PeaceLink All’Ue: Ignorata La Salute Dei Cittadini Di Taranto

PeaceLink all’Ue: ignorata la salute dei cittadini di Taranto

[su laringhiera.net] Con poco più di un migliaio d’euro e un giorno in Italia puoi comprare un anno di benefici previdenziali e assicurativi. Il meccanismo è semplice: un datore certifica che hai lavorato per 101 giorni e ricevi un assegno netto tra i 4 e i 5mila euro, che sale a 6mila e più se hai moglie e figli residenti in Tunisia.

E’ l’agricoltura che si trasforma in illegalità, tra opacità e distorsioni dei sussidi. Imprese ‘senza terra’ pronte ad assumere falsi braccianti che ottengono così anche un permesso di soggiorno, professionisti compiacenti per avere tutte le carte in regola e la mafia che continua ad arraffare e arricchirsi.

Piazza Daniele Manin, per tutti piazza Senia, è un quadrato di case basse e palme. Da una parte la Chiesa del Sacro Cuore tutt’attorno money transfer e internet point per le chiamate internazionali. Vittoria in provincia di Ragusa è più a sud di Tunisi e questa piazza è il punto di ritrovo dei tunisini, di chi si è trasferito da anni per lavorare e di chi sceglie questa cittadina della Sicilia per fare una breve visita. A dicembre soprattutto, perché è il mese in cui si contrattano le vendite di giornate per l’anno successivo.

Una filiera di complicità la cui missione è la truffa. Le aziende agricole denunciano ogni tre mesi all’Inps le giornate lavorate in forma telematica, il sistema elabora la richiesta e calcola i contributi. Peccato che nessuno lavori, il contratto è falso. Per i lavoratori migranti occorre presentare le fotocopie del passaporto, per verificare gli ingressi, la presenza in Italia. Ma anche qui si rimedia facilmente: si allegano copie illeggibili, cancellate o modificate con Photoshop.

“Nel 2016 abbiamo sottoposto a verifica ispettiva 57 aziende”, rivela Saverio Giunta, direttore provinciale dell’Inps. “Abbiamo annullato totalmente o parzialmente 2.860 rapporti di lavoro tra il 2010 e il 2016. Di questi 1.623 grazie all’analisi dei passaporti effettata esclusivamente per la coincidenza delle giornate denunciate con i periodi di assenza dall’Italia”.

Una truffa costata, solo nel 2016 e solo in questa provincia, 8 milioni e mezzo di euro. “E’ un sistema a matrioska. Troviamo un gran numero di lavoratori a fronte di cooperative che rimangono in vita qualche anno, poi lasciano il posto a un’altra che assorbe i lavoratori e continua a commettere condotte illecite”.

Lavoro fittizio che si mescola con quello in nero. Perché o non si fatica proprio, ma si dichiara di farlo per avere denaro pubblico o si lavora invece tutto l’anno per pochi euro e intanto si dichiarano le giornate utili per ottenere dall’Inps disoccupazione, previdenza, maternità, assegni per il nucleo familiare. Nel frattempo il datore di lavoro risparmia sul versamento dei contributi e sul pagamento regolare.

Il ragusano terra di serre dove a lavorare, piegate per dieci ore al giorno, ci sono, come ha documentato l’Espresso , le schiave. Donne rumene costrette a vivere in baracche e casolari di fortuna con i padroni che dispongono dei loro corpi. ‘Festini agricoli’ consumati nel silenzio e che con coraggio un prete di frontiera, don Beniamino Sacco, si ostina a denunciare. Vittoria vanta il primato di avere il maggior numero di aborti per abitanti.

Ogni due settimane arrivano i pullman da Sighișoara, in Transilvania, da Suceava e Botosani città a nord di Bucarest, al confine con la Moldavia. Agenzie rumene si fanno pagare il costo di intermediazione, attraverso accordi diretti con i datori di lavoro. Da quel momento sono loro a controllare la vita di chi non vale nulla perché migrante, perché povera e perché donna.

“Sono qui da sei mesi e non sono mai uscita dalla serra, a fare la spesa va mio marito con il padrone, altrimenti dobbiamo pagare 30 euro per una macchina. Mi manca mia figlia che è in Romania e ha cinque anni. Non ho neanche i documenti, li tiene il padrone”, racconta una giovane accovacciata in un angolo buio.

Madri a distanza che stipulano veri e propri contratti con chi in patria si cura dei figli e di mandarli a scuola. Altri sono qui. Tra le fabbriche di plastica vive un numero imprecisato di bambini. Rimangono fermi in campagna a giocare con i pomodori. Per la scuola materna non è previsto un servizio di trasporto nelle campagne perché non è obbligatorio, per gli altri gira un pulmino, ma se si guasta possono passare settimane senza alcuna soluzione.

Violazione dei diritti umani e della dignità del lavoro. Qui non c’è nemmeno il caporalato tradizionale, l’arruolamento è diretto, sottopagate e senza tutela, loro sì senza alcuna copertura previdenziale

Qui dove Cosa nostra catanese e la Stidda gelese hanno stretto il sodalizio. Un territorio governato per anni dai Carbonaro-Dominante, con esponenti ritornati di recente in libertà, poi dai D’Agosta e in cui oggi si segnala un incremento delle estorsioni. Vittoria con uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Italia da dove partono pomodori ciliegino, zucchine e peperoni per Milano, Berlino e Parigi o destinati al mercato di Fondi, passando nelle mani di Casalesi e ‘ndrangheta. Un’intera filiera dalla gestione del bracciante, allo smaltimento dei rifiuti, fino ai trasporti e alla distribuzione nel mirino della mafia che ne ha fatto un affare.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionale del Senato ha deciso di vederci chiaro, preventivando una missione con audizioni nelle prossime settimane.

“Abbiamo il dovere di indagare su quali siano le reali condizioni di occupazione, lo sfruttamento in particolare sulla manodopera femminile”, ha spiegato la presidente Camilla Fabbri. “E’ necessario scardinare questo sistema con un intervento legislativo che impedisca la regolarizzazione del lavoratore agricolo entro tre mesi perché questo rende inutile il controllo a sorpresa e favorisce l’occupazione irregolare. I contributi che oggi l’Inps accredita per la falsa disoccupazione sottraggono ingenti risorse che potrebbero essere destinate alle politiche attive dell’occupazione”.

Le responsabilità per estirpare questo sistema fraudolento vanno cercate a più livelli. Bruno Giordano, magistrato e consulente della Commissione non usa mezzi termini: ”questo tipo di reato non viene ideato da un immigrato tunisino o rumeno, ma è frutto di una vera e propria consulenza da parte di chi conosce il sistema previdenziale, tutto ciò paradossalmente avviene nelle zone in cui vi è un costante sfruttamento della manodopera bracciantile pagata a nero e senza alcun tutela sindacale e della sicurezza”.

L’attenzione delle istituzioni sulla vicenda Ilva è, ormai concentrata, sul rilancio della produzione piuttosto che sulle gravissime carenze in fatto di messa in sicurezza di emergenza della falda e del terreno. E’ questo il senso della nuova, circostanziata denuncia di PeaceLink alla Commissione europea, precisamente ai commissari all’Ambiente Vella e alla concorrenza Vestager per fare il punto sulla preoccupante situazione di contaminazione dello stabilimento Ilva.

 

La missiva è firmata da Antonia Battaglia (portavoce Eu), Alessandro Marescotti (presidente), Fulvia Gravame (responsabile Nodo Taranto), Luciano Manna (curatore Dossier Ilva) e trae spunto dalle recenti dichiarazioni connesse all’uso delle somme connesse al patteggiamento di alcuni soggetti coinvolti nel processo Ambiente svenduto per il rilancio produttivo e la cessione dello stabilimento ai privati.

Ecco come PeaceLink descrive i fatti alla commissione Ue. Di seguito il testo integrale della missiva.

Il 31 ottobre 2016 è stato presentato da PeaceLink un esposto alla Procura di Taranto nel quale, partendo dai dati ufficiali acquisiti nelle conferenza dei servizi, venivano messe in evidenza le criticità che riguardano il suolo e falda acquifera superficiale e profonda. PeaceLink aveva infatti chiesto alle Autorità competenti di indagare sulla questione che riguardava l’area del perimetro Ilva e anche tutta la città di Taranto. Occorre un’intervento urgente di bonifica del territorio e del sottosuolo.I primi interventi da attuare in sito contaminato come quello di Taranto sono le misure di messa in sicurezza d’emergenza (MISE) finalizzate a contenere la contaminazione e ad impedirne la propagazione. PeaceLink ha messo a disposizione di tutti i cittadini i dati ufficiali da cui sono partite le segnalazioni ai Carabinieri (sono online su http://www.peacelink.it/ecologia/a/43706.html).

Pochi giorni dopo PeaceLink ha diffuso un filmato che immortalava la fuoriuscita di materiale nerastro simile al catrame nella zona del perimetro nord dello stabilimento, in area Mater Gratiae dove si effettuano coltivazioni per l’alimentazione umana. La contaminazione della catena alimentare e l’avvelenamento delle acque in quell’area è un serio rischio da valutare. Anche in quella occasione, Peacelink aveva chiesto al Procuratore della Repubblica di accertarsi dei fatti visto che il pericolo per la salute e la compromissione dell’ambiente potrebbero essere importanti.

Ciò che preoccupa oggi è in particolare l’andamento del Procedimento penale “Ambiente Svenduto” nato per fare giustizia e per restituire alla città la speranza e la salute. Le Procure di Taranto e Milano, coinvolte nella questione Ilva per due filoni giudiziari diversi (frode fiscale e disastro ambientale) hanno accolto la richiesta di patteggiamento accettando che le somme sequestrate (un miliardo e trecento milioni di euro) possano servire al “rilancio dell’ILVA”. Ci auguriamo di aver capito male ma la registrazione video (http://webtv.camera.it/evento/10447) delle audizioni parlamentari appare purtroppo chiara: si è parlato proprio di un uso della somma del patteggiamento per rilanciare l’ILVA. E’ appena il caso di menzionare l’articolo 107 del TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea) che, come è noto, vieta a livello europeo l’uso del denaro pubblico per aziende in crisi. Tali operazioni si configurerebbero come “aiuto di stato” e sono vietate dall’articolo 107 del TFUE. L’Italia è già sotto procedura di infrazione dopo che PeaceLink aveva segnalato l’uso di fondi pubblici per le attività produttive dell’ILVA. Ma dopo le dichiarazioni emerse nell’audizione parlamentare, PeaceLink si è nuovamente rivolta alla Commissione Europea per segnalare con preoccupazione l’annuncio che una quota di questa notevole somma derivante dal patteggiamento servirà al rilancio produttivo dell’ILVA. In altri termini lo Stato restituisce la somma sequestrata alla stessa fabbrica che ha inquinato senza alcuna sicurezza che l’eccesso di malattie e morti non prosegua in futuro e senza definire un programma chiaro e condiviso che indichi i tempi e le modalità per la decontaminazione del terreno e della falda, cosa che invece era stata richiesta dalla Commissione Europea al governo italiano.

Quanto emerge dall’audizione parlamentare sull’ILVA appare una palese disapplicazione del principio europeo “chi inquina paga” in quanto non vi è un risarcimento verso chi ha subito il danno ma vi è un rilancio della fabbrica che l’ha causato, per altro segnalata dagli ispettori dell’ISPRA per non aver ottemperato alle prescrizioni autorizzative AIA. Finanziando le attività produttive di rilancio dell’ILVA vengono depotenziate le bonifiche dei terreni e della falda che ad oggi non risultano essere neppure partite sotto l’ILVA, nonostante le violazioni dei parametri di legge. Riteniamo che quella somma notevole del patteggiamento (un miliardo e trecento milioni) vada restituita non all’ILVA ma alla comunità che ha subito i danni e che vada utilizzata per pagare gli interventi di decontaminazione delle matrici ambientali come richiesto in maniera chiara e inequivocabile dalla Commissione Europea.

Quanto sopra esposto appare rivestire carattere d’urgenza alla luce della Conferenza dei Servizi che ha chiesto all’ILVA – anche nella seduta decisoria del 16 marzo 2016 – la messa in sicurezza di emergenza dei terreni e della falda sotto i parchi minerali che risultano contaminati da pericolosissime sostanze cancerogene, genotossiche e neurotossiche in concentrazioni che superano i parametri di legge (i dati sono ufficiali e acquisiti agli atti della Conferenza dei Servizi). Ma di questa emergenza non si è parlato dell’audizione parlamentare dei Procuratori di Milano e di Taranto. E questo ci ha stupito e addolorato molto. Di qui la nostra sofferta decisione di segnalare nuovamente a Bruxelles quella che si preannuncia come una palese non ottemperanza dello Stato Italiano ad una richiesta europea di non finalizzare i fondi pubblici alle attività produttive dell’Ilva ma solo alla decontaminazione dell’area inquinata. Ogni uso della parola “bonifica” per destinare quei soldi agli impianti invece che ai terreni e alla falda è destinata ad essere oggetto di contestazione in quanto nessun testo giuridico e tecnico parla di “bonifica degli impianti”, che è una definizione tutta politichese creata ad hoc per eludere l’unica lecita destinazione dei fondi destinati alla bonifica della falda e del terreno.

Sottolineiamo un altro fatto assolutamente trascurato. Vogliamo far notare che rimane inattuata una importante prescrizione dell’AIA per il ripristino del suolo e della falda. Si tratta della prescrizione 27 dell’AIA che recita: “Si prescrive all’Azienda di indicare, entro sei mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un cronoprogramma dettagliato che illustri le misure già in corso, nonché le misure programmate che l’Azienda intende adottare, al fine di evitare, ai sensi dell’articolo 6 comma 16 lett. f) del decreto legislativo 152/2006 e s.m.i., l’insorgere di qualsiasi rischio di inquinamento delle matrici ambientali e di incidente rilevante conseguente alla cessazione definitiva delle attività esercitate nello stabilimento, o in parti di esso”.

Chiediamo alle autorità competenti: quale “ripristino del suolo e della falda” è stato fatto?
E’ tollerabile questa inerzia che si protrae da anni di fronte a questioni che venivano indicate talmente urgenti che dovevano essere risolte “ad horas”? Dagli atti della conferenza dei servizi emergono sotto il parco minerali ILVA ripetuti sforamenti dei limiti di legge.

Tutto questo è stato denunciato da PeaceLink ai Carabinieri di Taranto. Tutta la documentazione è stata acquisita. Ma a che è servito denunciare le violazioni dei limiti di legge nella falda e nel terreno se non sta iniziando neppure la messa in sicurezza d’emergenza (MISE)?
Ricordiamo che questo obbligo incombe sui Commissari dell’ILVA.
Ricordiamo inoltre che è in vigore il reato di “omessa bonifica” (art. 452-terdecies del codice penale).
Ricordiamo che l’articolo 40 del codice penale recita: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

Siamo di fronte a una situazione di estrema gravità che in sede parlamentare non è stata affrontata, facendo delle audizioni il luogo per parlare di rilancio della produzione quando invece siamo in presenza di un grave carenza in fatto di messa in sicurezza di emergenza della falda e del terreno. Vi sono pozzi contaminati e ordinanze di divieto di emungimento delle acque perché avvelenate da sostanze cancerogene. Ma come è possibile cominciare a risolvere il problema se la contaminazione non solo è in atto ma si sta diffondendo persino nella falda profonda senza trovare ostacolo?

Gli stessi esperti che hanno redatto nel 2013 il piano ambientale di “aggiornamento” dell’AIA hanno scritto: “Non risultano eseguiti significativi interventi di bonifica e/o messa in sicurezza di emergenza ad eccezione dei suoli di alcune aree funzionali all’esercizio degli impianti” (Giuseppe Genon, Lucia Bisceglia e Marco Lupo, pagina 42 del piano ambientale). Siamo di fronte a un’inerzia pluriennale.

Ma ancora oggi la musica non è cambiata tanto che nel verbale della conferenza dei servizi del 16 marzo 2016 si legge che è fatto obbligo all’ILVA (pagina 11 del verbale della Conferenza dei servizi istruttoria)) di “adottare tutte le misure di prevenzione finalizzate a circoscrivere, limitare la diffusione della contaminazione”. La conferenza dei servizi aggiunge parole inequivoche: “Ai sensi dell’art. 245, comma 2, del dlgs 152/2006, anche il proprietario e/o il gestore dell’area, non responsabile della contaminazione, devono attivare idonee misure di prevenzione secondo le procedure di cui all’art.242 dello stesso decreto. Si tratta di un vero e proprio obbligo di garanzia in virtù del quale non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo con tutte le conseguenze di legge”. Si tratta di una vera e propria diffida alla struttura commissariale ILVA che, poche ore dopo, è stata approvata dalla Conferenza dei Servizi in fase decisoria (si veda pagina 4 del verbale della conferenza decisoria svoltasi a Roma nel pomeriggio dello stesso giorno, ossia il 16 marzo 2016, mentre la conferenza istruttoria si è svolta la mattina).

Chiediamo alle autorità competenti di informare la cittadinanza circa le misure intraprese o meno: la popolazione ha il diritto di sapere se sono state adottate tutti i provvedimenti circoscrivere e limitare la diffusione della contaminazione sotto l’ILVA e nelle aree circostanti. E’ una misura urgente che prende non a caso il nome di messa in sicurezza d’emergenza. La cittadinanza non è informata neppure della provenienza dei prodotti alimentari: come si può sapere se stiamo mangiando un cavolfiore coltivato vicino ad una discarica ILVA o un pomodoro raccolto sotto la ciminiera E-312?

Di fronte a questo quadro inquietante, l’azione di PeaceLink si sta sempre più orientando verso chi è preposto a vigilare sullo Stato Italiano perché protegga l’ambiente e la salute dei suoi cittadini.
Peacelink chiede quindi un intervento sempre più determinato della Commissione Europea per la protezione dei diritti dei cittadini di Taranto.

 

Pubblicato il 22 gennaio 2017