Le Mani Di Acea Sull’acqua Colombiana

Le mani di Acea sull’acqua colombiana

acea«Caschi blu dell’Onu sono intervenuti in questi giorni per arginare le proteste di milioni di colombiani. Sono ormai tragiche le conseguenze delle epidemie prodotte dall’assenza d’acqua. Circa 31 milioni di persone soffriranno la sete anche questo anno e si calcola che per il prossimo semestre del 2029 diverse centinaia di migliaia potrebbero essere i morti della guerra per l’acqua. Molti villaggi sono stati evacuati in seguito alle inondazioni dei principali fiumi tracimati per lo scioglimento degli ultimi ghiacciai. Continuano gli scontri nelle principali città, dove sono stati presi d’assalto dalla folla inferocita le vecchie strutture e acquedotti delle società di gestione dell’acqua, costrette come lo scorso anno a utilizzare l’esercito privato per impedire ai manifestanti di accedere all’oro blu. Distribuzioni di acqua sono annunciate nel centro delle vecchie città per placare gli animi. Elicotteri sganceranno sulla folla qualche cartone di bottigliette gentilmente offerte dalla campagna umanitaria Ogni tanto dai da bere ad un povero assetato, lanciata nel 2020 dalla Coca Cola e dalla Suez».

Non è la tragica narrazione di un romanzo di fantascienza ma le previsioni che sin da oggi è possibile fare su quella che sarà la situazione in Colombia a causa della mancanza di accesso all’acqua. In base ai dati diffusi da riviste specializzate, si calcola che tra venti anni oltre il 70 per cento della popolazione soffrirà per mancanza d’acqua. Il terzo paese con la maggiore biodiversità al mondo e con il quarto indice di offerta idrica della terra vede minacciato il diritto all’acqua. Tutto ciò avviene per il cambiamento climatico in atto che farà arretrare sino a scomparire i ghiacciai presenti, per l’erosione della terra, per la perdita dei boschi e l’inquinamento imputabili alle attività delle multinazionali. Ma il vero motore di questa catastrofe è il processo di privatizzazione del servizio idrico iniziato nel 1994 con la legge 142, rafforzatosi grazie all’intervento deciso della Banca Mondiale e della Banca Interamericana per lo Sviluppo [Bid].

 

In circa 312 municipi colombiani oggi vi sono 206 imprese private. Sono diversi milioni quelli che non riescono ad accedere all’acqua da quando questa si è trasformata in una merce. Una catastrofe che rischia nei prossimi anni di non avere eguali se non verrà invertita la rotta. Difficile però immaginare che il presidente Alvaro Uribe Velez, eletto con i voti dei paramilitari grazie proprio alla sua posizione di subalternità alle grandi imprese ed agli interessi statunitensi, decida di ripublicizzare il servizio idrico. Sono i movimenti sociali ad aver promosso nel paese una grande campagna di mobilitazione e recupero della parola su un tema così vitale. E lo hanno fatto attraversando in lungo ed in largo il paese, raccogliendo due milioni di firme [tante ne prevede la costituzione colombiana] per promuovere un referendum sul diritto all’acqua. Sarà difficile che l’attuale presidente dia seguito a quanto previsto dalla Costituzione. Ed è per questo che costante è la mobilitazione dei movimenti.

 

Ed indovinate a chi appartiene la maggioranza delle azioni dell’impresa idrica di Bogotà? All’Acea S.p.A., la ormai famosa ex municipalizzata romana diventata una multinazionale impegnata nella finanza internazionale, nel business degli inceneritori, negli aumenti indiscriminati delle bollette e salita alla ribalta mediatica negli ultimi giorni per le vicende che riguardano la guerra tra grandi gruppi per il suo controllo: da un lato la francese Suez e dall’altro Caltagirone. Questo avviene nonostante il Comune di Roma sia ancora formalmente proprietario del 51 per cento delle azioni.

 

Nel 2002 il servizio è stato dato in concessione all’impresa Aguazul Bogotà, controllata per il 51 per cento da Acea. Da quella data nessuno degli obiettivi previsti è stato raggiunto. La percentuale di acqua dispersa è del 39 per cento, mentre l’obiettivo previsto era il 30. Le tariffe per ogni metro cubo sono diventate le più care del paese. Circa 1.816 pesos colombiani, mentre a Cali per esempio costa la metà, così come nelle altre capitali latinoamericane o persino a Madrid. L’eliminazione dei sussidi per le fasce più deboli della popolazione ha fatto lievitare le tariffe del 43 per cento e circa 236.000 cittadini sono stati «staccati» dal servizio. Anche il bilancio dell’impresa ha registrato un aumento del 24 per cento dei costi e dei passivi. Per continuare dunque a gestire il servizio bisognerà aumentare le tariffe. La Banca Mondiale esorta ad aumentare le tariffe ed a privatizzare ulteriormente. E da questo lato del mondo ci sarà un impresa tutta italiana, Acea, che guadagnerà dalla sofferenza e dalla violazione dei diritti. Acea si rende così responsabile della negazione dell’accesso all’acqua ai cittadini di Bogotà, mentre nessuno dei cittadini romani è mai stato consultato sulla scelta di fare affari sulla sete degli altri.

 

Giuseppe De Marzo

www.asud.net