Lo Spettacolo Disgustoso Di Chi Difende L’inquinatore

Lo spettacolo disgustoso di chi difende l’inquinatore

alessandria corte[di Lino Balza su Agorà Magazine]

 

 

Art. 439 del codice penale: “Chiunque avvelena acque destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, è punito con la reclusione non inferiore a 15 anni”. Sarebbe la giusta pena per un delitto contro la collettività. Eppure Solvay sfida i giurati della “provincialotta” Corte di Assise di Alessandria: “Non avrete il coraggio di condannarci per l’articolo 439 dacché nessuno in Italia l’ha mai applicato perché in Italia non c’è mai stato un caso di avvelenamento doloso delle acque”.

 

 

“Disgustoso” è stato l’unanime commento dopo tre ore di ascolto dell’avvocato. Non per quello che ha detto, che ce ne sarebbe già abbastanza, bensì per il tono usato, non per quello che peraltro avevano già detto i suoi colleghi, bensì per come l’ha detto, per il tono. Altezzoso, sprezzante. Ha ostentato disprezzo nei confronti di tutti: pubblico ministero, avvocati d’accusa, parti civili, testimoni, consulenti, giornalisti, giudici togati e popolari. L’atteggiamento proprio di chi si sente maestro di sprezzatura e la ostenta. Perfino nei confronti della Legge l’alterigia è stata volutamente esibita: Non esiste avvelenamento doloso delle acque di Alessandria causato dallo stabilimento di Spinetta Marengo, non è mai esistito in tutta la storia italiana un solo caso di avvelenamento doloso delle acque, l’articolo 439 del codice penale non è mai applicabile. Parola di avvocato metropolitano, di Porta Cicca, meneghin, maschera senza maschera, strapieno di modestia, servo abile e presuntuoso dei potenti. Parola di penalista top autodefinitosi “maglia rosa tra gli avvocati degli imputati di Tangentopoli”. Poi difensore dell’ex avversario Antonio Di Pietro. E di tantissimi ricchi, tutti galantuomini, esclusivamente di ricchi. Poi difensore della nullatenente Ruby Rubacazzi, solo per qualche mese perché il suo nome associato a 70mila euro è stato ritrovato nell’agenda della giovane marocchina nipote di Mubarak. Oggi paladino di Jaques Pierre Joris, pien de danè dunque beneficiario della presunzione di innocenza. Massimo Dinoia, l’avvocato di cui  stiamo parlando, è un principe del foro che aspira al titolo regale e come si fa a sottovalutarlo se lascia capire che l’articolo 439 è stato scritto da legislatore pazzo e cretino probabilmente da meridionali, pazzo e cretino come questo PM provincialotto che lo vuole applicare e come la Corte d’Assise provincialotta se emetterà la condanna prevista secondo il dettato letterale e sostanziale: “Chiunque avvelena acque destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, è punito con la reclusione non inferiore a 15 anni”.

 

 

Giusta pena per un delitto contro la collettivitàE’ difficile infatti negare che le acque della gigantesca falda acquifera della Fraschetta (dall’Appennino al Bormida e oltre) sono destinate all’alimentazione (e non alla balneazione) e che da essa infatti attingono i pozzi -passati e futuri- dell’acquedotto comunale e dei privati. Difficile negare che i livelli di inquinamento cloruri e cromo esavalente in questa falda   –riscontrati in passato e riscontrabili oggi e in futuro- sono oltre i limiti di legge anche per migliaia di volte. Difficile negare che la montagna di oltre 21 veleni nascosti e sotterrati continua e continuerà a percolare in un cocktail nella falda. Difficile negare che i pozzi –privati e pubblici- sono stati chiusi e altri lo saranno. Difficile negare che quell’acqua di falda è stata bevuta e mangiata per decenni da migliaia di persone direttamente (es. i lavoratori, i bambini della scuola media di Spinetta) e indirettamente (foraggi, animali, verdure, latticini ecc.). Difficile negare che in fabbrica il cartello “acqua non potabile” era affisso solo nei bagni dei dirigenti (Cogliati, De Laguiche, Joris, Tommasi, Boncoraglio, Canti, Guarracino, Carimati).

 

 

Difficile negare. Eppure i famosi legali della Solvay negano. Lo ha fatto anche Massimo Dinoiache si sente il più illustre di tutti perché non ha mai difeso un poveraccio in tutta la sua vita, e invece si riduce a maldestro caricaturista del capo di imputazione e goffo macchiettista del PM, come succede a chi si guarda troppo allo specchio. Ma non è come avvocato che risulta particolarmente disgustoso per le gag, bensì proprio come persona che tiene a vile l’uditorio. Dal punto di vista giuridico Leader Massimo non ha saputo dire nulla degno di nota, nulla di nuovo o di meglio di Bolognesi e Santamaria, che ha pure snobbato. Di nuovo ha detto che non esiste neppure l’altro reato contestato dal PM: non esisterebbe la dolosa omessa bonifica… perché mancava il progetto di bonifica definitivo degli Enti locali. Dario Bolognesi e Luca Santamaria, la strana coppia, l’avvocato allegro e l’avvocato triste, si guardavano smarriti. In definitiva non ha saputo parlare dello svolgimento del processo (anche perché è stato raramente presente) rifugiandosi nella dietrologia che avrebbe preceduto il processo, come se stesse trattando un caso di uxoricidio con la complicità dell’amante: retroscene, intrighi, tradimenti, famigerate intercettazioni telefoniche, sacra privacy, depistaggi, indagini false… Elementi decisivi di prova a carico del PM e a difesa dell’imputato: l’impaginazione imperfetta degli atti processuali e il nome del suo assistito scritto Jorisse invece di Joris, o Joriss o come diavolo si scrive. Ma va a ciapà i ratt. D’altronde aveva una smorfia disgustata Franco Califano quando cantava Ma tutto il resto è Dinoia, no, non ho detto gioia, ma Dinoia Dinoia Dinoia.

 

 

Pierre Jaques Joris, detto Jaques Pierre Joris, difeso (si fa per dire) da Dinoia, chi è, che rischia 18 anni di reclusione? Dinoia non lo sa, si chiede chi era costui, Carneade? Risponde a se stesso: imputato per aver semplicemente ricoperto una carica in Solvay. Che fosse un fattorino aziendale? E se fosse invece stato amministratore delegato? O c’era una monarchia in Solvay? Regnava ma non governava come la regina Elisabetta? Dinoia sa benissimo chi era, uno dei ricchi che lui frequenta. Pierre Jaques Joris, ancor prima di subentrare a Bernard de Laguiche quale amministratore delegato di Solvay, aveva già appreso lo stato di salute dello stabilimento nella fase di acquisto. Approfondisce così l’evoluzione dell’avvelenamento della falda sotterranea, delle discariche illegali, dell’omessa manutenzione idrica dello stabilimento, del dilavamento delle sostanze tossiche e cancerogene, dell’omissione agli Enti competenti. Insomma la reale portata dell’inquinamento del sito e della falda e dell’acquedotto comunale, dell’omissione delle bonifiche, della somministrazione dell’acqua avvelenata a lavoratori e cittadini ecc. Ovviamente della lettera aperta di Lino Balza, dell’Osservatorio ambientale della Fraschetta, dei dossier ecc. Tant’è che nelle intercettazioni telefoniche del 2008 Joris appare molto addentro ai particolari più minuti delle manovre che Canti & C. a Spinetta stanno tentando per omettere e manomettere le magagne ambientali (e perfettamente a conoscenza dei risvolti sugli organi di informazione embedded avendo ispirato il programma “Operation adoucir les jounalistes” Franco Capone, Enrico Sozzetti ecc., che abbiamo appreso dalle intercettazioni). Ad esempio, sul cromo esavalente che risaliva dai pavimenti e dai muri degli edifici, dei tentativi di tamponarlo e nasconderlo, delle nevicate gialle di cromo ecc.

 

 

Insomma, appare chiaro, anche nella documentazione ENSR sequestrata, che da diversi anni gli amministratori delegati Solvay avevano una visione approfondita circa lo stato di inquinamento diffuso suolo e sottosuolo (tramite Carimati, Canti, Di Carlo, Lagomarsino, Boncoraglio, Guarracino ecc.). De Laguiche e Joris ne hanno discusso ancora nel 2008.  Avevano già visto più volte il famoso film Oscar con la splendida Julia Roberts del 2000, ma soprattutto erano già perfettamente a conoscenza, essendo la Solvay una grande multinazionale chimica, dell’indagine epidemiologica dei cinesi Zhang e Li del 1987, nonché del processo che nel 1996 aveva visto l’americanaPG&E risarcire con una cifra astronomica 634 vittime di cancro da cromo esavalente assorbito per via orale. Eppure ancora nel 2014 negano la cancerogenicità del cromo bevuto. Ancora nel 2013 Joris è l‘ispiratore della lettera aperta ai giornali, a firma di Stefano Bigini, direttore dello stabilimento di Spinetta Marengo. La lettera all’assessore all’ambiente Claudio Lombardi a firma Bigini, non è una semplice e abbastanza maldestra autodifesa di un imputato, bensì vuole essere l’esplicita offerta manageriale di un finalizzato dialogo con le istituzioni locali, in particolare sul delicatissimo nodo della bonifica, ovvero sui costi della bonifica che Solvay non vuole affrontare.

 

 

Finita l’illustrissima arringa, Dinoia se ne va da quell’aula di provincialotti, sprezzatore di quelli che rimangono, non ha tempo da perdere con quel pigmeo di Fanari. Roberto Fanari tenta di difendere Giorgio Canti, smentendo che sia “la memoria storica degli scheletri negli armadi” di Ausimont poi Solvay, il dirigente che in quel ruolo ha costruito tutta la sua carriera, carriera che raggiunge il culmine proprio nell’era Solvay: premiato responsabile ambientale di tutto il gruppo italiano. E’ imputato chiave del processo, il tratto di unione fra Ausimont e Solvay. In tutti gli accertamenti effettuati, Canti ha piena consapevolezza da sempre dei terreni contaminati e dello stato di inquinamento della falda, nonché delle emissioni in atmosfera passate e presenti. La corrispondenza tecnica ambientale occultata, oggetto di sequestro nel processo, passa attraverso di lui. Passano tramite lui le operazioni di occultamento precedenti il 2008, esempio il cromo che affiorava nella neve gialla e dai muri e dai pavimenti, nascosto sotto bitume e cemento. Passano quelle seguenti il 2008, esempio al sopralluogo Arpa disconosce la discarica di fanghi rossi, benché opportunamente recintata e con lucchetti senza ruggine, nascosta sotto la vegetazione e comprendente 3 pozzi. Esempio fa preparare due versioni di analisi da scegliere per fornire all’Arpa in merito al pozzo 8, che somministrava acqua vietata alle utenze dello stabilimento (mensa, uffici, infermeria ecc.). Tutte le operazioni che coinvolgono l’intera struttura gerarchica aziendale fino alla direzione in Belgio, passano attraverso di lui e tramiteCaterina Di Carlo. Partecipa attivamente nell’approntare la linea di difesa con gli altri coimputati e nella selezione accurata delle omissioni e manomissioni (doppie versioni) dei dati e analisi da fornire agli enti pubblici. Con ciò vanificando la procedura stessa di bonifica. Anche per lui l’accusa perciò è di dolo.

 

 

La stretta collaboratrice di Canti, Valeria Giunta, la “gola profonda” delle intercettazioni telefoniche, nel 2008, gridava che “sono veramente bastardi”, “io non voglio finire in galera”, “vi metto nella merda più totale”, minacciava i suoi capi di voler svelare i segreti. Le intercettazioni riprese dal pubblico ministero Riccardo Ghio, qualificano la responsabile del laboratorio aziendale stretta collaboratrice degli imputati. Quando l’imputato Canti la induceva a “non scrivere quel risultato compromettente” o le ordinava analisi (pozzo 8, da spacciare per potabile) in doppia versione, una per l’interno e l’altra falsa per gli Enti esterni. Quando scriveva sul diario (sequestrato dai carabinieri) che il cromo era stato nascosto sotto bitume e cemento. Quando compativa gli operai che erano costretti ad effettuare le analisi senza strumenti protettivi: “Io se fossi l’operatore, li denuncerei”. Quando discuteva come “distruggere i tabulati analitici” o consegnava i dati sensibili tramite chiavetta pen drive piuttosto che via e-mail “perché non restasse traccia”, quei dati che definiva “fuori dal mondo” mentre all’esterno “è sempre stato detto che tutto va bene”, i dati magari di un anno prima spacciati per l’anno dopo. Quando gli avvocati difensori la invitavano a distruggere la relazione in mail dopo l’interrogatorio del Pubblico Ministero.

 

 

Stefano Bigini, direttore attualmente in carica, ricevette da Canti e dal direttore uscente Luigi Guarracino (imputato) la conoscenza degli archivi. Quelli di sede che qualunque direttore del Gruppo Solvay DEVE conoscere per mestiere, e quelli ovviamente di Spinetta Marengo. Questi archivi sono l’ABC professionale per chi vuole ricoprire il ruolo di direttore e di responsabile PAS. Nella sua testimonianza, Bigini, malgrado le intercettazioni, cerca di scaricare: “firmavo i documenti di Canti senza averli letti”.Il teste Paolo Bobbio, geologo dell’ufficio bonifiche della Provincia, dopo aver smontato con NOE e Arpa la tesi che Solvay avrebbe voluto mettere nel 2004 in sicurezza il sito ma che la Provincia l’avrebbe impedito, insiste: Solvay conosceva da anni le perdite e taceva. E fa i nomi dei principali attori: Giorgio Carimati e Giorgio Canti. Canti è il custode e implementa gli archivi trasmessigli da Guido Rondoletto a Spinetta e conoscel’archivio Parodi a Bollate. Secondo gli avvocati degli altri imputati Solvay, Canti ha nascosto gli scheletri negli armadi di Ausimont anche a Solvay oltre che agli Enti Pubblici. Non è vero. E’ stato licenziato da Solvay? E’ stato denunciato? Niente affatto, è stato confermato a livello locale e anzi promosso a livello nazionale, addirittura a scapito di Patrizio Lodone, un esperto a livello europeo (si vedano le intercettazioni telefoniche del 2008). In realtà Solvay in sette-anni-sette aveva avuto con Canti tutto il tempo di esaminare e… tenere nascosto “Archivio Rondoletto”, “Archivio Canti”, “Archivio Parodi”, “Archivio Boncoraglio”, “Archivio Pace”. Inoltre, testimonianza Balza, Canti quale responsabile della Funzione Ambiente e Sicurezza dello stabilimento presenziava alle trattative sindacali con la Direzione, anzi le conduceva e concludeva autonomamente fino a determinati limiti di spesa.

 

 

 

Infine Leonardo Cammarata difende il direttore Luigi Guarracino. E qui scoppia il giallo: Guarracino è presente in aula ma in incognito, tanto da essere stato considerato contumace. La Presidente lo scopre. Si ride un po’. Si ride di più quando si apprende che l’innocenza di Guarracino è imperniata sulla testimonianza di Alessandro Cebrero: la manutenzione in fabbrica era ai massimi livelli di sicurezza ed efficienza, a cominciare dalla rete idrica, fughe di gas sconosciute, finanziamenti ambientali e go-go. Cosa mai poteva testimoniare Cebrero sulla manutenzione di cui era stato elegante (occhialino al collo) responsabile per 20 anni? Come chiedere all’oste se il suo vino è buono. Gli altri avvocati difensori della Solvay avevano scaricato le responsabilità sui direttori? Sbagliato, ribatte Cammarata, Guarracino come direttore doveva limitarsi a garantire continuità di produzione ed efficienza della manutenzione ordinaria, un mero esecutore di ordini: scarichi nelle falde, fughe di gas, l’ambiente interno ed esterno non erano di competenza del direttore, tutte cose demandate ad esperti come Canti, Guarracino si fidava degli specialisti, lasciava fare, firmava formalmente quello che gli proponevano. Gli investimenti fuori dall’ordinaria amministrazione erano invece di competenza degli amministratori delegati. Dunque di Joris! Se Dinoia non avesse già lasciato quell’aula bivacco di incompetenti, avrebbe dato del pirla al povero Cammarata e a lui si sarebbe associato Fanari. Ma che colpa ha Cammarata se tutti i difensori tentano di presentare Solvay come “acefala”, dove nessuno comanda ed è responsabile? E di nascondere “la cupola Solvay” formata da uomini, mezz’uomini, ominicchi, (con rispetto parlando) pigliainculo e quaquaraquà.

 

 

 

“Il fuoco amico”, lo sparare incrociato fra avvocati di Ausimont e di Solvay, e fra gli stessi avvocati Solvay, è stato una costante di questo processo, inevitabile quando si tenta lo scaricabarile. Possiamo dire che se le parole fossero, non dico pallottole, ma soltanto spilli: ci sarebbe stato un massacro fra gli avvocati della difesa.

 

 

 

Torniamo a Guarracino, l’unico tra gli imputati alessandrini con la qualifica di direttore. E’ imputato anche a Bussi (Pescara). Ad Alessandria i direttori che l’hanno preceduto sono sgusciati via perché i capi di imputazione partono dal 1995 (Corrado Tartuferi è invece deceduto e gli avvocati ne approfittano per scaricargli addosso). Stefano Bigini (imputato in reato connesso) riceve da Guarracino gli archivi che sono l’ABC professionale per chi vuole ricoprire il ruolo di direttore, ma la teste Valeria Giunta (vedi intercettazioni telefoniche) lo mandava affanculo, rimpiangendo Guarracino, più preparato, più informato. Bigini ha saputo tutto da Guarracino e da Canti, e dagli archivi. E Guarracino da Tartuferi e Canti, e Tartuferi daLeonardo Capogrosso e Canti, eCapogrosso da Maurilio Aguggia e Canti eccetera eccetera. Capogrosso e Aguggia nel processo di Bussi sono tra i 19 imputati di disastro colposo e avvelenamento della acque. Non sono imputati ad Alessandria perché promossi prima del 1995 ad alte cariche in Ausimont poi Solvay. Guarracino, al pari dei direttori che lo hanno preceduto (Aguggia, Franco SimoniniNicola Sabatini, Capogrosso, Tartuferi, ecc.) aveva assunto le consegne del ruolo,  aveva le chiavi degli archivi “segreti” (Spinetta, Bussi, Bollate) , conosceva come ogni direttore il  passato e il presente dello stabilimento di Spinetta Marengo, di tutto ciò che era stato e veniva sepolto sotto, di tutto ciò che era stato e veniva sversato nel suolo, di tutto ciò che era stato e veniva immesso nell’aria, di tutto ciò che era stato e veniva scaricato nell’acqua.

 

 

Luigi Guarracino è abruzzese e da direttore ha abitato a Bussi esponendo anche la sua famiglia all’inquinamento. Non l’ha fatto per soldi ma perché –dice-  non si era mai accorto di niente, che stavano avvelenando 700.000 persone. Così ha sostenuto alla Corte di Assise di Chieti. Era convinto di avere trascorso un periodo nel Parco Nazionale d’Abruzzo, contemplando gli orsi. Così a Spinetta Marengo per lui la Fraschetta era ancora quella della foresta del brigante Mayno. Non riesce a capacitarsi di essere imputato per gli stessi reati (fatale coincidenza) a Chieti e ad Alessandria. Chi ha capito tutto è invece la Miteni, multinazionale tedesca Icig che a Trissino (Vicenza) è accusata di inquinare i corsi d’acqua. Non contenta di avvalersi di un medico di fabbrica negazionista della forza diciamo così… scientifica di unGiovanni Costa (che si guadagna la pappa anche con trasferte a Spinetta), non contenta chi ha chiamato a fare il direttore? Luigi Guarracino! Chi meglio di lui, che a Spinetta è stato specialista a scaricare PFOA (tossico, cancerogeno, mutageno, teratogeno) nel Bormida e fino alla foce del Po? Anzi, lo vuole Amministratore delegato! La sua fama di “non sapevo nulla” ha varcato i confini. Purchè non vada a dirigere in Germania, lì lo stangano. In Italia: vedremo. Spedisce nel 2008 mail a Balza: l’ammiro, apprezzo la sua attività ambientalista, ma su di me si sbaglia, a mia insaputa… Vediamoci a prendere un caffè insieme. No, grazie…il caffè mi innervosisce. Preferirei un confronto in Tribunale. Dove arrogantemente non si è mai presentato, se non all’ultima udienza… in incognito.

 

 

*Articolo pubblicato su agoramagazine.it, titolo originale: “Alessandria – Nella provincialotta ”Corte di Assise” lo spettacolo disgustoso di chi difende l’inquinatore”, 4 dicembre 2014

 

 

 

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