L’orto Romano è Solo Autogestito

L’orto romano è solo autogestito

orti urbani[S. Cioli e L. D’Eusebio su comune-info.net] Nei giorni scorsi, dopo Milano, anche Torino tra le grandi città ha approvato un regolamento comunale per gli orti urbani. Secondo l’Istat sono 44 le amministrazioni locali che hanno previsto gli orti. Roma resta la città dove il fenomeno è cresciuto maggiormente, ma soltanto grazie all’autogestione dei cittadini. Nella capitale esiste solo un orto comunale, non ci sono regolamenti ma pezzi di carta inutili preparati senza il coinvolgimento dei cittadini. Che nonostante tutto hanno creato spazi di relazione, di agricoltura senza chimica, luoghi di scambio dei saperi e di tutela del paesaggio e del suolo.

Dopo Milano, che ha attivato il progetto «Coltivami», anche Torino sperimenta una via sabauda agli orti urbani con l’approvazione del «nuovo regolamento comunale per l’assegnazione e la gestione degli orti urbani» (gli appezzamenti saranno assegnati in autunno con un bando circoscrizionale e prevalentemente avranno destinazione sociale, il 20 per cento saranno riservati a fini pedagogici o terapeutici; vietati concimi chimici e prodotti inquinanti; canone annuo dai 50 ai 200 euro).

Gli orti urbani costituiscono, insieme ai giardini condivisi, uno dei temi più interessanti di sperimentazione in cui l’agricoltura urbana è intesa come strumento per favorire le relazioni sociali, suscitare processi educativi nelle giovani generazioni, favorire l’integrazione delle persone «svantaggiate» o tra generazioni e il recupero delle aree degradate.

In una parola l’agricoltura urbana contribuisce ad aumentare il capitale sociale restituendo aree abbandonate a tutta la cittadinanza in forma di spazi pubblici e di relazione.

E’ quello che è avvenuto in molte città europee che costituiscono un riferimento ed è quello che sta avvenendo anche in Italia, infatti, l’ultimo rapporto sul verde urbano dell’Istat del 4 aprile 2013, riferito ai dati raccolti nel 2011, afferma per quanto riguarda gli orti comunali: «Un’ulteriore tipologia di verde che negli anni più recenti trova crescente diffusione nelle città sono gli orti urbani … Nel 2011, 44 amministrazioni comunali hanno previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde, con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest (la maggior parte dei capoluoghi piemontesi; tranne Monza, tutti quelli lombardi), poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro (con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentati anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio); nel Mezzogiorno infine risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo».

E Roma? Cosa è successo a Roma dopo la promessa naif andata a vuoto di un orto in Campidoglio, sull’onda dell’icona globale costituita da Michele Obama che zappettava alla Casa Bianca?

A Roma l’innovazione e la sperimentazione i cittadini se la sono fatta da soli: oltre cento le aree di orti e giardini condivisi gestiti da associazioni e gruppi informali realizzati negli ultimi anni.

Innovazione, nella formula della cura dell’orto in forma condivisa e nella conduzione dell’orto quale spunto per il presidio del territorio, per promuovere l’integrazione sociale di categorie svantaggiate, per riqualificare il territorio, per promuovere stili di vita salutari e sostenibili; ma anche nel solco della tradizione testimoniata in passato dalla potente Università degli Ortolani, una delle più importanti nelle gerarchie cittadine di arti e mestieri, che si riuniva presso la Chiesa di Santa Maria dell’orto in Trastevere, dalla mappa di Roma del Nolli del 1748 che riporta orti dentro e fuori le mura rimasti e, in tempi più recenti, dagli orti di guerra e dei ferrovieri in molti casi rimasti fino ai giorni nostri e passati di padre in figlio (secondo un censimento del 2005 del Comune di Roma sono 65 le aree di orti abusivi con 2.500 parcelle.

L’Amministrazione centrale romana fino ad ora non è al passo dei romani ed ha risposto a questa domanda di innovazione solo con logiche da «vecchia» politica per coprire il vuoto di visione strategica e di capacità di immaginazione: appalti pubblici, duplicazione di competenze e procedure. Se Roma è la capitale numerica degli orti e giardini condivisi, non né è anche la capitale morale.

Un solo orto

La logica dei lavori pubblici si sostanzia nei costi e nei numeri: vi è un solo orto urbano comunale costato oltre 400.000 euro. Altri quattro sono in fase di realizzazione al costo di circa 70.000 euro l’uno.

La duplicazione di competenze e procedure si sostanzia nella creazione del nuovo ufficio «Orti urbani», dipendente dal U.O. Promozione dell’Agricoltura, con il compito di assegnare aree per gli orti urbani che si affianca al preesistente ufficio «Adozione aree verdi comunali», Dipendente dall’U.O. Verde pubblico e Decoro urbano, in funzione da una decina di anni, che secondo una procedura codificata affida a cittadini organizzati in associazioni, cooperative sociali, comitati di quartiere e condomini aree di proprietà comunale per la gestione e manutenzione di aree verdi.

Duplicati gli uffici l’ultima, sfida dell’Amministrazione è la duplicazione delle procedure affiancando alla procedura per l’adozione aree verdi comunali una nuova procedura per l’assegnazione degli orti urbani. Da oltre due anni si orecchia di documenti fantasma che prendono di volta in volta, a seconda della stagione, la forma di regolamenti o linee guida con una unica costanza: non essere sottoposti alla discussione pubblica e alla condivisione dei soggetti interessati.

La richiesta che viene dagli orti e giardini condivisi è semplice: non ostacolare i tanti cittadini che in questi anni, e probabilmente in quelli a venire, si sono rimboccati le mani per recuperare aree abbandonate facendole tornare ad assere orti, giardini e spazi pubblici aperti a tutti.

Luoghi di scambio dei saperi

Con un unico ufficio e una unica procedura i principi necessari a cui ispirarsi sono pochi. Riconoscere e garantire ai cittadini la possibilità di partecipazione, di organizzazione e gestione degli spazi pubblici, quali orti e giardini condivisi, per finalità ambientali, culturali e di solidarietà economica e sociale. Rimuovere gli ostacoli di ordine amministrativo, economico e sociale, che, impediscono lo sviluppo degli orti e giardini condivisi e con questo all’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale della città. Promuove e sostenere lo sviluppo della cultura, di pratiche ambientali e sostenibili attraverso gli orti e i giardini condivisi, quali strumenti volti alla tutela del paesaggio, del ambiente, della salute anche con la compartecipazione dei cittadini, delle associazioni, delle istituzioni scolastiche e pubbliche in genere.

Gli orti e giardini condivisi potrebbero diventare, più di quanto già non siano, uno dei luoghi di scambio dei saperi, culturali e tecnici, e di buone prassi sull’alimentazione sana, sull’agricoltura naturale, sull’inclusione sociale e sull’integrazione tra le generazioni e tra popolazioni, sull’orto-didattica e sull’orto terapia, sulla gestione sostenibile dei rifiuti, la riduzione dei consumi energetici e idrici e sulla qualità estetica e formale degli spazi di relazione, di incontro e di gioco.

I romani hanno fatto della loro città la capitale degli orti e giardini condivisi, all’Amministrazione di Roma il compito di valorizzare le risorse spontanee dei suo cittadini.