Mose, Expo, Tav: Grandi Opere, Truffe Giganti

Mose, Expo, Tav: grandi opere, truffe giganti

expo[di Antonio Cipriani su Globalist]

Preoccupa il sistema consociativo in atto. Perché se non c’è opposizione e i media fanno parte del meccanismo di potere, chi garantisce i cittadini?

 

Un disegno del 2006 di out-Office for Urban Transformation sull’invasione delle attività palazzinare all’Isola, a Milano: l’autore è Marco Vaglieri

 

Speculazione, tangenti e corruzione per Expo 2015 come per il Mose. E tornando indietro nel tempo, per tutte ma proprio tutte le grandi opere del passato più o meno recente. Ogni volta il copione si ripete. Da quando? Da quando ho memoria di giornalista. E lo schema è sempre uguale: prima l’evento con un’attesa mediatica forte, poi la ricchissima speculazione con una spartizione politica e affaristica consociativa (questo è importante). Risultato? Grandi opere inutili o da rottamare in pochi anni, pagate profumatamente con i soldi nostri, realizzate quasi unicamente per foraggiare imprese, arricchire potentati e garantire carriere politiche. E anche quando non si tratta di opere non pubbliche lo schema non si discosta: distruzione del territorio, rapina dei diritti della collettività a vantaggio di pochi. Con la politica complice, in mano a personaggi le cui campagne elettorali vengono pagate direttamente da chi dovrà realizzare affari.

 

Manca un elemento comune in tutte le storie degli ultimi trent’anni almeno: l’effetto sorpresa che sorge nel cuore leggendo i giornali quando le indagini rivelano la truffa. Ogni volta che la magistratura sposta una pietra scopre che sotto c’è questa melma di speculazione, affari privati e politici compiacenti: e ogni volta sembra sia un’eccezione caduta per caso dal cielo. E non la regola di un modo di fare che parte dal piccolo favore, al favorito, al favoretto del salottino di lobby per arrivare alla rapina legalizzata in salsa neoliberista. E questa regola si poggia su un apparato militare potente e rodato, costituito dai media: un coro muto nella denuncia dei potenti, sonoro e fragoroso nel cantarne le imprese, nel costruire nell’opinione pubblica certezze scintillanti e consenso anche su temi che i cittadini dovrebbero respingere, difendendo il proprio interesse collettivo. Con ovvie eccezioni. In questo caso eccezioni.

 

Eppure, fuori dall’arena mediatica, dal salottino dei soliti noti in tv, c’è la vita reale. Ci sono i quartieri, i cittadini, chi si batte per i diritti e contro l’ingiustizia che sempre più innerva il Paese. La realtà è più ricca di come viene rappresentata. Sono le associazioni che adesso possono dire: l’avevamo detto. Ma che per anni sono state ignorate. A Milano per Expo, come per Mose, e per le grandi navi che deturpano Venezia, per il Tav. Per tutte le operazioni discutibili che rappresentano l’asse portante del potere vero e intoccabile, di quel sistema di affari e di arricchimenti che sta devastando il Paese da trent’anni almeno e che non è figlio del berlusconismo, lo precede. E anche quando imperava Silvio, e l’opposizione chiudeva un occhio sui fatti essenziali, la lobby degli affari consociativi regnava indiscussa.

 

Il problema è che non dovrebbe essere la magistratura, di tanto in tanto, a beccare reati delle amministrazioni. In una democrazia l’opposizione dovrebbe vigilare sui comportamenti e le decisioni della maggioranza, non consociarsi per spartirsi la torta. Una democrazia è forte solo se è forte l’opposizione. E l’opposizione ha senso se chi è stato eletto rappresenta interessi sociali sul territorio che si discostano dall’interesse personale dei finanziatori dell’ascesa politica. Altrimenti parliamo di niente. Possiamo stare mesi e mesi a sentire inutili confronti indivanati in tv, senza che mai venga messo in discussione il sistema marcio di spartizione dei beni collettivi, quindi di rapina. Per esempio, restando a casi ancora non toccati dalla magistratura, sarebbe interessante capire meglio l’Operazione Tav, che vede tutti dalla stessa parte: partiti, imprese, media. Tutti che parlano con una voce sola, e nessuno, a parte gli abitanti della Val Susa, che si oppone o controlla. O la volgare cementificazione dell’area verde a ridosso di Villa Adriana, patrimonio dell’Unesco a Tivoli. O, cambiando radicalmente settore di interesse, la scuola pubblica abbandonata e ignorata a vantaggio delle private.

 

Allora la questione è anche questa. Se i cittadini non hanno rappresentanza e voce, che cosa devono fare per tutelare i diritti collettivi? Che cosa devono fare per non farsi calpestare dalla dittatura finanziaria? Dallo stravolgimento della democrazia che è uno straccio di parola in mano al Capitale? Che devono fare per impedire che i partiti, uno dopo l’altro, diventino proprietà privata di persone o di potentati ricchissimi? Che devono fare per far prevalere una visione del futuro migliore per tutti e non arrendersi alla rapacità di un presente che uccide la speranza dei nostri figli? O anche per non diventare mugugno di manovra nelle mani di chi con operazioni di populismo e marketing esaspera la crisi per creare un rumore di fondo senza prospettive? Io penso sia giusto riprendere la parola, uscendo dalle chat. Riprendere l’azione, partendo dalla partecipazione. Riprendersi la conoscenza: sapendo che l’informazione è il pane per nutrire la libertà. E sapendo che fare del pensiero un’azione è fatica.

 

 

[Questo pezzo ha come illustrazione un disegno del 2006 di out-Office for Urban Transformation sull’invasione delle attività palazzinare all’Isola, a Milano: l’autore è Marco Vaglieri. Oggi che è il 4 giugno, è stato interessante ripescare questo lavoro, immaginando il cittadino che da solo deve fermare la colonna di carri armati della speculazione (delle Grandi Opere Inutili) che marcia sulla sua vita e su quella degli altri cittadini, sul futuro di tutti]

 

*Articolo pubblicato su Globalist, 4 giugno 2014

 

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