«Fermate Il Massacro Dei Popoli Indigeni»

«Fermate il massacro dei popoli indigeni»

di Marica Di Pierri su Carta

In Italia in questi giorni come ospite della manifestazione Caminando la Palabra, Aida Quilcuè, leader indigena colombiana e Consigliera Maggiore del Consiglio regionale indigeno del Cauca [Colombia], ha partecipato all’iniziativa Caminando la palabra, tenutasi presso il Centro sociale ex-Snia, a Roma, dal 13 al 15 febbraio, una tre giorni di seminari, dibattiti, assemblee ma anche cultura, fotografia, teatro e musica promossa da molte organizzazioni e realtà romane e dei dintorni impegnate nella difesa del territorio, nella costruzione di processi di democrazia partecipata e nella solidarietà internazionale. La manifestazione ha permesso lo scambio di esperienze tra realtà italiane e latinoamericane di autorganizzazione e resistenza – partendo dalle testimonianze degli ospiti internazionali invitati – e sarà il punto di partenza per l’articolazione di azioni e relazioni tra le varie realtà intervenute.

Aida Quilcuè ha raccontato l’esperienza di resistenza dei popoli indigeni colombiani ed le mobilitazioni che ha vissuto la Colombia negli ultimi mesi. «Il Cauca, ha una lunga storia di resistenza civile ed indigena. Il Cric compirà il 24 febbraio prossimo 38 anni di processo storico di rivendicazione e resistenza dei popoli indigeni del Cauca e della Colombia, processo che ha come fondamento la rivendicazione del territorio, dell’autonomia e dell’autogoverno delle popolazioni originarie. L’esperienza del Cauca ha stimolato l’organizzazione indigena in Colombia negli ultimi decenni, ed ha spinto il movimento indigeno verso la costruzione di una articolazione nazionale che ha compiuto da poco 25 anni, la Onic e che rappresenta l’Autorità Nazionale di Governo Indigeno della Colombia»

Qual è la situazione attuale dei popoli indigeni in Colombia?

I popoli indigeni colombiani hanno vissuto una storia di genocidio e di gravi violazione dei diritti umani. La prima costituzione colombiana ci considerava incapaci di intendere e di volere. Nel 1991 la nuova costituzione ci ha riconosciuto per la prima volta sulla carta numerosi diritti, che però sono rimasti lettera morta. In Colombia si continua a perpetrare un massacro quotidiano contro 102 popoli indigeni. Veniamo accusati di essere contro lo sviluppo, di voler impedire il progresso solo perché difendiamo i nostri territori dalla distruzione e dalla contaminazione. Proprio in questi giorni nella regione del Narino, nel sud ovest del paese, sta avvenendo un nuovo massacro, in 7 giorni sono stati uccisi 31 indigeni Awa. È uno dei frequenti casi in cui nel silenzio dei grandi media e con la complicità o indifferenza del governo, si compiono orrendi massacri che restano ignorati ed impuniti. Per questo ci appelliamo alla comunità internazionale e alla società civile della Colombia e del mondo.

Che impatto ha avuto nel processo sociale e politico la mobilitazione iniziata a ottobre?

Per rivendicare i nostri diritti e per protestare contro le leggi promulgate dal Congresso colombiano, abbiamo iniziato un processo di disobbedienza civile camminando per un mese e mezzo attraverso il paese in quella che chiamiamo Minga, un cammino collettivo per esigere il riconoscimento ed il rispetto dei nostri diritti e per costruire un processo politico di uscita negoziata dal conflitto colombiano. La Minga ha chiesto un dialogo aperto con il governo. Uribe ha dovuto accettare di incontrarci ma nessuna risposta concreta è arrivata dall’esecutivo. Anzi, la Minga ha vissuto vari momenti di repressione, che hanno causato la morte di varie persone. Dopo la Minga nazionale di ottobre sono stati uccisi oltre 60 indigeni. Anche io nel dicembre scorso ho subito un attentato al quale sono scampata ma nel quale ha perso la vita mio marito, e da allora le intimidazioni contro me e la mia famiglia non sono cessate. L’attentato è stato commesso dall’esercito, che ha liquidato l’accaduto come un errore. Credo che in nessuna parte del mondo si possa accettare che sia lo stesso governo ad assassinare i civili e a non pagare per i suoi crimini. Difendere i propri diritti in Colombia può costare la vita, ma non è questo che può fermare la rivendicazione di un popolo.

Cosa può fare la comunità internazionale?

Il ruolo della solidarietà internazionale è importante. Ho avuto modo di prendere contatto con varie organizzazioni, e di riunirmi con il Presidente del Comitato diritti umani della Camera Furio Colombo, che ho messo al corrente delle violazioni di cui siamo vittima. Inoltre, sono stata ricevuta da alcuni europarlamentari a Bruxelles. I parlamentari si sono impegnati a inviare al più presto una dichiarazione al governo colombiano nella quale esprimono preoccupazione per i gravi reati denunciati e chiedono che sia garantita la protezione della vita e dell’incolumità fisica di coloro che si trovano in situazione di pericolo. Ci auguriamo che l’Ue porti avanti verso la Colombia una politica che miri alla costruzione di un futuro di pace.