Messico, Violenza Contro Violenza

Messico, violenza contro violenza

La guerra al narcotraffico, 14mila morti ammazzati in due anni, tiene in scacco il paese e diffonde un modus operandi cruento e spudorato, che sfocia nell’illegalità. I militari e la polizia si stanno trasformando in carnefici senza controllo.

In uno scontro con i soldati della Marina messicana, nello stato centrale di Morelos, è stato ucciso Arturo Beltrán Leyva, il capo dei capi del cartello messicano che gestiva con il fratello Alberto. Lo chiamavano El Barbas. Era uno dei più ricercati in Messico e sulla sua testa pendeva una taglia di 2,3 milioni di dollari. Secondo la Dea Usa, il cartello Beltrán Leyva, nato da una scissione dal famigerato cartello di Sinaloa, riusciva a far girare 120 tonnellate di cocaina.

Per molte, troppe zone messicane, questa violenza sta diventando normalità. La guerra al narcotraffico tiene in scacco il paese e diffonde un modus operandi cruento e spudorato, che non fa sconti. E che sfocia nell’illegalità. È come curare una piaga infetta con una soluzione non sterile. I militari, la polizia, gli agenti di sicurezza si stanno trasformando in carnefici senza controllo. Se fra il gennaio 2008 e novembre 2009, alla guerra della droga vengono attribuite 14 mila morti violente, cifre che superano i paesi in guerra, all’esercito vengono attribuite gravi violazioni dei diritti umani, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziarie, torture e detenzioni arbitrarie. Il tutto nella totale impunità. La ong Amnesty International ha dedicato a questa grave situazione l’ultima pubblicazione, che dimostra come né le autorità civili né quelle militari indaghino questi crimini, affinché i responsabili di tali e tanti crimini vengano puniti secondo le leggi nazionali e di diritto internazionale. E vittime e familiari restano con un pugno di mosche.

In particolare, Amnesty si riferisce a cinque casi di gravi violazioni dei diritti umani, che coinvolgono 35 persone. Aguzzini, un manipolo di soldati. Si tratta di episodi svoltisi tra il 20078 e l’agosto 2009 e nascosti da un velo di indifferenza e connivenza. E, dai dati raccolti, emerge che questa tragica tendenza è in aumento. Negli ultimi tre anni, la Commissione nazionale dei diritti umani ha portato a termine decine di indagini che hanno portato a 45 raccomandazioni su casi di violazione dei diritti umani per mano dei membri dell’esercito. A Ciudad Juárez, culla di omicidi e delitti per mano dei narcos, la Commissione statale dei diritti umani ha ricevuto negli ultimi 18 mesi, 22 denunce di sparizioni forzate e omicidi in cui sono coinvolti i militari. E si tratta di cifre che sono ancora lontane dalla realtà. E, ironia della sorte, quasi tutti i casi sono avvenuti mentre i soldati erano incaricati di arginare la violenza prodotto dal narcotraffico. Violenza chiama violenza. Dall’inizio del 2007 e il luglio 2009, infatti, anche 73 militari sono stati a loro volta ammazzati dai membri delle bande criminali. È una guerra senza esclusione di colpi, dove tutto è reso lecito dall’istinto di sopravvivenza.

“Il lavoro di far rispettare la legge in una giungla simile è sicuramente difficile – commenta Amnesty – per tutti coloro che hanno la responsabilità di migliorare le condizioni della sicurezza pubblica. Ma il delitto non si combatte con il delitto e la gravità di una crisi non può convertirsi nel giustificare l’uso di metodi illegali, né in un pretesto per chiudere gli occhi davanti a palesi e gravi abusi”. Per questo Amnesty intende accendere i riflettori su questa tragedia tutta messicana, per chiedere alle autorità di reagire con misure efficaci a riportare legalità e giustizia. Il Messico è firmatario di tutte le leggi internazionali e regionali in difesa dei diritti umani, e la richiesta è di metterle in pratica alla lettera.

Da: PEACEREPORTER Stella Spinelli