Oceani: La Prova Tangibile Dei Cambiamenti Climatici

Oceani: la prova tangibile dei cambiamenti climatici

 
Come i cambiamenti climatici influenzano l’oceano?

Mari ed oceani rappresentano il 71% della superficie terrestre, 360 milioni di km² ed il 97% delle risorse idriche della terra.

Costituiscono una grande fonte di risorse naturali e biologiche, paragonabile o superiore alle foreste tropicali. Rappresentano anche una risorsa economica e una riserva energetica, regolano il clima della Terra, così come sono sistemi altamente produttivi che riciclano continuamente le sostanze nutritive, chimiche e l’acqua. Il 40% della popolazione mondiale vive a meno di 60 km dalla costa e 35 milioni di persone dipendono dalla pesca. Gli oceani sono una fonte essenziale di cibo e di occupazione, fornendo naturali vie di comunicazione,  trasporto e commercio.

Sebbene nel corso di miliardi di anni, la Terra abbia subito vari cambiamenti nel suo clima, prodotto di vari fattori complessi e di alcune catastrofi naturali (ad esempio, la caduta di asteroidi, o le attività vulcaniche), oggi giorno si aggiunge un altro fattore complementare e con grande incidenza sui cambiamenti climatici, cioè quello causato principalmente dalle attività umane.

Il primo è l’emissione incontrollata di gas serra che stanno cambiando l’atmosfera in maniera tale da compromettere il clima della Terra, se non ne viene ridotta l’emissione. Prima dell’inizio della rivoluzione industriale (circa nel 1750) la concentrazione di CO2 nell’ atmosfera era pari a circa 280 particelle per milione (0,028%), agli inizi del XXI secolo raggiunge quasi le 370 ppmv (0,037%).

Il Simposio mondiale su “Gli effetti dei cambiamenti climatici sugli oceani”, svoltosi a Gijón (2008), dove più di 450 scienziati provenienti da 60 paesi hanno analizzato l’effetto dei cambiamenti climatici sul mare, ha messo in guardia riguardo alle gravi conseguenze di un aumento della temperatura nei nostri mari. Le conseguenze del riscaldamento globale possono essere tradotte in aumento della salinità e dell’acidità degli oceani, oltre al proverbiale aumento del livello del mare.

Gli oceani del mondo stanno assorbendo una quantità di biossido di carbonio (CO2) senza precedenti, che si traduce in un aumento della sua acidità ed in un aumento del rischio d’estinzione di molte specie marine, in particolare di quelle contenenti carbonato di calcio: il corallo, i molluschi, i crostacei ed il fitoplancton. Secondo una ricerca presentata in occasione di un summit organizzato congiuntamente dalla Commissione oceanografica intergovernativa (COI) dell’UNESCO e dal Comitato Scientifico per le Ricerche Oceaniche (SCOR) del Consiglio Internazionale per la Scienza (2008), tale alterazione dell’acidità potrebbe perturbare le catene alimentari marine ed alterare la composizione biologica, geologica e chimica degli oceani, in modo al momento incomprensibile e imprevedibile.

L’80% del calore assorbito dal pianeta va al mare, dove il 60% della responsabilità per l’innalzamento del livello dei mari ha a che fare con l’aumento della temperatura. Questo è il motivo per il quale ogni variazione o aumento di temperatura può avere gravi conseguenze sul livello del mare, questo è importante perché il funzionamento degli oceani controlla direttamente il clima globale.

Il cambiamento climatico lo stiamo già vivendo. Gravi calamità naturali che prima avvenivano ogni decennio, adesso  avvengono sempre più di frequente e sempre con maggiore  intensità. A causa del riscaldamento globale ai Poli si stanno sciogliendo e distaccando enormi masse di ghiaccio di centinaia di km quadrati. Mentre il distacco di tali calotte polari non avrà alcun effetto sull’innalzamento del livello marino, è un sintomo che qualcosa non funziona, perché distacchi di questo tipo non accadono di consueto, è sono causati dal riscaldamento globale. La zona più colpita dal riscaldamento, è l’Antartide.

La fusione artica sta avvenendo ad un ritmo allarmante. Si stima che le calotte che coprono l’Oceano Artico continuino a sciogliersi rapidamente e non vi è dubbio che il riscaldamento globale stia giocando un ruolo significativo nel suo declino. Gli ultimi dati trasmessi dai satelliti indicano che l’estensione del ghiaccio nel mese di settembre 2006 fosse inferiore alla media del 13,4%.

Oggi, il gelo Artico ha la metà dello spessore rispetto a 30 anni fa e l’area coperta dalla calotta glaciale si è ridotta del 10%. Se la fusione continua, entro il 2070 potrebbe non esserci più ghiaccio nell’Artico.

L’aumento della temperatura globale sembra si stia combinando con il variabile fenomeno di circolazione atmosferica noto come  Oscillazione Artica. Più i venti e le correnti spingono le masse di ghiaccio a sud, più queste si sciolgono. Quando il nuovo ghiaccio si sta ancora formando in inverno, è più sottile, e quindi si scioglie più velocemente che in estate quando è più antico.

La fusione artica influenzerà necessariamente la calda e salata Corrente del Golfo, che altererà il clima dell’Europa occidentale e orientale e degli Stati Uniti. Le conseguenze saranno estati più calde, che si estenderanno oltre il normale, inverni più rigidi di durata superiore a quella attuale. Ma se l’invasione di acque dell’ Artico nell’ ‘Atlantico, riuscisse a bloccare la vitale corrente del Golfo convertirebbe paradossalmente l’Europa del Nord in una regione con freddo insopportabile (stiamo parlando di Regno Unito, Islanda, Norvegia e le isole minori). Bisogna aggiungere che il graduale disgelo della Groenlandia interesserebbe anche la fredda corrente del Labrador che incide sul clima della costa orientale degli Stati Uniti, con conseguenti effetti climatici. Nel 2002, 51.000 metri cubi d’acqua dolce e fredda provenienti dal disgelo della Groenlandia si sono riversati nelle calde e salate acque del Golfo. Si stima che l’80% del ghiaccio che copre la Groenlandia si stia scongelando al ritmo di un metro all’anno.

Così come gli oceani sottraggono calore all’atmosfera, allo stesso modo lo restituiscono attraverso un processo di retro alimentazione, a causa del quale l’incremento della temperatura potrebbe tradursi in una maggiore intensità di cicloni, tifoni ed uragani, che interesserebbero una maggiore superficie.

Tutti gli uragani traggono la loro forza dal calore degli oceani e gli oceani del mondo si stanno riscaldando a causa del cambiamento climatico. Un risultato prevedibile è la presenza di più intensi temporali con venti più intensi e precipitazioni più abbondanti.

Lo sciglimento della calotta Artica accelererà il ritmo del riscaldamento globale. Man mano che il ghiaccio e la neve si sciolgono, si ridurrà la capacità dell’Artico di riflettere il calore nello spazio, accelerando il tasso di riscaldamento globale

Le stime indicano che il livello del mare, che ha già registrato un insolito aumento nel ventesimo secolo a causa dello scioglimento delle calotte polari, nelle zone periglaciali e principalmente per la dilatazione termica degli oceani, potrebbe salire notevolmente. La media globale del livello del mare è già aumentata di circa 15 cm nel secolo scorso e si prevede che il riscaldamento della Terra provocherà un ulteriore aumento di circa 18 cm o forse più, entro il 2030.

Le popolazioni che vivono nelle basse zone costiere, nel caso in cui non si riuscissero ad adattare alle condizioni ambientali avverse causate dall’aumento del livello del mare, e vedessero completamente inondato il loro habitat, perderebber le loro case ed i loro insediamenti, il che comporterebbe necessariamente l’emigrare o l’essere evacuati. Questo processo, che è già in atto, avrà un impatto umano, geografico e socioeconomico drammatico, dato che si stima che circa un sesto della popolazione mondiale viva a livello del mare o a  pochi metri al di sopra di esso.

Le aree più vulnerabili sono concentrate lungo la costa meridionale del Mediterraneo, la costa occidentale d’Africa, l’Asia meridionale (India, Sri Lanka, Bangladesh e l’arcipelago delle Maldive), gli Stati rivieraschi del Sud-Est asiatico e gli atolli corallini dell’Oceano Indiano e Pacifico. Tali regioni appartengono ad alcuni dei paesi fra i più densamente popolati e poveri del mondo, con un reddito procapite di 2 dollari al giorno o meno. A sua volta, la Cina e l’Asia del Sud, posseggono le coste più popolate del sud del mondo, con una densità di popolazione di 2.000 persone per chilometro quadrato.

Nelle previsioni di medio ed alto impatto, la faccia della terra cambierebbe completamente, molte isole scomparirebbero, e le grandi città costiere o porzioni importanti di esse rimarrebbero sotto il livello dell’acqua, come Shanghai e New Orleans.

La pesca sta già registrando, per esempio, periodi fiorenti sempre minori e meno intensi, con le implicazioni che questo comporta per l’intera catena alimentare e, in ultima analisi per l’industria della pesca.

Gli orsi polari potrebbero estinguersi entro la fine del secolo. È improbabile che sopravvivano  come specie se vi sarà una quasi totale perdita della copertura di ghiaccio estiva, che secondo le stime potrebbe scomparire entro la fine del secolo, secondo alcuni modelli climatici.

Attualmente la salinità variabile dei mari ed il suo rapporto con la precipitazione e con l’evaporazione conduce a sapere se pioverà di più o di meno. Nei luoghi in cui vi è un incremento del grado di salinità si registrano meno precipitazioni e più evaporazione.
Quali sono le zone più colpite, e perché?

L’ azione dell’uomo è stata sempre trascurabile rispetto alla grandezza dell’ecosistema marino, tutto è compensato dalla natura. Il mare e l’aria si comportano come infiniti, deglutendo gli indesiderati sottoprodotti dell’attività umana. Ma siamo diventati troppo potenti. Siamo in tanti e maneggiamo energie capaci di alterare gli equilibri naturali. L’uso nazionale e la gestione degli ecosistemi è un argomento in prima linea da anni. Attualmente stiamo sperimentando la fragilità degli equilibri marini, la risposta ce la danno i Mari Indiano e Baltico, quasi morti, il Mare del  Nord, le cui risorse ittiche si riducono drasticamente,  Il Mediterraneo, gravemente colpito e le agonizzanti barriere coralline di tutto il mondo.

Laddove presente l’impatto ha raggiunto il 41 per cento degli oceani, con un’intensità medio-alta. E sebbene la percentuale dei mari interessati sia stata molto alta questi rappresentano solo lo 0,5% dei mari, in termini assoluti, ciò rappresenta una superficie di oltre 2,2 milioni di chilometri quadrati.

Gli ecosistemi più colpiti sono le piattaforme continentali, le scogliere rocciose, le barriere coralline, le praterie, e le montagne sottomarine. Ed in aggiunta alle regioni citate (i Caraibi orientali, il Mare del Nord e le acque del Giappone), i ricercatori identificano altri settori di allerta: il mare della Cina, la sua parte meridionale ed orientale, la costa orientale del Nord America, il Mar Mediterraneo, Il Mar Rosso, Golfo Persico e alcune parti del Pacifico occidentale.

La pubblicazione di Halpern et al., presenta una banca dati che rivela per la prima volta, la grandezza, l’estensione geografica e le posizioni precise del riscaldamento degli oceani. Con queste informazioni, i cittadini, i ricercatori, i politici, ecc., possono iniziare ad affrontare il problema di come comprendere e prevedere l’impatto del riscaldamento degli oceani sugli ecosistemi marini. Allo stesso modo, i risultati aiuteranno a classificare una sorta di ordine di  priorità per i progetti di conservazione marina. Ad esempio, al fine di ridurre gli impatti sugli ecosistemi sensibili potranno essere modificate le zone di pesca e ridefinite le linee marittime.

Il cambiamento climatico ed il suo impatto sulla oceani

• Le barriere coralline che proteggono e forniscono di sabbia le spiagge sono gravemente colpite o uccise con temperature oceaniche  di 1 º C superiori alle normali medie massime del periodo estivo. Il calore fa sì che il corallo si distacchi dalle alghe che lo alimentano il che ne causerebbe lo sbiancamento. Questo fattore nei prossimi decenni sarà più elevato nei Caraibi e più basso nel Pacifico centrale.

 • il 27% delle barriere coralline del pianeta è ormai gravemente danneggiato. Se il riscaldamento globale persiste, entro il 2030  potrebbero essere persi una percentuale pari al 60% di tutte le barriere coralline;
 
• Recenti studi hanno riscontrato che il ritmo di fusione del ghiaccio è raddoppiato dal 1988. Anche se nell’Artico questo si sta verificando a un ritmo più rapido gli scienziati hanno infatti rilevato una riduzione del 40% dello spessore medio del ghiaccio nell’Artico negli ultimi 40 anni.

• Il ghiaccio nel Mare Glaciale Artico, che ha un estensione simile a quello degli Stati Uniti è diminuito del 6% tra il 1978 e il 1996, perdendo una media di 34.300 chilometri per anno, vale a dire una zona più ampia che d’Olanda.

• Al ritmo dell’attuale tasso di riscaldamento del pianeta, il ghiaccio artico smetterebbe di esistere nell’estate del 2050 pregiudicando gravemente la corrente del Golfo ed il clima del Nord Europa.

• L’eccessivo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe avere un effetto sulle regioni d’Europa e nell’est degli Stati Uniti, a causa dell’immissione di acqua dolce nel Nord Atlantico potrebbe alterare la circolazione oceanica, che consente alla Corrente del Golfo  di fluire verso il nord.

• La fusione globale  ha portato alla fame e alla perdita di peso degli orsi polari, e ha modificato gli habitat, nonché le modalità di alimentazione e di crescita di pinguini e foche.

• La calotta  di ghiaccio Antartica, che rappresenta il 91% del ghiaccio terrestre,  si sta fondendo anche se ci sono tesi discordanti per quanto riguarda la velocità con la quale ciò avviene. Negli ultimi dieci anni, 3 blocchi di ghiaccio si sono completamente disintegrati: il Wordie, Larsen A e il principe Gustavo. Si stima che gli altri due, il Larsen B ed il Wilkins lo faranno nel prossimo futuro. Se l’Occidente e l’Oriente dell’Antartide si fonderanno, il livello del mare aumenterà di 70 metri.

• Alcune proiezioni indicano che entro il 2080, il numero di persone che dovranno affrontare gravi inondazioni nei Caraibi, in India e nell’Oceano Pacifico, è 200 volte superiore a quello che vi sarebbe se non si fosse innalzato il livello del mare.

• L’aumento del livello del mare potrebbe per la prima volta nella storia far scomparire Stati Sovrani, che corrispondono a piccole isole. E’ il caso di Tuvalu un piccolo paese isolano del Pacifico, i cui abitanti hanno cominciato a migrare verso la Nuova Zelanda come misura preventiva, con l’assistenza di un piano elaborato allo scopo di ricevere i migranti.

• Le Maldive, che contano su 400.000 abitanti e sono un arcipelago di isole nell’Oceano Indiano (India sud-ovest), hanno dovuto evacuare i residenti di quattro delle sue isole in questi ultimi anni a causa dell’innalzamento del livello del mare. Kiribati ha perso nel 1999, due isole disabitate, Tarawa Tebua e Abanuea per la stessa ragione.
 
• Alcune spiagge di Trinidad, dove il livello del mare è aumentato da quattro a otto volte più velocemente rispetto alla media globale, si stanno ritirando, negli ultimi 15 anni, ad un ritmo di 2 metri all’anno. Nelle isole Figi, per la stessa ragione, le spiagge di Viti, Taveuni e Levu si sono ritirate ad una velocità di 75 cm l’anno.

• All’altro capo del mondo, l’aumento del livello del mare sta erodendo le spiagge e le zone umide della Baia di Chesapeake, che si estende in gran parte lungo la costa dello Stato del Maryland, negli Stati Uniti d’America. Sulla costa orientale il National Wildlife Refuge ha perso un terzo dei suoi 8100 ettari, e la salinizzazione del suolo a causa dell’avanzare del mare, ha colpito aziende agricole di altre terre fertili.

Tra le grandi sfide del XXI secolo, la società deve imparare che gli oceani sono una fonte di vita ma allo stesso tempo di morte. Gli oceani devono pertanto essere salvaguardati e protetti, e se si relegano all’oblio le necessità ecologiche degli ecosistemi oceanici e lo stato dell’ambiente marino si trasformeranno in  un ostacolo allo sviluppo sostenibile, piuttosto che in una risorsa per esso.

Solo 50 anni fa, L’Oceano era ancora un territorio in gran parte incontaminato. Tuttavia, oggi il sovrasfruttamento e inquinamento è una minaccia per la loro salute, in particolare delle zone costiere, che sono le più produttive dell’ambiente marino.

Quattordici anni dopo l’entrata in vigore della legge per gli  oceani (Convenzione delle Nazioni Unite, 1994) è evidente e nota, la rottura del dialogo tra l’uomo e gli oceani. Il divario crescente ed insostenibile tra ricchezza e povertà minaccia la stabilità di tutta la società e quindi l’ecosistema degli oceani, lo stato degli oceani, purtroppo, continua a diminuire in proporzioni allarmanti. Le autorità nazionali e internazionali si limitano a dichiarazioni d’intenti e di buona volontà.

La Convenzione è uno degli strumenti giuridici più importanti del ventesimo secolo. Concepito come un insieme, riconoscendo che tutti i problemi dello spazio oceanico sono strettamente collegati e devono essere considerati insieme, afferma che i fondali marini ed oceanici ed il sottosuolo al di là dei limiti della giurisdizione nazionale sono patrimonio comune dell’umanità che ognuno ha il diritto di utilizzare e l’obbligo di proteggere. Prevede l’obbligo di risoluzione delle controversie, costituisce il quadro globale per tutte le attività che hanno luogo negli oceani e nei mari e contiene norme dettagliate che disciplinano tutti gli usi degli oceani e definisce i diritti e le responsabilità degli Stati.

Gli oceani che coprono i due terzi della superficie terrestre, contengono nove decimi delle risorse idriche ed il 90 per cento della biomassa di tutto il mondo vivente e sono la fonte primaria di cibo per più di tre miliardi e mezzo persone. Sono anche una fondamentale risorsa economica che fornisce sussistenza a milioni di persone in tutto il mondo.

Circa il 90 per cento del commercio internazionale avviene via mare. Più del 29 per cento della produzione mondiale di petrolio proviene dagli oceani. Il turismo da spiaggia e le navi da crociera sono una fonte importante di reddito per molti paesi, in particolare dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. Ogni anno in tutto il mondo quasi 130 milioni di tonnellate di pesce sono catturate per un valore di circa 60 miliardi di dollari, e il settore della pesca e dell’acquacoltura da soli impiegano 150 milioni di persone.

Inoltre gli oceani attraverso le loro interazioni con atmosfera, litosfera e biosfera, svolgono un ruolo importante nel plasmare le condizioni che rendono possibili varie forme di vita sul pianeta. Infatti, senza l’oceano non ci sarebbe vita sul nostro pianeta.

Il mondo dovrebbe ripensare il modo in cui misura la crescita economica. Per lungo tempo le priorità di sviluppo si sono concentrate su ciò che l’umanità poteva derivare dagli ecosistemi, senza pensare troppo a come ciò influenzasse le basi biologiche della nostra vita. Possiamo dire che ci sono stati progressi molto limitati nella riduzione della povertà dei paesi in via di sviluppo, e la globalizzazione, di per sé, non ha portato benefici alla maggioranza della popolazione mondiale. In generale, i tentativi di promuovere lo sviluppo umano e di arrestare il degrado ambientale del mare, non sono stati efficaci nel corso degli ultimi dieci anni. Le scarse risorse, la mancanza di volontà politica, l’approccio non coordinato, i continui modelli dilapidatori di produzione e consumo hanno vanificato gli sforzi per attuare lo sviluppo sostenibile degli oceani, o lo sviluppo equilibrato tra le esigenze economiche e sociali della popolazione, e la capacità delle risorse oceaniche e degli ecosistemi di affrontare le attuali e future esigenze.

La responsabilità di proteggere gli oceani ricade non solo sui politici che definiscono le condizioni nazionali e internazionali di protezione degli ecosistemi, ma spetta a ciascun individuo. L’invito ai politici a prendere misure più efficaci nei confronti di questo problema deve essere accompagnato dall’impegno di ciascuno di noi ad agire in modo più responsabile nel promuovere la difesa degli obiettivi di protezione degli oceani.

Quali sono le soluzioni possibili per curare degli oceani?

All’inizio del XXI secolo è già chiaro che la società identifica ed esprime chiaramente la necessità di un cambiamento, di uno sviluppo legato alla crescita negli anni settanta e ottanta verso un nuovo modello di sviluppo, uno sviluppo marino realmente sostenibile nel XXI secolo. Ma cosa si intende per sviluppo sostenibile? Secondo la Commissione Brundtland istituita nel 1987, “è quello che soddisfa i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri “. Per muoversi in questa direzione, dobbiamo unire il meglio di tre assi principali dello sviluppo sostenibile: ambiente, cultura ed economia della società (Jiménez Herrero, 2000).

Per realizzare questa sintesi, dobbiamo essere consapevoli della necessità di dati affidabili che ci consentano di fornire una solida base in ciascuno degli alberi che sostengono lo sviluppo sostenibile marino. Dobbiamo anche capire e accettare il nuovo ruolo della scienza Oceanografica nella società del XXI secolo, che ci permette di stabilire e situare entro i limiti sia “Lo stato del sistema marino” sia le pressioni esercitate su di esso (naturali o di origine antropica).

Questi primi approcci, insieme con alcune chiare priorità politiche, ben definite e, ove possibile, il consenso porterà ad un punto centrale nei tre assi.

La scienza Oceanografica è progredita molto negli ultimi anni e questo progresso può e deve tradursi in un miglioramento dei sistemi di gestione ambientali marini. Uno dei migliori elementi di prova è che con le attuali conoscenze, un gran numero di manifestazioni del passato sarebbe diversa ora. Si deve ricordare che ci si riferisce alle numerose azioni con costi di attuazione significativi i e costi di riparazione ambientale ugualmente grande, perché, come già indicato, stiamo osservando adesso le prime relazioni dirette tra l’ambiente marino e gli squilibri economici.

Riassumendo, è indispensabile prendere in considerazione l’ambiente marino come una questione strategica per il futuro dell’umanità. Pensate a come questo pianeta è stato due generazioni fa ed a come sarà entro due. Cosa stiamo lasciando alle generazioni future? E’ indispensabile essere consapevoli dell’importanza e della necessità di considerare l’ambiente marino e le risorse naturali come una questione strategica, una questione di Stato al di sopra delle considerazioni di carattere politico. E tutti possiamo avere un ruolo, tutti possiamo vivere in un ambiente veramente sostenibile, utilizzando una di queste convenienti divisioni della società: i politici e le varie amministrazioni dovrebbero esigere la responsabilità quando necessario, gli scienziati  dovrebbero portare avanti ricerche internazionali di qualità e fornire, ove possibile, le risposte alle richieste dell’ ‘amministrazione, ma sempre, anche,  da approcci etici volti a migliorare il benessere delle generazioni presenti e future (questi principi dovrebbero essere mantenuti sia in teoria e in pratica) e, infine, la società civile, potrebbe esercitare ogni giorno, con maggior forza e professionalità la propria pressione democratica.

 
di Marcos Sommer – Oceanografi senza frontiere
da Ecoportal
 
Traduzione di Marisa Foraci