Nobel Alla Ostrom: Per La Prima Volta Una Donna, Che Parla Di Beni Comuni

Nobel alla Ostrom: per la prima volta una donna, che parla di beni comuni

Passata purtroppo in secondo piano grazie alla consegna del controverso Nobel “preventivo” alla pace ad Obama, ieri ad Oslo è stato consegnato anche il primo Nobel per l’economia ad una economista che parla di beni comuni e di beni collettivi. Per la prima volta una donna. Che cambia la prospettiva e si discosta dai “modelli ortodossi dell’homo oeconomicus”, mettendo in campo un approccio multidisciplinare che ha molto condizionato negli ultimi anni sia le teorie sui beni comuni che l’economia ecologica. Una studiosa che parla delle stesse cose sulle quali ragioniamo da anni, e che troviamo ora alla base di proposte  capaci di rispondere con alternative concrete alla crisi che viviamo, come il Buen Vivir (vai al libro).

Alleghiamo di seguito l’articolo uscito ieri su Il Manifesto sulla consegna del Nobel a Elinos Ostrom.
 

da Il Manifesto del 10 dicembre 2009

«Rossa» OSTROM

di Vincenzo Lauriola

Oggi a Oslo sarà consegnato il Nobel per l’economia per la prima volta ad una donna, Elinor Ostrom, l’economista eterodossa che si batte per la difesa dei «beni comuni», naturali e collettivi
Il 12 Ottobre 2009 per la prima volta nella storia una donna, la statunitense Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana, nata nel 1933 a Los Angeles, è stata insignita del premio Nobel per l’Economia. Il premio condiviso col connazionale Oliver Williamson – che sarò consegnato oggi a Oslo -, è stato motivato dai loro lavori sulla governance economica. A differenza del co-premiato Williamson, padre dell’economia neo-istituzionalista, il quale pur adottando un approccio originale dell’impresa, fondato sull’analisi dei costi di transazione, non si sgancia radicalmente dalla matrice neoclassica «ortodossa», Ostrom ha seguito un itinerario atipico, spiccatamente interdisciplinare, ed alimentato da ricerche empiriche, evidenziando gli aspetti «comunitari» del comportamento umano, contrapponendosi nettamente ai modelli ortodossi dell’homo oeconomicus.

Il principale apporto di Ostrom è una lettura dei meccanismi che governano l’uso di beni comuni come laghi, pascoli, boschi, ed in generale risorse ambientali difficilmente suddivisibili (per ragioni tecniche, giuridiche o ecologiche) e per le quali esiste rivalità d’accesso. Un’analisi che possiede portata più ampia e generale, estendendosi ben al di là delle risorse naturali. La stragrande maggioranza degli approcci dell’economia dominante, compresa l’economia ambientale, d’ispirazione neoclassica, affrontano il tema sulla base di tre modelli paradigmatici fondamentali e complementari: la «tragedy of the commons», o tragedia dei (beni) comuni, formulato nel 1965 da Garrett Hardin; il dilemma del prigioniero in teoria dei giochi; e l’approccio di Ronald Coase sui diritti di proprietà. Hardin dimostra come, di fronte ad un pascolo aperto a tutti, ogni pastore segue razionalmente una logica del profitto individuale che, aggregata collettivamente, conduce tragicamente all’esaurimento della risorsa comune.

Il dilemma del prigioniero rafforza le premesse di razionalità individuale dei comportamenti non cooperativi: di fronte alla scelta di tradire o cooperare, in assenza di comunicazione, il prigioniero razionale non può che tradire, mentre collettivamente sarebbe meglio cooperare. Le possibili soluzioni prospettate da Hardin per la gestione (sostenibile, si direbbe oggi) del pascolo, sono due: o interviene lo Stato o si privatizza. Coase, dimostrando l’efficienza della soluzione di mercato mediante definizione di diritti di proprietà privata ed in assenza di costi di transazione, fa pendere la bilancia a favore della privatizzazione.

Ostrom analizza e contesta alla radice tale impianto, evidenziandone le falle metodologiche e dimostrandone deboli le conclusioni. Uno dei suoi meriti principali, sicuramente alla base del riconoscimento del Nobel, è che la sua critica è mossa dall’interno del paradigma dominante, utilizzandone strumenti e metodi in maniera rigorosa, per giungere a risultati opposti.
La prima critica al modello di Hardin è che, in realtà, ciò che lui definisce «commons» non sono risorse comuni, bensì risorse in libero accesso. Non è una differenza di poco conto: nella realtà, per risorse importanti, i «commons» sono spazi e risorse naturali collettive, appropriate e gestite da un gruppo definito, secondo modalità e norme definite, che in generale, storicamente e geograficamente, sono la regola, mentre il libero accesso rappresenta l’eccezione. E ciò nonostante il processo storico di espansione delle recinzioni, in atto sin dall’inizio della rivoluzione industriale. Come brillantemente descritto da Marx nel Capitale, i commons, terre non recintate, dalla destinazione compatibile con l’esercizio di diritti d’uso consuetudinari da parte delle popolazioni locali, che ne consentivano la sopravvivenza, sono stati espropriati dalle enclosures (recinzioni), meccanismo che, nell’Inghilterra del XVII secolo, diede inizio all’accumulazione primitiva del capitale, creando ricchezza privata sulla sottrazione di diritti alle popolazioni rurali locali, permettendo la sostituzione di un sistema di produzione locale e diversificato, fatto di produzioni locali di sussistenza ed esportazione di lana tessuta artigianalmente a domicilio, rimpiazzato dalla monocultura capitalistica della lana (pascolo per l’allevamento delle pecore), per fornire alle industrie tessili urbane non solo la materia prima, ma anche masse di contadini espulsi dalle terre comunali recintate, l’esercito industriale di riserva di cui il capitale aveva bisogno per espandersi. Se le critiche dei materialisti storici non diedero molta attenzione ai danni sociali ed alle devastazioni ambientali prodotte dalla distruzione delle proprietà comuni, forse in parte perché considerate forme primitive di organizzazione della società, Ostrom ha il merito di richiamare l’attenzione su questo dato che, nella crisi ambientale globale, mostra oggi tutta la sua rilevanza.

In sintesi, la tragedia di Hardin è una tragedia del libero accesso: se in assenza di regole le previsioni tragiche del modello sono corrette, la «proprietà comune» rappresenta in realtà una delle possibili risposte alla tragedia, le soluzioni della quale non si limitano a Stato e/o mercato: esiste una «terza via», le cui possibili forme concrete sono molteplici e diverse, ma che gli studi empirici in tutto il mondo, evidenziando l’esistenza di istituzioni collettive spesso millenari che gestiscono con sorprendente efficienza e sostenibilità sistemi e risorse ambientali estremamente complessi, ci impongono di analizzare e comprendere a fondo. In tale prospettiva, durante gli ultimi 3 decenni, Ostrom dimostra il ruolo fondamentale della diversità istituzionale – e quindi socioculturale, non solo biologica – per rafforzare la resilienza dei sistemi socio-ambientali per la sostenibilità, sviluppando ed ispirando non solo una molteplicità di studi empirici sui sistemi locali di gestione delle risorse comuni, ma anche studi sperimentali sul comportamento umano, modellando situazioni di uso di risorse naturali comuni in teoria dei giochi. Il modello del dilemma del prigioniero è seriamente criticato per le ipotesi di gioco a turno unico ed assenza di comunicazione, semplicistiche ed irrealistiche, su cui fonda le sue previsioni. La realtà non è avulsa dalla storia, dai processi di apprendimento fondati sugli errori, e gli attori possono comunicare tra loro. Introducendo progressivamente, nel dilemma del prigioniero applicato alla gestione di risorse comuni, giochi a turni ripetuti e comunicazione, le soluzioni si allontanano parecchio dalle previsioni tragiche iniziali, tendendo a risultati intermedi rispetto all’ottimo teorico. Nella realtà, gli attori sono inoltre in grado di definire regole, meccanismi di controllo del loro rispetto, e sanzioni per la loro infrazione. Introducendo tali possibilità nei modelli sperimentali di teoria dei giochi si raggiungono risultati di oltre il 90% dell’ottimo teorico. Ciò, non solo è coerente coi dati di studi empirici in tutto il mondo, che evidenziano grande efficienza economica ed ambientale di sistemi fondati su regole definite autonomamente dal gruppo dei «comunisti» (membri della comunità di utenti della risorsa) con sistemi di controllo e sanzione, ma dimostra anche, in termini formalmente rigorosi, che esiste una terza alternativa, dalla grande diversità istituzionale interna, alle soluzioni inizialmente prospettate: Stato o mercato.

Ciò obbligherebbe i tradizionali versanti politici contrapposti, fautori dell’una o dell’altra soluzione, le cui controversie possono essere sintetizzate attorno al modello di Coase sull’esistenza e/o sull’entità dei costi di transazione per ogni caso specifico – riducendosi a preferire la privatizzazione se il mercato consente minori costi di transazione, o la nazionalizzazione nel caso inverso – a confrontarsi con un universo di alternative possibili a quella che, in entrambi i casi, costituirebbe un’espropriazione dei commons, considerando modelli di gestione dal basso, fondati su nuove ed antiche forme di empowerment delle comunità di utenti di risorse collettive.

I lavori di Ostrom hanno ispirato una scuola di pensiero multidisciplinare sviluppatasi principalmente attraverso l’attività di un quarto di secolo della Iasc (International Association for the Study of Commons), nonché con spazi di interfaccia e penetrazione significativa presso gli economisti ecologici (Isee – International Association of Ecological Economics, che la stessa Ostrom contribuì a fondare), che si distinguono dagli economisti ambientali per il rifiuto del paradigma neoclassico, perché riduzionista della complessità socio-ambientale. Sino ad ora non si può dire che l’appello intellettuale profondo di tali riflessioni critiche sia stato raccolto seriamente dalle principali correnti di pensiero economico, siano esse neoclassiche o d’ispirazione marxista. Speriamo che il nobel rosa-verde del 2009 rappresenti uno stimolo positivo in tal senso: vorrebbe dire che c’è ancora speranza, per gli economisti e per il futuro di un mondo che sta anche (e spesso soprattutto) nelle loro mani.

 

da: Il Manifesto