Nel Parco Di Yasunì, Un Anno Dopo

Nel parco di Yasunì, un anno dopo

di Marica Di Pierri su Carta il 18 Luglio 2008

E’ passato un anno dal lancio della proposta del governo ecuadoriano di non estrarre petrolio nel Parco dello Yasunì, una delle zone a più alto grado di biodiversità del pianeta, dichiarata dall’Unesco Riserva mondiale della biosfera. Invocando un principio di responsabilità ambientale condivisa, il governo ecuadoriano ha scelto la via della non estrazione in cambio dell’acquisto – da parte dei paesi industrializzati – dei bond sul greggio non estratto per compensare l’Ecuador di una parte del mancato guadagno.

La proposta originaria era molto semplice: si comprava petrolio che non poteva essere estratto mentre ilcompito di gestire il processo era affidato al governo ecuadoriano. Il prezzo era equivalente al valore di mercato del petrolio ottenuto sottraendo i costi di estrazione. Il coordinamento di associazioni ambientaliste Oilwatch ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto sul primo anno di vita della proposta, sottolineandone gli aspetti innovativi e l’alto valore simbolico ma individuando al contempo gli errori compiuti dal governo nella gestione dell’idea.
Secondo l’analisi di Oilwatch, durante questi primi dodici mesi sono state principalmente due le vie intraprese dal governo del presidente Rafael Correa. Da una parte si è lavorato sul fronte della conversione del debito estero dell’Ecuador, dall’altro lato si è proposto l’acquisto di bond ambientali concepiti come parte del mercato delle emissioni. Due misure piuttosto distanti dalla proposta originaria basata appunto su una «responsabilità solidale ambientale» che i paesi del Nord del mondo dovevano assumersi nei confronti della scelta del governo dell’Ecuador. In origine, secondo Oilwatch, si trattava di non estrarre greggio chiedendo una compensazione, mentre in seguito la proposta è divenuta una sorta di «vendita del diritto a continuare a contaminare l’atmosfera» come molte associazioni hanno denunciato. Secondo Oilwatch, «quello che è accaduto in Ecuador è che la proposta è caduta nelle mani di economisti conservatori, che hanno tentato di tradurre il meccanismo internazionale di compensazione delle emissioni atmosferiche in una opportunità economica per i compratori». «Inoltre – prosegue l’osservatorio – è inutile negare che il commercio di emissioni non funziona, non implica neanche in linea teorica la riduzione della contaminazione da CO2 e sembra essere un escamotage al processo regolamentare sulle tematiche ambientali».
Attualmente Correa ha dichiarato concluso il termine per le adesioni al progetto, argomentando che la comunità internazionale si è limitata a fare offerte senza arrivare a pagare le quote previste. Tuttavia molte associazioni obiettano che i Paesi – in verità pochi – che si erano impegnati ad accogliere la proposta non hanno potuto versare le quote a causa della mancanza di garanzie di non estrazione del greggio da parte del governo. La scadenza del termine obbligherà tuttavia il governo a definire una volta per tutte i termini, le condizioni e le garanzie relative alla proposta, che è stata guardata con interesse da molti paesi del sud del mondo, come un modo per ricavare denaro dalle risorse naturali, senza tuttavia compromettere l’ambiente.
Su una cosa sono tutti d’accordo: la proposta Yasunì-Itt [dal nome dei blocchi petroliferi coinvolti] rappresenta uno sforzo innovativo per combattere il riscaldamento globale, che contemporaneamente tenta di salvare dalla devastazione una zona straordinaria dal punto di vista biologico, territorio di popoli originari in isolamento volontario, come gli Huaoranì. I movimenti ecologisti e indigeni ecuadoriani chiedono che la proposta sia riportata nel suo alveo originale, e confrontano le posizioni ambigue del governo con la risonanza ottenuta sul piano internazionale dalla proposta iniziale. Sino ad ora i parlamenti di Germania, Norvegia, Svizzera e Spagna hanno dichiarato il loro interesse a partecipare all’iniziativa, e hanno chiesto al governo di Quito, però, di fissare condizioni chiare per la proposta. Dal punto di vista accademico, molti studiosi, ricercatori ed intellettuali hanno espresso pieno appoggio all’iniziativa. Tra essi il premio nobel italiano Rita Levi Montalcini.
Inoltre, organizzazioni sociali di tutto il mondo hanno portato avanti in questo anno la campagna globale «Amazzonia per la vita» e hanno raccolto finanziamenti dal basso a sostegno della proposta. La campagna ha raggiunto migliaia di persone disposte a comprare ciascuna un barile di petrolio da non sfruttare, come sforzo per riaffermare una responsabilità comune – però differenziata – nei confronti dei cambiamenti climatici.
L’autunno si preannuncia caldo in Ecuador, dove associazioni ambientaliste e movimenti sociali stanno dando battaglia per difendere lo spirito originale della proposta. Può darsi insomma che la società sia pronta ad assumersi una responsabilità reale per garantire la salute del pianeta, occorre restare a guardare se i governi saranno da meno.