Massacro In Amazzonia: La Guerra Per I Beni Comuni

Massacro in Amazzonia: la guerra per i beni comuni

Estratti dell’analisi di Raùl Zibechi* sulla repressione governativa in Perù – Il massacro perpetrato il 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente, contro le comunità indigene dell’Amazzonia peruviana è solo l’ultimo capitolo di una lunga guerra per l’accaparramento delle risorse naturali, nel quadro della firma del trattato di libero commercio sottoscritto dal Perù con gli Usa. Protagonisti di questa guerra: Alan Garcìa e le multinazionali da un lato, le comunità indigene in resistenza dall’altro. Le versioni sul numero di morti e feriti non sono concordi. L’unico dato sicuro è che il governo di Alan Garcìa ha inviato le forze armate per reprimere una protesta pacifica che durava da 57 giorni, in particolare nei cinque dipartimenti amazzonici di Amazonas, Ucayali, San Martìn, Cusco e Loreto. (…)

 

 

 

 

Il cane dell’ortolano

 

I negoziati per il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti sono iniziati nel maggio 2004 sotto il governo di Alejandro Toledo (2000-2005). Il trattato avrebbe dovuto sostituire la Legge di Promozione Commerciale Andina e di Eradicazione della Droga, firmata nel 2002 e in vigore dal dicembre 2006. L’obiettivo del TLC è quello di eliminare gli ostacoli agli scambi commerciali e facilitare l’accesso di beni e servizi e i flussi di investimento. Inoltre include, come è noto, tutta una serie di disposizioni in materia di proprietà intellettuale, contrattazioni pubbliche e di servizi, risoluzione di controversie. Il TLC è entrato in vigore il 1 febbraio 2009.

Nel 2005 furono organizzate numerose manifestazioni di protesta contro la sigla dell’accordo, soprattutto da parte dei contadini che denunciavano come il settore agricolo fosse quello maggiormente pregiudicato a causa dell’eliminazione di tutele commerciali e dazi. Nonostante le rassicurazioni del governo sui rimborsi ai produttori, questi non arrivarono mai. Il 18 febbraio 2008 si verificò la paralisi agraria nazionale con cortei e sit-in in tutto il paese. Il bilancio fu di quattro vittime a causa della repressione delle forze armate e l’imposizione dello stato di emergenza in otto province del paese. Il 28 ottobre del 2007 Alan Garcìa pubblicò un lungo articolo, sul quotidiano “El Comercio” di Lima, dal titolo “La sindrome del cane dell’ortolano”, in cui argomentava che la natura è una risorsa e come tale va sfruttata: ostinarsi nell’opposizione allo sfruttamento delle risorse naturali è una sciocchezza, continuava il presidente, senza fare alcun riferimento all’Amazzonia. “Il vecchio comunista anticapitalista del XIX secolo è diventato protezionista nel XX secolo e, adesso, cambia nuovamente camicia per trasformarsi in difensore dell’ambiente” si leggeva nell’articolo. “Quelli che si oppongono allo sfruttamento dell’Amazzonia sono come il cane dell’ortolano che “non mangia e non lascia mangiare”. Riguardo al problema della terra, scriveva che era controproducente “consegnare piccoli lotti di terreno alle famiglie povere che non hanno neanche un centesimo da investire” e che “questa stessa terra venduta in grandi lotti è in grado permette l’applicazione di tecnologia e metodi moderni di coltivazione”. Poco importa che le terre fossero di proprietà collettiva delle comunità, perché, continuava “si tratta di terre oziose, il cui presunto proprietario non possiede né competenze né soldi da investire. La proprietà della terra, in questo caso, è solo apparente”.

 

 

Il TLC e i decreti legislativi

 

Seguendo questa logica per cui tutto viene convertito in merce e può, quindi, essere venduto e comprato, il governo peruviano ha chiesto e ottenuto dal Congresso poteri speciali per favorire l’applicazione del trattato di libero commercio attraverso l’emanazione di un pacchetto di decreti legislativi. Il 19 dicembre del 2007, il Congresso ha conferito tali facoltà straordinarie all’esecutivo (Legge 29157) per legiferare, attraverso decreti, su questioni relative al TLC. Sulla base di questa delega, il governo peruviano ha promulgato i decreti che sono divenuti terreno di aspra contesa per le comunità indigene dell’Amazzonia. In una relazione indipendente diffusa da OXFAM America, si legge che “questi decreti possono essere qualificati come incostituzionali per vizio di forma” poiché il governo peruviano ha approfittato dei poteri attribuitegli, per una durata di tempo limitata, dal potere legislativo “per varare un ampio ventaglio di norme con nessuna o scarsa connessione con il TLC, distorcendo e snaturalizzando così i termini della delega approvata dal Congresso”.

I decreti 1015 e 1073 sono quelli più controversi, poiché prevedono la modifica del numero di voti necessario per la vendita delle terre comunali. Il decreto 1015 è stato derogato nel 2008 dal Congresso. Il decreto 1064, sul Regime Giuridico per lo Sfruttamento delle Terre per Uso Agricolo, svuota di significato il principio della consultazione previa, prevista dalla legislazione nazionale e da diverse dichiarazioni e convenzioni internazionali. Il decreto 1083 – Promozione dello Sfruttamento Efficiente e Conservazione delle Risorse Idriche – favorisce, invece, la privatizzazione dell’acqua. I decreti 1081, 1079 e 1020 prevedono diverse modifiche da apportare alla normativa nazionale per promuovere lo sfruttamento, da parte delle multinazionali, delle risorse minerarie, idrocarburi e legname. Ma il principale asse della polemica è il decreto 1090, altrimenti conosciuto come Ley Forestal y de Fauna Silvestre, che prevede di lasciare fuori dalla tutela del patrimonio forestale e boschivo il 64% dei boschi del Perù, pari a circa 45 milioni di ettari di manto verde. Queste terre, una volta allontanate le comunità indigene che vi abitano, potranno essere vendute a imprese private per l’avvio di attività di estrazione e sfruttamento del territorio.

 

 

La mobilitazione 

 

Il 9 aprile ben 1350 comunità indigene, riunite nell’AIDESEP – Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Selva Peruviana – decidono di dare il via ad una vasta mobilitazione che si estende rapidamente a tutta la regione  amazzonica e oltre. Il 10 maggio il governo decreta lo stato di emergenza in cinque dipartimenti della regione amazzonica.

Il 19 maggio la Commissione Costituzionale del Congresso dichiara che il decreto legislativo 1090 è incostituzionale. (…) La decisione del Congresso di rimandare per l’ennesima volta il dibattito parlamentare sull’incostituzionalità del decreto 1090, prevista per il 4 giugno, provoca una recrudescenza della lotta delle comunità indigene. All’alba del 5 giugno, 639 agenti della Direzione Operativa Speciale delle Forze Armate vengono mandati a reprimere la protesta. Inizia il massacro.

 

Il massacro dei “penales”

 

Il 18 luglio 1986, alle sei della mattina, i prigionieri politici del gruppo guerrigliero Sendero Luminoso, rinchiusi in diversi penitenziari, decisero di dare il via ad una protesta congiunta. In contemporanea all’ammutinamento, si svolgeva a Lima il Congresso dell’Internazionale Socialista, a cui partecipava, tra gli altri, anche il Partito Aprista peruviano, il cui leader era Alan Garcìa.

La protesta nelle carceri, il cui obiettivo era denunciare le condizioni di vita nei penitenziari, si concluse in un massacro. Il governo decise di inviare le forze armate per reprimere l’insurrezione, con un tragico saldo di morti e feriti. Americas Watch disse che si trattava del “più grave e devastante attentato contro i diritti umani in Perù” poiché “si procedette all’assassinio a sangue freddo dei prigionieri, dopo che questi avevano cessate la protesta e si erano arresi”. (…) Alan Garcìa concesse l’impunità agli autori del massacro. (…)

Con simili precedenti, non possiamo che aspettarci una escalation della repressione da parte del governo. Anche perché la protesta, nonostante il massacro e i tentativi di negoziazione avviati, non accenna a diminuire: le comunità amazzoniche hanno dichiarato che porteranno avanti la lotta fino a quando non otterranno la deroga dei decreti legislativi approvati dal governo. (…) Secondo quanto sostenuto da alcuni testimoni, la situazione rischia di esplodere. In un tentativo tardivo di frenare la protesta, il Congresso ha annunciato la sospensione (e, successivamente, la deroga ndr) dei decreti 1064 e 1090. (…)

Hugo Blanco, attivista leggendario e editore del mensile Lucha Indigena, ci offre una riflessione di ampio respiro: “Dopo 500 anni di silenzio, le comunità amazzoniche ricevono il sostegno dei popoli indigeni del Perù e del mondo intero. Forse l’obiettivo principale di queste giornate di lotta è quello di dare visibilità a queste comunità, costruendo ponti di dialogo tra i diversi settori del paese, tenuti distanti e separati dalle politiche del governo che mirano alla frammentazione della società. Difendere l’Amazzonia significa difendere la vita di tutta l’umanità; rifiutarsi di cedere agli inganni dei nostri governanti è un segnale importante della volontà di riscrivere la storia, recuperando appieno il significato della parola dignità”.

 

 

*Raul Zibechi è scrittore e analista internazionale, docente e ricercatore in storia dei movimenti sociali presso l’Università Francescana dell’America Latina, editorialista del settimanale Brecha di Montevideo.


Vai all’articolo completo di Raùl Zibechi (in spagnolo)

 

 

 

Traduzione di Francesca Casafina