base  a dove si trova il minerale. Devono adattarsi a piani di sviluppo e di pianificazione territoriale. In terzo luogo tutti i nuovi progetti minerari dovrebbero essere sottoposti a dei controlli per capire se le concessioni sono state idoneamente date, che tipo di tecnologia viene utilizzata, dove si svilupperà l’attività mineraria, quante verrà pagato di imposte allo stato, quanto e in che modo la popolazione locale trarrà beneficio dal progetto e in che modo si riparerà agli impatti da esso causati sulla comunità. Un altro tema, non meno importante ma che rappresenta un punto centrale nei territori dove ancora non c’è l’attività mineraria e che sono abitati da comunità di agricoltori e indigeni è il rispetto della Convenzione 169 dell’OIL sulla consultazione previa, libera e informata. A tal riguardo è necessario modificare il capitolo economico della Costituzione del paese e introdurre le riforme economiche necessarie.

Tutto questo comporta una ridefinizione della relazione con le multinazionali?

Senza dubbio. In Perù, in realtà, il tema della relazione Stato-multinazionali, multinazionali-comunità, non è stato nemmeno preso in considerazione. Le multinazionali sono arrivate presentandosi come le salvatrici e la soluzione al problema della povertà. Dopo vent’anni dal cosiddetto boom minerario in Perù, quello che vediamo è violazione dei diritti umani, distruzione e inquinamento degli ecosistemi, la crescente criminalizzazione delle proteste, centinaia di leader contadini denunciati, decine di loro addirittura arrestati, altrettanti assassinati. Questo richiede sicuramente una ridefinizione radicale, che in alcuni casi già sta avvenendo. Qualche giorno fa, la Newman è stata obbligata a rivedere le sue politiche e sono state definite alcune raccomandazione che l’impresa dovrà rispettare. Ciononostante noi peruviani e noi di Terra e Libertà riteniamo e pensiamo che l’autoregolazione delle imprese non sia sufficiente. É necessario che lo Stato compia con il suo ruolo di regolatore delle attività economiche e si sganci da processi di privatizzazione al quale è stato sottomesso per difendere interessi particolari e non per difendere i diritti della maggior parte dei popoli.  

 

di Eduardo Tamayo G.
Per approfondire: http://alainet.org

Traduzione di Maddalena Natalicchio