L’inquinamento Costa All’Italia Quanto Una Finanziaria

L’inquinamento costa all’Italia quanto una finanziaria

[di Federico Gennari Sartori su Pagina 99]

La classifica europea dei danni da inquinamento (EEA). Danni alla salute e all’ambiente: un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente quantifica l’impatto delle emissioni di migliaia di impianti industriali e calcola i costi per per la spesa pubblica. L’Italia è quinta in classifica, con danni stimati di almeno 25 miliardi

L’inquinamento atmosferico costa. Forse ben più di quanto si possa immaginare. Gli effetti negativi su ambiente e salute dei cittadini, infatti, possono essere quantificati economicamente. Lo ha fatto l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), analizzando i dati sulle emissioni di 14.325 impianti industriali attivi nei 27 paesi Ue, in Svizzera e in Norvegia. Il rapporto Costs of air pollution from European industrial facilities, pubblicato oggi, ha stimato che dal 2008 al 2012 l’impatto dell’inquinamento è costato minimo 329 miliardi di euro, calcolati rispetto al valore della moneta unica nel 2005. E questa è soltanto la più rosea delle ipotesi. Nella peggiore la somma triplica, raggiungendo 1.053 miliardi.

E, come espressamente ricordato nel rapporto, si tratta di un calcolo limitato ai danni materiali e immediatamente quantificabili, escludendo gli impatti di biodiversità ed ecosistemi. Per il 2012 si si stimano danni tra i 59 e i 189 miliardi di euro, una cifra pari al Pil della Finlandia, per un costo medio pro capite a carico degli europei, compreso tra i 115 e 368 euro. E gli italiani non sono da meno, anzi.

Il nostro paese si piazza quinto in classifica per l’ammontare dei danni legati all’inquinamento. Ben 1.329 degli impianti considerati dalla Eea si trovano in Italia. In particolare, lo stabilimento dell’Ilva di Taranto ricopre il 29esimo nella classifica dei siti più dannosi d’Europa, seguito al 33esimo posto dalla centrale termoelettrica Federico II di Brindisi Sud e al 50esimo dalla raffineria di Gela Spa. Più avanti, in ottantesima posizione c’è la raffineria di Augusta della Esso italiana e alla 92esima la Saras raffinerie sarde Spa. Poi vengono altri complessi, come la centrale di Vado Ligure a Quiliano e la centrale elettrica di Fiume Santo (Sassari), solo per citarne un paio. Insomma, quanto ci costano le loro emissioni? Più di 25 miliardi di euro. Come una finanziaria.

La Eea ha analizzato per ciascun impianto i danni derivanti dall’inquinamento atmosferico per il quinquennio 2008-2012, col relativo costo. Le informazioni su cui si basa il rapporto sono quelle contenute nell’European Pollutant Release and Transfer Register (Eprtr) e le metodologie utilizzate quelle stabilite e aggiornate dalla Commissione europea nell’ambito della definizione delle politiche Ue di contrasto alle emissioni. Oltre alla CO2, i calcoli riguardano le sostanze inquinanti più nocive come ammonio (NH3), ossidi di azoto (NOx), ossidi di zolfo (SOx) e particolati (PM10 e altri), metalli pesanti quali arsenico, cadmio, cromo e mercurio, diversi composti organici e idrocarburi.

Il rapporto mostra che il grosso dell’inquinamento in Europa è dovuto ad un ristrettissimo numero di strutture. Per l’esattezza, circa la metà dei danni è il risultato delle emissioni di soli 147 impianti, corrispondenti a circa l’1% dei 14.325 totali. Non solo. Il 75% si deve ad appena 568 impianti (4% del totale) e il 90% a 1.529 (11% del totale). Il settore prevalente è senza dubbio la produzione di energia, seguita con impatti nettamente inferiori dalla manifattura, dalla gestione dei rifiuti, dall’agricoltura. E stilando la classifica dei trenta siti più nocivi in assoluto la Eea ha trovato che la maggior parte si trovano nell’Est Europa e in Germania. La maggior parte sono centrali a carbone, le stesse che a luglio aveva mappato uno studio del Climate Action Network, di cui avevamo scritto su pagina99.

Le principali economie europee ovviamente sono responsabili di gran parte dell’inquinamento. In ordine, sono Germania, Regno Unito, Francia e Italia ad ospitare anche il maggior numero di impianti. Il danno legato all’attività del nostro paese è meno della metà di quella tedesca: circa 26 miliardi di euro contro 58 (che nelle stime a rialzo diventano 81 milioni contro 185). Ma al secondo posto in classifica, con oltre 40 miliardi di danni, riesce a piazzarsi la Polonia, che basa gran parte della propria economia su centrali a carbone ed è notoriamente riluttante ad accettare le normative ambientali europee.

Ma non è solo una questione quantitativa. Oltre a mettere in fila i dati assoluti sulle emissioni e sui costi che ne derivano, il rapporto ne analizza l’incidenza in relazione all’economia di ciascun paese. Mettendoli in relazione con il Pil, infatti, risulta che meno virtuosi sono proprio i paesi dell’Est Europa. Il peggiore? La Bulgaria. Seguita ancora da Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. È questo l’altro volto della top 5 dell’inquinamento. Da prima, la Germania diventa 14esima. E l’Italia, da quinta ventesima.

Per quanto ingenti, secondo il rapporto i costi sono leggermente diminuiti di anno in anno. È certamente un buon segnale di efficacia delle normative ambientali approntate dall’Europa, ma la Eea riconosce che fattori congiunturali come la recessione economica non possono essere trascurati. Del resto, in tempo di crisi cercare di limitare danni che pesano sulle casse statali si rivelerebbe utile oltre che giusto. Se 1.500 impianti di combustione in Europa rispettassero i limiti imposti dalla direttiva europea sulle emissioni industriali del 2010, anche soltanto per sostanze come ossidi di azoto e di zolfo, ne avremmo un risparmio di circa 11,2 miliardi di euro (che a rialzo potrebbero essere 32,7). E i benefici aumenterebbero imponendo soglie anche agli altri agenti inquinanti o chiudendo definitivamente delle centrali, a cominciare da quelle a carbone.

*Articolo pubblicato su pagina99.it, 25 novembre 2014