Le Vere Priorità Sono Fuori Dalla Legge Di Stabilità

Le vere priorità sono fuori dalla legge di stabilità

legge di stabilitàdi Federico Gennari Santori per A Sud su dailySTORM | Da ormai dieci giorni è stata approvata la nuova legge di stabilità, che entrerà in vigore da gennaio 2014. Se nell’immediato non si è parlato di altro, il provvedimento sembra già caduto nel dimenticatoio e certamente così è stato per i media mainstream, tutti concentrati sulle diatribe politiche dovute alla legge. Eppure, al di là dei mancati tagli alla sanità e della Trise – la nuova tassa a cui dobbiamo la cancellazione dell’Imu, in realtà assorbita assieme a Tare e Tarsu – c’è qualcos’altro da dire sulla prima grande misura assunta dal governo delle “larghe intese”, contestata dalle opposizioni e dalle forze sindacali.

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Siamo a tutti gli effetti di fronte ad una legge d’austerità, il cui scopo è risparmiare, o meglio tagliare, tentando di fare fronte a quella che ormai conosciamo come “emergenza sociale” del nostro Paese. Ovvio, l’emergenza c’è e non è l’unica. Ma, in virtù di essa e senza parlare delle cause, ecco approntare scelte che definire “impopolari” è puro eufemismo.

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A che cosa dobbiamo, quindi, il risparmio che dovrebbe permetterci di rispettare il patto di stabilità e di non suscitare le ire della Merkel – che intanto, al Consiglio d’Europa in corso di svolgimento, si appresta ad imprimere una svolta autoritaria nel controllo sui Paesi membri dell’Unione – e della Troika? Alla stretta sul pubblico impiego e sulle pensioni. Taglio del 10% degli straordinari, blocco della contrattazione oltre il 2014, tetto all’indennità di vacanza contrattuale e rafforzamento del blocco del turn over. Quanto alle pensioni, i contributi da 3.000 euro lordi al mese non saranno rivalutati nei prossimi tre anni e quelli da 1.500 euro lordi avranno una rivalutazione solo parziale, comunque più bassa di quella odierna. E i famosi investimenti per la priorità dell’Italia, su cui è fondata la nostra Repubblica: il lavoro? Poca cosa, se consideriamo che nelle tasche dei lavoratori entreranno soltanto 12 o 24 euro in più al mese. Ottimo modo di affrontare la decantata emergenza, ma questo lo abbiamo letto su praticamente tutti i giornali.

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Infatti, all’interno della nuova legge di stabilità c’è dell’altro. Qualcosa che, più o meno simbolicamente a seconda dell’entità dei provvedimenti varati, è emblema della tipica prassi politica italiana. Quella dell’emergenzialità tardiva e strumentale, che legittima scelte impopolari e scarsamente lungimiranti, oggi improntate su un’austerità che produce soltanto povertà e miseria – seppur associata a millantati investimenti per la “crescita” (verso cosa?) più volte rivendicati da Letta e i suoi.

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Ecco alcune delle misure più significative.

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DISMISSIONI – Nel prossimo triennio si punta a ricavare almeno 1,5 miliardi da dismissione e vendita del patrimonio pubblico, di cui mezzo miliardo nel 2014. In situazione di deficit e di corrispondenti scadenze di fronte alla Troika, sarà venduto immediatamente, a partire da dicembre 2013, un pacchetto di immobili per limare il rapporto deficit/PIL del 2013 e diminuire il nostro debito pubblico (che ha già sforato i 2000 miliardi) di un’anticchia appena: circa 525 milioni. Il Governo punta a raschiare il fondo del barile, vendendo tutto il vendibile. Si tratta di un pratica da manuale di politica economica, ma una cosa è certa: prima di alienare i beni demaniali che appartengono alla collettività, è altrove che si potrebbe risparmiare.

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GRANDI OPERE – Una voce specifica stanzia 401 milioni per il completamento del Mose di Venezia tra il 2014 e il 2017. Niente di nuovo: ingenti risorse, in un momento come questo, vengono utilizzare per finanziare un’opera mastodontica su cui si è già speculato e che nel suo periodo di realizzazione, mai terminato, ha già creato enormi disagi alla popolazione della laguna.

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TRASPORTI – Notevole per la sua lungimiranza la spesa di 330 milioni soltanto nel 2014 per interventi in favore del settore dell’autotrasporto. Di che cosa si tratta? Del trasporto su gomma, quello imperante in Italia che, pur gravando sulle emissioni inquinanti e sul traffico stradale, è sempre un bel favore fatto alla Fiat. Ovvero, la prima azienda nazionale che puntualmente ritratta i promessi investimenti concreti e continua indisturbata nel cammino delle delocalizzazioni, in una prospettiva sempre più statunitense.

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INDUSTRIA MILITARE – Dal 2014 al 2016 ben 340 milioni, amministrati dal Ministero della Difesa, se ne vanno per gli “interessi di difesa nazionale e nel quadro di una politica europea comune”. Questa voce di spesa si trova nel titolo relativo allo “sviluppo”. Infatti, è studiata per rimpinguare l’apparato militare “consolidando strategicamente l’industria navalmeccanica e ad alta tecnologia”. Per Esercito e Finmeccanica, in piena crisi, c’è da leccarsi i baffi insomma; ma, come sempre, per pensioni e rischio idrogeologico non ci sono fondi.

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CARABINIERI – Di 10 milioni sono aumentate le risorse per “esigenze di funzionamento” dell’arma dei Carabinieri e, anche qui, ci pensa il Ministero della Difesa. Sarebbe folle accanirsi, visto che nei territori i mezzi sono senza benzina e il lavoro straordinario non è pagato, come sindacati e realtà antimafia rivendicano. Il punto è: come i Carabinieri utilizzeranno le risorse stanziate? Non c’è alcuna indicazione, che si spera siano date in qualche modo. Come il disastro della Campania legato ai rifiuti tossici e le testimonianze degli stessi Carabinieri ci insegnano, una grande “esigenza” oggi starebbe senza dubbio nel funzionamento dei controlli in materia ambientale. Difficile, per non dire irrealistico, che la direzione sia effettivamente questa.

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BONIFICHE – L’unico provvedimento mirato in ambito ambientale è lo stanziamento di (appena) 60 milioni tra il 2014 e il 2015 per interventi per la bonifica dei siti di discariche abusive, “fatta salva la responsabilità dell’autore della contaminazione e del proprietario delle terre”. Ci mancherebbe altro, se nell’Unione Europea vige il principio “chi inquina paga”. E stanziare fondi in maniera mirata su bonifiche di questo tipo è il minimo, dato che troppo spesso i danni connessi a una discarica abusiva (tanto più se a cielo aperto) sono difficilmente imputabili a un colpevole. Peccato che il Ministero dell’Ambiente dovrà individuare interventi e modalità di erogazione dei finanziamenti, corrispondenti “ad una percentuale non inferiore al 20% del costo dell’opera”. Considerati la scarsità delle risorse stanziate – se rapportate alle proporzioni che la questione dei rifiuti e dell’abusivismo nello smaltimento hanno raggiunto in Italia – e l’enorme numero di interventi di bonifica che dovrebbero essere effettuati, che cosa accadrà? Avremo un contributo del 20% su varie bonifiche fino all’esaurimento della ridicola cifra stanziata o, forse, il 100% per poche di cui non si troveranno i responsabili e qualche spicciolo per le altre. E’ come pochissimo burro spalmato su troppo pane. Senza contare che in tema di bonifiche i territori interessati chiedono da tempo un meccanismo di controllo sociale che eviti gli sperperi e le filiere clientelari che hanno divorato per anni, senza bonifica nulla, la torta dei fondi destinati al risanamento ambientale.

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SANITA’ – Quella che doveva essere la vera mannaia del governo alla fine non è caduta, grazie a giorni di febbrile contrattazione tra i vari Ministri e all’interno delle “larghe intese”. A fronte dei mancati tagli, che avrebbero probabilmente distrutto la sanità pubblica mentre già chiudono decine di ospedali, non ci sono però investimenti. In che cosa? Ad esempio, in materia di prevenzione, tantomeno per quanto concerne le aree a rischio ambientale. Quelle interessate alla contaminazione di natura industriale che continuano a recare danni irreparabili al territorio e alla salute dei cittadini, come i casi di Taranto, di Napoli, della Valle Galeria, di Civitavecchia, di Porto Marghera e tanti altri ci dimostrano.

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Un bilancio complessivo è presto fatto. Le promesse fatte a lavoratori e enti locali sono mantenute in piccolissima parte e appaiono talmente risicate da non poter incidere realmente nello stimolo a processi virtuosi. Il perché lo conosciamo ormai a mo’ di filastrocca. Non ci sono le risorse. La crisi morde. Abbiamo dei doveri verso l’Europa. I patti (come quello di stabilità) vanno rispettati. La crescita è ferma, ma passo dopo passo ricomincerà.

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La “luce in fondo al tunnel” di cui parlava l’ex premier Monti ancora non si vede, perché le risposte, quelle che il popolo italiano si aspetterebbe, non arrivano. Nemmeno con il governo Letta, il governo “politico”: quello della responsabilità e delle “larghe intese”. Quello che sta lavorando tanto per far tornare l’Italia quella di un tempo. Ma non è quella l’Italia che vogliamo, perché ne vorremmo una nuova.

Le risorse si potrebbero avere, risparmiando in altri settori ed evitando stanziamenti per grandi opere come il Mose o per l’industria navalmeccanica. Staremmo meglio se l’Europa non svolgesse unicamente un ruolo da censore e, soprattutto, se fossimo più liberi nelle nostre scelte in materia di politica economica, oggi improntate in via pressoché esclusiva al risparmio e alla dismissione di ciò che appartiene allo Stato. Il distacco tra la determinazione delle politiche pubbliche e le esigenze reali dei cittadini è ancora profondo. E, in maniera emblematica, lo dimostrano non i tanti interventi mancati, che sono poi quelli che da anni chiediamo a gran voce; bensì quei pochi interventi effettuati.

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La materia ambientale e sanitaria è forse quella che più ha da insegnarci nell’ambito delle scelte politiche della rappresentanza. Non a caso, nella legge di stabilità si perde totalmente di vista una delle reali emergenze del nostro Paese, che sta impattando drammaticamente sulla dimensione sociale nazionale: il biocidio. Quello che è oggi al centro della questione dell’Ilva di Taranto e della mobilitazione campana, e che si sta imponendo come tema unificante in tante altre regioni, a cominciare dal Lazio. In un’ottica di sostenibilità e di “crescita” – non del PIL ma della nostra cultura e della democrazia -, è sul connubio tra tutela ambientale, diritto alla salute e opportunità occupazionali che dovremmo rilanciare la nostra economia e arginare, una volta per tutte, la crisi che ancora non accenna a terminare. Avviando da oggi le politiche che preparino una transizione graduale verso un modello economico differente e, ormai, necessario.

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